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Il caso di Melanija/Melania Trump

La first lady statunitense è ora un foglio bianco sul quale noi donne proiettiamo i nostri incubi Non sappiamo se considerarla come vittima o accusarla per la sua complicità con il misogino più potente del mondo. Ma la denuncia deve andare al di là di Melania.

di Gabriela Wiener, da nytimes.com/es/

Passano i giorni e seguiamo a non sapere come prendere Melanija Knavs, la ex modella yugoslava naturalizzata statunitense nel 2006, undici anni dopo divenuta la first lady degli Stati uniti.

Non sappiamo se abbracciarla forte nel suo atteggiamento contrito, desolato, o prenderla con le pinze quando afferma che suo marito è un uomo di cuore, con una mente da leader, una cosa comprensibile detta da qualunque donna su suo marito. Tranne che nel caso in cui costui sia il presidente degli USA e si chiami Donald Trump.

Per questo, ora, quando vedo lo sguardo perso di Melanija/Melania, così lontana, tanto che i fiori del suo cappotto sembrano più vivi di lei, ho voglia di batterle le mani davanti al naso, un po’ come si fa quando si cerca di risvegliare le persone ipnotizzate. Oppure qualcuno che ha passato più di dieci anni a fianco del misogino più potente del mondo.

I messaggi di sorellanza – ironica e a dosi misurate, trattandosi della superprivilegiata sposa bianca di un multimiliardario bianco dell’emisfero nord – provenienti dalle donne della campagna di #FreeMelania, sembrano parte di un copione comico di Lena Dunham o di Amy Schumer, soprattutto quando sono sono inalberati da giovani come molte di coloro che hanno manifestato l’altro giorno: “Melania, se sei in pericolo, batti due colpi”.

Lo stile dominante delle proteste negli Stati uniti è stato quello dello humor “femminista guerrillero”. Alla fine si sono sentite più risate sulla presunta “sindrome di Stoccolma” della signora Trump, che per i paragoni sessisti tra il suo abito azzurro e quello di Michelle Obama o quello di Jessica Lange nel secondo tempo di American Horror Story. E la denuncia ha funzionato. L’idea di Melania come vittima ha vinto.

Tuttavia, nel momento di tornare serie, l’opinione si è divisa tra coloro che credono che occorra “essere gentili” con lei, anche fosse solo una presunta vittima, e non dimenticare neanche per un istante che Trump è il vero bersaglio; e coloro che rifiutano di vittimizzarla e aggiungono che bisogna considerarla responsabile e consapevole delle proprie decisioni; per esempio quella di continuare a tollerare un uomo dalle idee apertamente xenofobe come il marito e proseguire a interpretare il ruolo di collaboratrice di un governo che nega i cambiamenti climatici che rivendica il diritto di costruire muri.

E, anche se, più che un’incognita o un personaggio ambivalente, la first lady è ora un vero e proprio foglio bianco su cui stiamo proiettando i nostri incubi. In qualche modo, tutti sperano di trasformarla in un proprio strumento: mentre il marito sembra usarla come trofeo, i nemici di Trump la vedono come un missile, e, acnhe nel femminismo la abbiamo usata come un simbolo dello stato di cose, minimizando o esacerbando le circostanze concrete del suo “dramma privato” (nel caso si tratti effettivamente di un dramma).

Ma, se cerchiamo di andare al di là, per un momento, della figura di Melania, la campagna #FreeMelania ha un effetto molto più potente. La denuncia è un’altra. Non si tratta di “liberare” la super modella “sequestrata” dal supertiranno, ma di liberare noi stesse dai modelli che ci impongono e che non ci rappresentano: la donna fiore, la donna oggetto, la donna dietro il “grande” uomo, la prima donna…

La ribellione di fronte a questa nuova incarnazione rancida dell’apparato misogino e oppressivo e del potere che lo utilizza pubblicamente giorno per giorno. E non solo negli spazi pubblici in cui Madonna o Scarlett Johansson hanno preso la parola, ma anche in quelli pieni di donne oppresse: le donne di colore, le musulmane, le messicane, tutte le donne che corrono realmente dei rischi autentici.

Melania non solo non fa parte di nessuno di questi ambienti, ma è molto probabile che non muoverà un dito in loro favore, neanche nel nome della sua origine balcanica né come immigrata negli USA. Perché allora dobbiamo preoccuparci per i suoi attacchi di malinconia, di spleen? Forse perché (anche) in questo consiste il femminismo: sapere che siamo qui le une per le altre. Anche quando la vittima di turno non batte ciglio…