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Messico, no a Trump ma anche a Peña Nieto

Unità, dal basso e senza frontiere

Risoluzione del Comitato Politico del Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT, sezione messicana della Quarta Internazionale)

Città del Messico, 25 gennaio 2017

Traduzione di Giovanna Russo

Dopo il drammatico aumento generale del prezzo dei combustibili, dell’elettricità e dell’acqua e dopo un mese ininterrotto di proteste massicce in tutto il paese, che hanno reso più profonda la crisi di legittimità – e ormai sempre più politica – del regime oligarchico del paese, si cominciano a vedere i primi passi della nuova amministrazione di estrema destra, xenofoba, maschilista, razzista ed antimessicana della Casa Bianca; che altro non può che condurre a maggiori complicazioni, contraddizioni e possibilità di lotta nello scenario politico messicano.

La pavida risposta del governo di Peña evidenzia, una volta di più, la sua incapacità di affrontare la crisi del paese, di fronte alle misure contro il Messico del governo Trump e alle sue continue minacce. La svolta protezionista del nuovo governo statunitense è in corso: non solo ha bloccato gli investimenti in Messico e ha liquidato l’Accordo Transpacifico di Cooperazione Economica (TPP), minaccia anche la “rinegoziazione” del Trattato di Libero Commercio (TLC) in suo favore (e la sua virtuale cancellazione), per esempio con l’imporre dazi del 20% alle esportazioni messicane per finanziare il muro dell’ignominia in una frontiera già militarizzata, e massicce deportazioni. Tutto questo dimostra la crisi del neoliberismo e può distruggere le basi su cui si sono fondati decenni di politiche economiche neoliberiste, volte a fare del Messico un “cortile-laboratorio dietro casa”. Perfino le ultime riforme strutturali di Peña Nieto, in particolare quella energetica, che ha prodotto il gasolinazo, sono state pensate ed imposte nel presupposto della forte dipendenza (quasi unica) dell’economia messicana dagli interessi imperialisti del vicino del Nord.

A partire da questa ipotesi neoliberista, il NAFTA (il Trattato di libero commercio dell’America del Nord, ndt) ha distrutto l’agricoltura messicana, ha smantellato la nascente industria nazionale per favorire il modello maquilador, ha consegnato ad imprese statunitensi (e canadesi) i minerali del paese, ha distrutto diritti sindacali e ha precarizzato il lavoro, per menzionare alcuni degli effetti più evidenti. E contemporaneamente, dall’epoca di Miguel de La Madrid ad oggi, i governi del PRI e del PAN hanno giustificato la subordinazione agli interessi degli USA affermando che era meglio averli come “alleati” che “nemici”. Questi tecnocrati non hanno mai pensato che, sottomettendosi alla Casa Bianca, l’inquilino di turno avrebbe potuto prendersi gioco di loro, perché ai suoi occhi governanti e funzionari messicani non sono mai stati uomini di stato, rappresentanti di una nazione sovrana alleata, bensì subalterni di scarsa importanza.

Per questo non possiamo aspettarci che il governo messicano, i partiti del “Patto per il Messico” rappresentino gli interessi del popolo messicano di fronte ai “nuovi negoziati” sul NAFTA, gli abusi contro messicane e messicani negli Stati Uniti, l’imminente costruzione (estensione) del muro, ma di nuovo subordinazione e testa bassa, il che porterà solo a conseguenze più gravi per i lavoratori di entrambi i lati della frontiera. Lo sconcerto del governo di Peña Nieto non è soltanto l’espressione della sua incapacità personale – che è reale – ma soprattutto del fatto che per decenni questi governanti si sono assoggettati fedelmente ai diktat del neoliberismo – fino alla maggior parte delle riforme strutturali ultimamente imposte da Peña e dai partiti del Patto per il Messico – ed ora che Trump imprime alla politica imperialista una svolta più conservatrice e protezionista, i neoliberisti in Messico sono rimasti di stucco, senza alternativa davanti alla crisi. Non possono offrire alternative, perché hanno causato la rovina del Messico accettando i diktat imperialisti e non sanno fare più altro che obbedire a questi diktat, che ora risultano in contrasto con chi disciplinatamente li ha eseguiti.

Ciò che è importante per la sinistra, i movimenti sociali ed il popolo lavoratore, è non aver paura del nuovo negoziato sul NAFTA, perché questo ha portato solo conseguenze terribili per chi vive del suo lavoro. Il peggiore errore che si può commettere in questo momento sarebbe, come ha fatto il PRD, “difendere il NAFTA” nei confronti Trump. Al contrario, noi contadini, sindacati democratici e sinistra in generale stiamo da decenni lottando contro il NAFTA e i suoi risultati. Noi lottiamo per una nazione sovrana ed indipendente che usi le sue risorse naturali per sviluppare una forte economia a beneficio della maggioranza, vale a dire i lavoratori.

La “svolta protezionista” di Trump non implica che gli USA smettano di mirare alle nostre risorse naturali e di approfittare di una manodopera a buon mercato e precarizzata per poterla supersfruttare. Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori, rispetto alla politica commerciale protezionista di Trump, non è un’alternativa “guardare ad altri paesi” (come dice chi propone la Cina o l’Unione Europea) per continuare ad essere un paese semicoloniale e dipendente. Relazioni diseguali e subordinate non miglioreranno la situazione né del paese né dei lavoratori ma sicuramente manterranno i privilegi della casta governante. E’ necessario rompere il modello, non cambiare padrone. La fine del Messico neoliberista dovrebbe essere un’opportunità per unirci dal basso, a partire dal popolo lavoratore, organizzarci e lottare per ricostruire un Messico indipendente e sovrano, giusto e democratico, libero ed egualitario, ecologista, senza sfruttamento né oppressioni di alcun tipo. In pratica, una prospettiva politica rivoluzionaria.

Tutto indica che la “negoziazione favorevole agli Stati Uniti”, che Trump preconizza in relazione al NAFTA, significa maggiore distruzione dell’infrastruttura messicana e maggiore subordinazione dell’economia messicana alle necessità del vicino del Nord. In questa ristrutturazione produttiva degli Stati Uniti, l’impero cercherà di assicurarsi degli input basilari necessari affinché questa si realizzi al minor costo possibile. In questa rovina economica e politica dei neoliberisti messicani a causa della svolta protezionista del nuovo governo statunitense, gli appelli tanto di Peña quanto di altri attori politici come López Obrador (dirigente del MoReNa, Movimiento de Regeneración Nacional, scissione dal PRD guidata da López Obrador, ndt), a forgiare una “unità nazionale” contro Trump, altro non sono che risposte disperate alla crisi di legittimità.

Unità nazionale? Che cosa abbiamo in comune noi lavoratrici e lavoratori messicani con i magnati che cercano di adattarsi al mutamento di scenario politico, con i loro interessi, al nuovo padrone? Che cosa hanno in comune i corrotti, xenofobi e miliardari membri del gabinetto Trump con i milioni di lavoratori neri, latini e bianchi precarizzati dalle politiche democratiche e repubblicane negli ultimi anni? Niente può essere più velenoso dei cosiddetti appelli all’unità nazionale, unità con chi prima di tutto ci ha asservito in questa crisi.

È urgente, ovviamente, forgiare la più ampia unità contro le politiche di odio razzista, di negazione ed oppressione dell’altro. Ma un’unità dal basso e senza frontiere. Trump e Peña rappresentano il nemico, unico, al di là delle posizioni rigide del momento. I lavoratori statunitensi, i Sioux, gli emigrati di origine messicana (lavoratori fratelli all’altro lato della frontiera) e in generale i latinos, il movimento Black Lives Care, i milioni di donne che hanno invaso le strade degli USA sono i nostri principali alleati.

Benché il panorama sia fosco, è altrettanto certo che i duri colpi (di Trump e Peña) hanno già di fronte l’ostacolo di una resistenza che si mobilita. Dall’altro lato della frontiera, l’insediamento di Trump è stato accolto da affollate proteste di massa, con le donne in prima linea e le nuove mobilitazioni e i conflitti che si annunciano sono un punto di partenza. Da questo lato, le massicce manifestazioni contro il gasolinazo e le riforme strutturali annunciano un nuovo periodo di lotte e resistenza. Che contemporaneamente gridano ancora: Fuera Peña! È urgente che i popoli in lotta da entrambi i lati della frontiera si tendano la mano e, insieme, affrontino il mostro capitalista. Bisogna riprendere l’esperienza di solidarietà internazionale per la causa dei 43 di Ayotzinapa, gli studenti rapiti e spariti dal settembre 2014. Non è il tempo dell’unità nazionale, bensì dell’unità senza frontiere, dell’unità dal basso, dell’unità nella diversità, dell’unità per resistere e vincere.

Nel caso messicano, è urgente che lo scontento sociale espresso nelle mobilitazioni grandi e spontanee in tutto il paese, le quali in casi eccezionali, come nella Bassa California, sono riuscite ad ottenere vittorie parziali benché non definitive, possa canalizzarsi ed organizzarsi in fronti di lotta più permanenti e democratici, mentre i diversi referenti organizzati possano favorire la confluenza in questi spazi di incontro. Quasi un mese di spontanee proteste giornaliere in tutto il paese contro il gasolinazo incominciano già a vedere entrare in azione anche forze organizzate precedentemente nella lotta contro il neoliberismo.

Questo giovedì 26 un settore decisivo della classe lavoratrice, rappresentata dalla Nuova Centrale dei Lavoratori, il Sindacato Messicano degli Elettrici (SME), l’Assemblea Nazionale degli Utenti di Energia Elettrica (ANUE) e appoggiata dall’Organizzazione Politica del Popolo e dei Lavoratori, é stato presente in una grandissima manifestazione nelle strade di Città del Messico, un innesto proletario organizzato nel quadro della protesta popolare, civica e spontanea di questi giorni. La mobilitazione del 26 è stata preceduta da decine di blocchi e proteste davanti ai distributori di benzina e ai centri di lavoro della vecchia Compagnia della Luce a Città del Messico da parte dell’ANUE e dello SME.

Il 31 gennaio, sull’altro fronte, è convocata un’altra grande mobilitazione a Città del Messico dell’altro polo di riferimento, costituito dal movimento delle organizzazioni contadine e dell’UNT (Unione Nazionale di Lavoratori), cioè perfino il sindacato dei telefonisti e degli universitari. La dimensione della crisi e le proteste, richiamano la necessità e la responsabilità di costruire un polo organizzato del popolo lavoratore in lotta, indipendente dagli appelli all’ “unità nazionale” lanciati dal governo e da tutti i partiti istituzionali, oggi non solo dai partiti del Patto per il Messico, ma anche dal MoReNa, richiedono uno sforzo cosciente e responsabile per generare uno spazio realmente unitario, allo scopo di poter coordinare a livello nazionale tutte le azioni di lotta ed elevare la protesta e il conflitto al livello che le circostanze richiedono, con il collegamento dei tre inviti alla mobilitazione di questi giorni: Contro il gasolinazo, Contro le riforme strutturali, Fuera Peña.

Far crescere la protesta mediante nuove forme di lotta, compreso lo sciopero civico nazionale, che non si tratta semplicemente di annunciare propagandisticamente ma soprattutto di creare e coordinare le forze sociali capaci di realizzarlo.

In effetti l’abolizione delle riforme strutturali, specialmente quella energetica e della scuola, non può separarsi dall’obiettivo politico della caduta del governo Peña (non per la via trasparente ed istituzionale che propone López Obrador, aspettando le elezioni previste per il 2018, per una transizione concordata). Di fatto, a medio termine, annullare le riforme strutturali non può significare semplicemente il ritorno alla Costituzione com’era prima del 2013 (o del 1994, quando entrò in vigore il TLC), ma in realtà una nuova Costituente che ridisegni il paese, soprattutto ora che l’imperialismo yankee, rappresentato da Trump, impone una svolta alla globalizzazione neoliberista che affannosamente i partiti del Patto per il Messico ed i suoi governi hanno imposto al nostro paese, distruggendo diritti e conquiste storiche, che si siano riflesse o no in qualche momento nella nostra Costituzione.

È certo che l’unità dal basso, dei movimenti e di tutte le forme di resistenza, incontra molte difficoltà, ma la continuazione e l’approfondirsi della crisi può aiutare a rafforzarla nelle prossime settimane. Il 4 febbraio ci sarà un nuovo gasolinazo, approvato dai Partiti del Patto per il Messico nella Legge sulle Entrate. E lo sviluppo pratico dei piani di Trump non porterà ad un periodo di pace e stabilità, a dispetto degli appelli all’ “unità nazionale”. Di nuovo, pensate alle conseguenze sociali della costruzione del muro e del suo pagamento e alla possibile deportazione di massa di lavoratori messicani dagli Stati Uniti.

Oggi, forse come mai prima, è urgente che i movimenti sociali di entrambi i lati della frontiera cerchino spazi di incontro e di dibattito; organizzino campagne unitarie. La solidarietà è cruciale per frenare l’odio razzista. Lo spirito internazionalista è l’unica uscita per sconfiggere il nazionalismo xenofobo. Esistono non pochi punti di incontro, oggi le centinaia di movimenti che hanno resistito per anni ai megaprogetti biocidi in Messico si vedono riflessi nello specchio di Standing Rock; le decine di carcerati politici nelle prigioni messicane ed i manifestanti recentemente incarcerati negli Stati Uniti, che possono subire pene fino a dieci anni, sono parte di una stessa politica di repressione; le donne che dall’anno scorso escono nelle strade in tutta l’America latina contro la violenza alle donne ed i femminicidi hanno nei milioni di pinks pussy hats le loro sorelle.

Peña e Trump: No pasaran!
Uniti vinceremo!