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Facciamo vincere il NO!

di Chiara Carratù e Franco Turigliatto

Siamo agli ultimi giorni di una campagna elettorale devastante in cui Renzi, padronato e media hanno usato ogni sorta di falsificazione e ricatto per condizionare il voto referendario. Oggi Renzi e soci minacciano le dieci piaghe d’Egitto a partire dal crollo delle banche e dal disfacimento dell’Europa nel caso in cui dovesse prevalere il NO e, tutte le potenze divine, o per meglio dire tutte le potenze economiche e finanziarie della borghesia internazionale, si sono precipitate a sostenere l’impresa di Renzi e della Confindustria.

La possibile crisi delle banche italiane non è certo un portato del voto del 4 dicembre, ma espressione di una loro crisi strutturale e dalla reticenza del governo e della borghesia ad ammettere, che solo l’intervento statale cioè la nazionalizzazione di alcuni istituti di credito e non il mercato potrebbe risolvere questa situazione. E le difficoltà dell’Unione Europea sono legate alle grandi contraddizioni su cui questa è stata costruita e alla profonda crisi del capitalismo.

Ma Renzi utilizza anche uno strumento più concreto per convincere gli indecisi, la legge di bilancio, varata a tempo di record dalla Camera per elargire tante piccole elemosine verso diversi strati sociali, molti dei quali estremamente impoveriti. Sono misure che vengono ingigantite dai media mentre vengono taciute le vere grandi regalie che costituiscono l’essenza della finanziaria e che spiegano il grande sostegno ed entusiasmo della Confindustria, l’enorme detassazione dei capitali per favorire le società e le imprese che va sotto il nome di Industria 4.0 e che vale in tre anni oltre 20 miliardi di euro.

La controriforma in sintesi

Riassumiamo il senso complessivo delle controriforme istituzionali proposte dalla legge Renzi Boschi volte a costruire un sistema fortemente accentrato in cui l’esecutivo è tutto e il Parlamento e gli altri organi costituzionali ne sono subordinati: la legge elettorale assicura una maggioranza bulgara a un partito che può essere del tutto minoritario nella società; il candidato a capo dell’esecutivo dispone di un potere enorme sulle candidature e quindi poi sui parlamentari eletti; la Camera diventa quindi solo uno strumento di registrazione delle decisioni del governo. Ma non basta: il Senato, che è stato sempre una spina del fianco per l’esecutivo perché la modalità di elezione produce un maggior equilibrio tra le forze politiche, viene ridotto a un simulacro, una specie di dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci del tutto sotto controllo del partito di maggioranza; le nuove modalità con cui viene eletto il Presidente della Repubblica, costituita la Corte Costituzione e formato il Consiglio Superiore della Magistratura, determinano un completo sbilanciamento dei poteri dello stato. Tutti questi diventano strumenti nelle mani del governo, facendo saltare i meccanismi democratici di controllo e di equilibrio dei poteri dello Stato: la democrazia è sempre più formale e il sistema istituzionale assomiglia sempre più alla struttura di un’azienda, proprio come nei desiderata dei padroni. Infine il sistema della autonomie locali viene stravolto a vantaggio di un forte centralismo statale e governativo, proprio quello che i costituenti del 1948 avevano voluto contrastare dopo la tragica esperienza del fascismo.

Quanto sia importante una Corte Costituzionale in grado di avere una autonomia e una capacità di controllo sugli atti del Parlamento e del governo, a garanzia dei principi costituzionali, lo dimostrano numerosi suoi pronunciamenti a partire da quello sull’Italicum e poi quello più recente sulla legge Madia della “riforma” della Pubblica amministrazione che lede il ruolo delle Regioni. E’ una sentenza che ha fatto imbestialire Renzi e la sua banda e che li spinge ancor di più ad affermare una controriforma che stravolge l’autonomia della Corte Costituzionale.

Forza e limiti dei movimenti

In questi mesi ci siamo battuti perché i movimenti sociali e le forze della sinistra promuovessero una mobilitazione ampia, capace di tenere insieme la battaglia democratica e quella sociale a difesa degli interessi sociali, economici e di lavoro delle classi lavoratrici. Ci siamo anche battuti perché queste forze ricercassero l’unità e costruissero insieme la campagna referendaria e le scadenze di lotta e di manifestazione di piazza.

Sappiamo come queste dinamiche di lotta e mobilitazioni così importanti per favorire il massimo di politicizzazione e di forza contro il governo e la Confindustria, restringendo anche i margini di azione delle destre, sia avvenuto solo in minima parte. Ci sono state diverse giornate di lotta, il 21 e 22 ottobre, il 4 novembre e infine il 27 novembre, ognuna delle quali ha visto scendere in piazza migliaia di lavoratrici e lavoratori, di giovani, di militanti sociali ed ambientalisti. Sono state manifestazioni promosse da forze sindacali e sociali che hanno promosso l’attivazione delle proprie aree sociali di riferimento, ma senza la capacità, ma ancor più la volontà, di costruire un momento unitario comune che permettesse di catalizzare tutte le potenzialità presenti e di esprimere tutta la dimensione e la forza del NO nel paese. Né questo ruolo catalizzatore è stato ricercato ed anche solo pensato dal Comitato Nazionale per il NO al referendum. Si poteva e doveva fare di più.

Per quanto riguarda il principale partito di opposizione, il M5S, com’è nella sua natura ha fatto campagna per conto suo, non interessato a costruire un movimento di massa. Quel che gli interessa è solo catalizzare verso di sé il voto in eventuali elezioni anticipate nel caso si producesse la crisi del governo Renzi.

Solo il movimento delle donne è stato in grado di rilanciare il proprio percorso di liberazione costruendo una grande ed entusiasmante mobilitazione di massa, che ha invaso le strade romane il 26 novembre e che segna un elemento nuovo e straordinariamente positivo di questo autunno. È da notare che la riuscita di questa manifestazione è legata alla volontà delle donne che si sono riappropriate delle strade di Roma di far emergere su ogni possibile divisione la soggettività femminista, unico collante possibile tra le diverse associazioni e collettivi che hanno contribuito alla riuscita della straordinaria giornata del 26 N. Ai tavoli del 27 novembre il movimento ha deciso di rilanciare la mobilitazione lanciando lo sciopero delle donne per l’8 marzo ed è nella costruzione di questo percorso che anche questo movimento dovrà fare i conti con la realtà politica e sociale che determinerà il risultato referendario. Noi saremo in questo cammino: porteremo il nostro contributo in difesa delle libertà e dell’autodeterminazione delle donne e saremo dalla parte delle lavoratrici che lottano per difendere i propri diritti sui luoghi di lavoro.

Contratti a perdere

Per quanto riguarda poi la CGIL, questa organizzazione si è pronunciata per il No, dopo mille reticenze, ma ha evitato in tutti i modi di fare una reale campagna di massa, attivando i suoi iscritti e prendendo significative iniziative. Insieme a CISL e UIL ha continuato a ricercare e realizzare accordi, da quello sull’Ape a quelli contrattuali di categoria, che sono lesivi degli interessi dei lavoratori perché restituiscono ai padroni passate conquiste; sono rivolti alla mera conservazione degli apparati sindacali e del loro ruolo e sono stati un elemento di rafforzamento politico del governo.

Rientra in questa categoria anche la firma del contratto dei metalmeccanici che sancisce la svolta moderata impressa dalla attuale direzione della Fiom a questa Federazione, segnando l’inizio di una nuova epoca e disegnando un nuovo modello sindacale di rapporti col padronato estremamente negativo per la classe lavoratrice, modello che farà scuola e che, mentre scriviamo, forse si sta concretizzando anche per le lavoratrici e i lavoratori del Pubblico Impiego: un bel regalo per i padroni e per il governo alla vigilia del voto referendario.

Sinistra Anticapitalista non può che confermare il pieno sostegno alle compagne e ai compagni dell’area di sinistra all’interno della Fiom e della Cgil che si sono battute e si stanno battendo per attivare i delegati e ai lavoratori per respingere questo accordo; così come riafferma il proprio sostegno all’USB e agli altri sindacati di base che lavorano nella stessa direzione.

No alla controriforma No a Renzi

Ma proprio questa situazione così complessa deve spingere tutte le forze del NO a moltiplicare ancora gli sforzi per contrastare a livello di base, sui luoghi di lavoro, di studio, nei territori, la martellante campagna dei media e di Renzi, per spiegare l’importanza di difendere fondamentali norme democratiche e nello stesso tempo la necessità di sconfiggere un governo espressione della classe padronale. Le compagne e i compagni di Sinistra Anticapitalista, i nostri circoli devono impegnarsi fino in fondo per dare il loro contributo.

E’ necessario che rimanga in vigore un quadro istituzionale, che se pur già fortemente modificato rispetto al passato, costituisce tuttavia ancora un intralcio grave alla volontà della classe padronale di avere piena libertà di azione nella gestione delle politiche dell’austerità e nell’attacco ai diritti della classe lavoratrice. E’ necessario cacciare un governo liberista, nemico delle lavoratrici e dei lavoratori, per aprire la possibilità alla ripresa di un forte movimento di massa per la difesa delle condizione di vita e di lavoro.

Facciamo vincere il NO per rilanciare il protagonismo del movimento operaio e dei movimenti sociali.