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Stavolta ci vuole un NO

Volantone (4 pagine) per gli ultimi giorni della campagna referendaria

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CONTRO IL GOVERNO E LA CONFINDUSTRIA
DIFENDIAMO I DIRITTI DEMOCRATICI
E SOCIALI DELLA COSTITUZIONE

Dopo aver colpito a morte la previdenza pubblica, distrutto i diritti del lavoro, stravolto la scuola di tutti, massacrato la sanità e il welfare sociale, oggi il padronato vuole chiudere il cerchio anche sul piano delle istituzioni perché l’austerità generalizzata può andare avanti solo con la restrizione dei diritti e della democrazia superando la contraddizione attuale tra costituzione formale e costituzione materiale. E’ la conclusione di una lunga marcia iniziata negli anni ’80, all’indomani della sconfitta alla Fiat e, sul piano internazionale, con l’avvento del neoliberismo. I richiami al riformismo e al cambiamento mistificano, sul piano del linguaggio, la spinta verso la restaurazione di un ordine di classe antico e feroce.

La Costituzione italiana, nata dopo le tragiche vicende del fascismo e della guerra, è stata costruita dalle forze che avevano dato vita alla Resistenza e alla lotta popolare contro il nazifascismo, sulla base di forti strumenti democratici e di garanzia, tra cui la divisione dei poteri dello stato per impedire forzature autoritarie e sistemi elettorali volti a favorire la partecipazione popolare garantendo la rappresentanza in Parlamento delle diverse forze politiche e i diritti delle minoranze.

La Costituzione contiene anche una serie di principi generali di eguaglianza e giustizia sociale che i partiti della sinistra avevano fatto inserire ma che diventarono parzialmente realtà solo con le grandi lotte degli anni ’60 e ’70: un sistema previdenziale per tutti, lo statuto dei lavoratori, contratti nazionali di lavoro che difendessero i salari, il divorzio, una riforma del diritto di famiglia che garantisse l’eguaglianza tra uomini e donne, la sanità e la scuola accessibili a tutte e tutti, ecc.

Negli ultimi anni, molte di queste conquiste sociali sono state smantellate dai governi che si sono succeduti, così quando Renzi ci dice che vuole cambiare la costituzione per fare più facilmente altre riforme, abbiamo di che preoccuparci perché abbiamo davanti agli occhi quali disastri sociali abbiano fatto le riforme (ma vanno invece chiamate controriforme) che già hanno realizzato (legge Fornero, Jobs Act, leggi finanziarie che tagliano sanità, scuola, servizi sociali, che soffocano i Comuni, ecc.).

Il solo fatto poi che la Confindustria, le associazioni padronali, ma anche Merkel, Obama, tutta la finanza internazionale e i potentati economici sostengano a spada tratta il Sì nel referendum ci fa capire facilmente quali siano i veri interessi economici e politici che la controriforma di Renzi vuole tutelare. I padroni vogliono istituzioni e governi che applichino rapidamente le misure che garantiscono i loro interessi e profitti, che possano essere governate come fossero aziende.

Non facciamoci quindi ingannare dalla campagna di Renzi e dei media, non perdiamo di vista i nostri interessi di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giovani, precarie e precari, studenti, disoccupate e disoccupati che sono contrapposti a quelli dei capitalisti.


AGLI ORDINI DI JP MORGAN
Una “riforma” nata male

Contrariamente ad ogni prassi, è il governo che ha impostato, voluto e portato avanti, a colpi di fiducia, la “riforma” costituzionale, riducendo drasticamente le discussioni in Parlamento, perfino sostituendo alcuni membri della Commissione affari costituzionali, perché non seguivano la sua linea. L’input è riscontrabile in una arcinota lettera del 2013 della Banca d’affari Usa, Jp Morgan, che esortava i governi del Sud Europa a sbarazzarsi delle Costituzioni nate dalle resistenze antifasciste e, perciò, troppo attente ai diritti dei lavoratori e dell’ambiente.

“I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Insomma, una palla al piede per chi pretende una governance capace di imporre con estrema rapidità tutta la flessibilità che richiede la competizione feroce dei mercati globali. Da mesi, il governo e la stampa sua amica, paventano catastrofi economiche in caso di vittoria del NO. Ma la Costituzione del ’48 non c’entra con la crisi, non fosse altro perché, con tutti i suoi limiti, non è mai stata attuata nelle sue parti progressiste, quelle scritte nella prima parte, che sanciscono i principi di giustizia sociale e che ripudiano la guerra, ma che da sempre vengono negate dalla legislazione ordinaria.

E LA CASTA? LA CASTA RESTA
Un furto di rappresentanza

In una società complessa la riduzione del numero dei parlamentari è sempre una contrazione del diritto alla rappresentanza e della democrazia già messe a dura prova dalle alchimie delle leggi elettorali che, con il meccanismo perverso delle soglie di sbarramento e dei premi di maggioranza, già da tempo consegnano il potere alla più grande delle minoranze ed escludono dal parlamento settori consistenti di elettorato, ne costringono altri a votare “contro natura” e contribuiscono all’innalzamento di quella forma di rassegnazione o di indignazione che è l’astensione. Il numero dei senatori passerà da 315 a 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni. Costoro godranno di immunità parlamentare rendendo quasi impossibili eventuali intercettazioni e inchieste della magistratura sui frequentissimi episodi di “Tangentopoli” e corruzione che infestano la vita politica degli enti locali e delle regioni. E’ la costituzionalizzazione del “doppio mandato”: per di più, essendo impegnati nelle istituzioni locali, non si capisce quando troveranno il tempo e il modo di svolgere il loro mandato di senatore.

RISPARMI IRRISORI
I costi della politica sono altri

Il governo dice che così si risparmieranno 500 milioni ma la Ragioneria dello Stato ha quantificato in 57,7 milioni i risparmi dell’erario: 40 milioni ottenuti dall’abolizione dell’indennità per i futuri senatori e i rimanenti 9 dalla cessazione della corresponsione della diaria mensile (3.500 euro mensili pro capite). Il risparmio dovuto a questo restringimento della rappresentanza sarà di circa il 9%. Resteranno in piedi tutte le strutture organizzative, di personale e di studio del Senato, che sono le più rilevanti; e poi ci vorranno le diarie e i rimborsi spesa per i senatori (sindaci o consiglieri regionali), per le loro trasferte a Roma. Si potrebbe fare meglio e di più riducendo lo stipendio dei parlamentari, tagliando le spese militari, intervenendo sull’evasione fiscale, tassando le rendite finanziare o mettendo mano ai meccanismi da usura del debito.


IL NUOVO SENATO
Un furto di democrazia

In una società complessa, il tempo per promulgare una legge non dovrebbe essere l’unico parametro da prendere in considerazione. E’ fondamentale che le leggi vengano scritte per bene, col massimo del consenso informato dei cittadini. Invece, con le nuove norme, il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della sola Camera. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere, entro un tempo strettissimo (30 giorni) proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze, se lo richiederà almeno un terzo dei suoi componenti. In tal caso, la Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera. L’effetto più importante sarà la fine del cosiddetto “ping pong”, l’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera, con il risultato che l’iter sarà molto più rapido. E, in un Parlamento eletto con l’Italicum, con o senza i ritocchi promessi, saranno sempre leggi imposte dall’esecutivo che avrà una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti: la Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni. Il potere esecutivo si rafforza ulteriormente a scapito del legislativo e la fine del bicameralismo paritario complica, invece di semplificare, i rapporti tra i due rami del Parlamento.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Un regalo al partito di maggioranza

Cambia il quorum: non basterà più la metà più uno degli elettori, ma serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti. Ma, in un Parlamento eletto con l’Italicum e con il gigantesco premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa, l’inquilino del Quirinale sarà comunque un personaggio più che gradito al governo, non più una figura di garanzia come avevano previsto i padri costituenti. Lo stesso discorso varrà per le nomine dei giudici della Consulta: i 5 giudici della Corte costituzionale non saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.

IL NUOVO TITOLO QUINTO
Un attacco ai movimenti popolari

Con la modifica del Titolo V della Costituzione viene rovesciato il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle Regioni. La riforma fa piazza pulita di ogni idea federalista e colpisce al cuore la tradizione regionalista italiana, imprimendo al sistema delle relazioni tra lo Stato e gli enti territoriali una svolta centralista. L’importanza della dimensione territoriale, nelle lotte di resistenza o per momenti di autogestione e potere popolare, è evidente nelle esperienze di movimenti come quelli contro il Tav, le trivelle, il Muos, le grandi opere, le scelte energetiche o le basi militari. Per molte materie, la Costituzione dice oggi che lo Stato e le Regioni fanno le leggi assieme. La riforma individua una soluzione diversa: lo Stato è competente in via esclusiva su alcune materie (espressamente elencate); le Regioni sono competenti per altre materie (espressamente elencate). Ma la riforma, oltre a innescare numerosi conflitti di competenza, introduce una “clausola di supremazia” con la quale si stabilisce che, su proposta del governo, il parlamento potrà esercitare la competenza legislativa in luogo delle Regioni, ossia “espropriare” anche materie che la Costituzione attribuisce alle Regioni. Si badi: ogni materia, nessuna esclusa. Quando sarà possibile “espropriare” la competenza delle Regioni? Lo dice il testo della riforma: “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o “l’interesse nazionale”. Proprio come si sta facendo in Val di Susa per il Tav o in Campania per le devastanti discariche.

IL POTERE DELL’ESECUTIVO
Un uomo solo al comando

Palazzo Chigi avrà in mano l’agenda del Parlamento che dovrà dare una precedenza vincolante a ciò che il governo ritiene urgente. In questo modo, nel rapporto tra riforma del Senato e legge elettorale, si apre la strada ad una concentrazione di potere inaudita, finendo per prospettare, sotto il mito della governabilità, il dominio di un solo partito (o peggio, di un solo uomo). Ed infine, anche al di sopra dell’uomo solo, c’è il nuovo articolo 81, quello che impone al capo un vincolo superiore: il fiscal compact europeo che altro non è che il pareggio di bilancio costituzionalizzato. Si va oltre il sogno di Gelli, della Loggia P2, e di chiunque abbia provato a manomettere la democrazia da Craxi a Renzi: la repubblica autoritaria presidenziale.

REFERENDUM IRRAGGIUNGIBILI
Addio alla partecipazione

Per proporre un referendum serviranno 800 mila firme, contro le 500 mila attuali. Chiunque abbia preso parte a una raccolta di firme sa bene quanto sia difficile superare anche l’attuale asticella del mezzo milione senza un apparato fortissimo e costoso che si dedichi all’impresa. Dopo le prime 400 mila la Corte costituzionale darà un parere preventivo di ammissibilità. Per quanto riguarda invece la presentazione di progetti di legge di iniziativa popolare, il numero di firme necessarie è triplicato, da 50 mila a 150 mila. La proposta di introdurre in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo non è sufficiente a smentire questo altro furto di democrazia.


Per quanto detto nelle pagine precedenti

  • Perché è una riforma scritta sotto dettatura dei potenti
  • Perché è falso che sia una riforma contro la casta
  • Perché è falso che comporti minori spese per il ceto politico
  • Perché la riforma comporta un furto di rappresentanza e di democrazia
  • Perché serve solo a consolidare il potere nelle mani di un solo partito e di un solo uomo
  • Perché allontana ulteriormente il potere dalla pressione dei movimenti popolari
  • Perché rende ancora più difficile la partecipazione dal basso

E’ necessario unire la sacrosanta battaglia per la difesa dei diritti democratici sanciti dalla Costituzione con la battaglia sociale per la difesa degli interessi delle classi lavoratrici

NO Ad una controriforma costituzionale che dà un potere enorme al governo e ai suoi burattinai capitalisti a scapito dei diritti e degli interessi dei cittadini

NO Alle fasulle discussioni sul senato e sui finti risparmi sbandierati per ingannare gli elettori quando invece si spendono miliardi nelle spese militari e nella partecipazione italiana alle guerre nel mondo ed altri miliardi si sperperano in opere inutili e dannose a vantaggio delle tasche dei capitalisti, dei costruttori e degli speculatori

NO Ad una legge finanziaria che regala altri miliardi alle imprese e ai padroni riducendo loro ancora una volta le tasse

Diciamo No ai nostri avversari, nemici della democrazia e della giustizia sociale
Mobilitiamoci per difendere i nostri diritti democratici, sociali ed economici
Il 4 dicembre andiamo a votare
Battiamo Renzi e i suoi compari della Confindustria e delle banche

Ricostruiamo prima e dopo il 4 dicembre la mobilitazione sociale per difendere:

  • le nostre condizioni di vita e di lavoro
  • per avere diritto ad una pensione dignitosa
  • per l’occupazione, la sanità e la scuola pubbliche
  • per una reale democrazia delle lavoratrici, dei lavoratori, delle cittadine e cittadini

Stavolta ci vuole un NO