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Libertà e autodeterminazione delle donne

Conferenza programmatica di Sinistra Anticapitalista

Relazione sul femminismo

di Eliana Como

Le parole che ci descrivono, quelle sotto il logo e quelle che per prime appaiono aprendo il sito, sono tutte al femminile. Che sia la parola anticapitalista o la parola società, che sia un caso o meno, ma di fatto noi tutte e tutti siamo: comuniste rivoluzionarie ecosocialiste libertarie e appunto femministe. Bene! È un buon inizio…

Con franchezza dobbiamo anche dirci, però, che con la fine di Sinistra Critica (anche quella era al femminile!) e con la “separazione” da tante nostre compagne che avevano e hanno ancora un ruolo importante nel movimento LGBT, nei centri antiviolenza e nelle associazioni abbiamo fatto fatica a recuperare un percorso e una pratica femminista attiva e anche oggi il lavoro è qui tutto da fare.

La difficoltà non dipende soltanto dalle nostre vicende organizzative interne, quanto dal contesto più generale di questi anni. Il movimento femminista sono almeno 15 anni che ha un andamento più o meno carsico, con alti e bassi a volte improvvisi e poco spiegabili. Negli ultimi anni, quindi, non siamo state soltanto noi a essere poco attive. E’ il movimento stesso che non c’è stato. Non lo dico per consolarci o giustificarsi, ma casomai proprio per guardare oltre, anche perché questa inadeguetezza collettiva evidentemente ci ha riguardato e ci ha coinvolto tutte.

Lo scorso 25 novembre (quello del 2015) le piazze erano vuote. Ci sono state varie iniziative, belle sicuramente ma frammentate e confinate quando è andata bene ognuna nel suo piccolo.

Niente a che vedere con il 25 novembre del 2007, quando scesero in piazza a Roma 150mila donne contro la violenza maschile contro le donne e contro le strumentalizzazioni razziste e securitarie che si erano scatenate in quei mesi, con le ronde e i pacchetti sicurezza.

E nemmeno con il 25 novembre del 2013, bello anche quello, quando per la prima volta dichiarammo lo sciopero delle donne contro la violenza degli uomini, con l’assenza colpevole della CGIL che si tirò via all’ultimo momento. Il tema dello sciopero peraltro dovremmo riprenderlo, come strumento di lotta e conflitto. L’esperienza delle donne polacche in questo senso è significativa.

Il 25 novembre dell’anno scorso invece non c’è stato nemmeno un tentativo di movimento che fosse collettivo né tanto meno conflittuale e che provasse a tenere insieme le tante realtà e i tanti collettivi di donne che ogni giorno (non uno solo!) lavorano contro la violenza contro le donne. Così, aldilà della retorica e delle lacrime di coccodrillo, non c’è stato conflitto e non c’è stata partecipazione.

L’autunno era freddo per tutti, vero. Ma eravamo mestamente di fronte a un altro 8 marzo, con il rischio, lo sapevamo tutte che le bacheche di FB erano piene di scarpette rosse, qualche parola l’avrà detta anche Barbara D’Urso o chi per lei, magari la Litizzetto, ma è finito lì. E senza partecipazione e senza conflitto, senza l’attività quotidiana dei centri antiviolenza, senza le lotte delle donne per la loro autodeterminazione nella vita quotidiana e nel lavoro di certo non si combatte il patriarcato e la cultura sessista dominante, dentro la quale sopravvive la violenza maschile contro le donne.

Con il rischio che alla fine, senza una vera elaborazione e una participazione attiva, la violenza sia condannata a parole ma venga più che tollerata nei fatti. E a ogni femminicidio si discuta per giorni delle abitudini, del carattere, del vestito, della scelta di uscire a una certa ora in un certo posto, dell’incapacità di non denunciare i propri persecutori. Spostando – questo è l’obiettivo – l’attenzione dal carnefice alla donna uccisa. Di volta in volta a uccidere sono la gonne troppo corte, le ore piccole, il buoi, oppure la gelosia, i raptus, la rabbia cieca, “l’amore”.

E il femminicidio è considerato uno stato d’eccezione o di emergenza, non invece un fenomeno strutturale, l’estrema conseguenza della cultura patriarcale che lo alimenta e lo giustifica.

Il prossimo 25 novembre lo scenario è però tutt’altro e noi ne dobbiamo essere parte attiva.

Da prima dell’estate, è partito un appello di varie associazioni di donne (Rete IoDecido, D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, UDI – Unione Donne in Italia) dal quale è nato un percorso di mobilitazione che, dalla denuncia della chiusura di molti centri anti-violenza e in concomitanza come sempre con l’ennesimo fatto di cronaca, quello di Sara, la ragazza romana bruciata nell’auto dal suo fidanzato, ha proposto una manifestazione nazionale a Roma con una sua piattaforma rivendicativa. Rivendicativa e conflittuale, anche nei confronti del Governo, ovviamente, tanto che il giorno dopo, il 27 novembre sarà dedicato alla definizione di un percorso comune che porti alla revisione del Piano Straordinario Nazionale Anti Violenza. Piano che è stato da subito criticato dalle femministe e dalle attiviste dei centri antiviolenza, perché insufficiente nelle risorse (addirittura depotenzia i centri antiviolenza) e legato a una logica assistenzialista e vittimista delle donne, emergenziale e, ça va sans dire, securitaria che considera come soggetto passivo, “da prendere in carica”, cancellando la loro autodeterminazione.

Il prossimo 25 novembre non ci saranno soltanto scarpette rosse nelle vetrine di FB o dei negozi in centro. Il 26 novembre per noi è una giornata di lotta e di rivendicazione, alla quale parteciperemo tutte e che contribuiremo a costruire, anche portando i nostri contenuti e la nostra elaborazione nella discussione collettiva che la anima.

Per noi, per tutta l’organizzazione, questo appuntamento è fondamentale. Capitalismo e patriarcato sono in stretto rapporto tra di loro (non esclusivo perché il patriarcato esisteva ben prima della privitazzazione dei mezzi di produzione e del lavoro salariato), ma senz’altro strutturale e strumentale.

L’uno si alimenta sull’altro e le forme di oppressione di classe stanno in relazione stretta con le forme di oppressione di genere. Il sistema patriarcale si intreccia con quello capitalista il quale utilizza a proprio vantaggio l’oppressione di genere e la conseguente discriminazione: salari più bassi, forte precarietà, ricatto, lavoro di cura che grava principalmente sulle donne sono la conseguenza materiale di questo intreccio.

Questo avviene in modo drammatico nei paesi poveri del mondo o peggio ancora nei paesi in guerra (Le donne sono le prime a subire violenze sia fisiche che psicologiche in situazioni di guerra: sono quelle che per prime devono occuparsi dei figli e degli anziani anche in situazioni di pericolo e il loro corpo è da sempre considerato un bottino di guerra).

Ma avviene altrettanto seriamente nei paesi dell’occidente industrializzato, dove è innegabile che dal punto di vista dei rapporti di genere negli ultimi decenni siano cambiate molte cose e che le donne, grazie alle loro lotte, godano di libertà inimmaginabili nel secolo scorso o in altri paese, ma dove anche per questa ragione, in moltissimi aspetti della vita sociale economica e familiare le disuguaglianze e le discriminazioni sono niente affatto superate e l’emancipazione un processo fortemente contraddittorio. E dove, anzi, il patriarcato e la cultura dell’oppressione e della violenza, in generale del possesso, diventa più aggressiva.

Per non parlare dell’Italia, dove permane l’ingerenza della Chiesa cattolica, del Vaticano e delle sue lobby.

A questo si aggiungono le trasformazioni di una società invasa dai mezzi di comunicazione, dove anche la violenza e l’oppressione diventano più subdole. Penso ovviamente alla morte di Tiziana Cantone, che sta portando alla luce una forma di violenza legata a un uso illecito e spregiudicato dei social network. Una forma di violenza che, seppure amplificata nelle conseguenze, non è tanto nuova perchè affonda le sue radici nella cultura del pettegolezzo e del pregiudizio cui le donne sono sempre state costrette. Se osano trasgredire ma anche per molto meno: per come sei vestita o svestita, truccata o non truccata, se sei grassa o se sei magra, se sei una ragazzina ma anche se sei un’atleta olimpionica o persino la sindaca di Roma. Il giudizio e il pettegolezzo gravano sempre come una scure sulle donne.

Tutti questi aspetti e l’intreccio tra il patriarcato e il capitalismo per noi sono centrali: non c’è una oppressione che viene prima delle altre. Il nostro nemico è il capitalismo tanto quanto il patriarcato. Immaginare la liberazione da uno senza l’altro è sbagliato e illusorio e non appartiene nemmeno un po’ alla nostra elaborazione.

Per questo dobbiamo anche dire che è riduttivo un approccio al tema dell’oppressione delle donne in termini sommariamente culturali, che non mettano in discussione il sistema di potere e il rapporto capitalistico in quanto tale.

Eppure spesso, soprattutto in Italia, si affronta spesso il dibattito femminista in modo superficiale, senza mettere in discussione il patriarcato e come fosse argomento di disquisizione filosofica accademica, che non c’entra con i rapporti sociali. Questo avviene anche a causa di un certo femminismo storico, anzi di certe femministe storiche che considerano assoluta la loro verità, la loro autodeterminazione, la loro libertà, ma evidentemente poco sanno di quella di quasi tutte le altre.

Così sono stati inquinati gran parte dei dibattiti di questi ultimi anni. Da quello sulla maternità surrogata a quello sul burkini, per esempio. Non entro nel merito né dell’uno né dell’altro, se non per dire alcune cose. Giusto o meno che sia tanto la maternità surrogata quanto il burkini (e io non penso che in nome della libertà delle donne possa essere giustificata qualsiasi scelta, anche se è appunto è una oppressione a un marito, a uno stato, a una religione) – però è inaccettabile che:

  • si scopra soltanto quando c’è da giudicare la scelta di Niki Vendola di avere figli che esiste l’utero delle donne e che va difeso senza se e senza ma o peggio ancora che esistono i paesi del terzo del mondo e che in questi paesi i soggetti più poveri e più sotto ricatto sono le donne;
  • altrettanto inaccettabile che la polizia di un paese europeo stabilisca come si possano vestire o svestire le donne. Io personalmente ritengo che il burqa o quanto di simile sia uno strumento di oppressione, ma il divieto di per sé è sbagliato e controproducente. E per settimane si è discusso di questo piuttosto che, per esempio, della politica internazionale della Francia e del suo intervento militare, che, come ricordavo prima, le donne pagano più di chiunque altro.

Il tutto rigorosamente senza sentire il parere delle dirette interessate e disquisendo – questo è il punto – come si fosse al circolo culturale, in salotto o al bar di questa o quella università.

Lo stesso polverone alzato dal fertility day è stato per tanti e tante soltanto un fatto “culturale”.

Ribaltiamo la polemica suscitata dal fertility day. Non è stato un passo falso della Ministra della Salute, che – certo! – in 15 giorni ha sbagliato due campagne di comunicazione, finendo per essere costretta a ritirarle entrambe dopo poche ore. Ma lei stessa ha detto “non sono il ministro della Comunicazione» concentratevi sui contenuti. Infatti, facciamolo.

Perché il problema non è che la Lorenzin ha sbagliato campagna pubblicitaria. Il punto è che lei rappresenta in questo paese la cultura antiabortista e cattolica. E attraverso di lei, la rappresenta questo governo, lo stesso che dopo mesi di discussione in Parlamento e piazze piene ha chiuso la discussione sulla legge Cirinnà con una soluzione lontanissima dalle aspettative.

Così non ci si può scandalizzare e indignare per la pubblicità con la clessidra in mano (davvero imbarazzante per quanto è cretina!) e poi tacere sul fatto che la pillola proprio in quei giorni diventa non mutuabile e che comunque sono migliaia i medici antiabortisti. La compagna della Lorenzin è inaccettabile ma va contestata non soltanto da punto di vista culturale ma dal punto di vista sociale economico e politico.

Si è molto detto è vero che il problema se si fanno pochi figli è la precarietà, i servizi sociali che mancano etc. Si è detto poco però che i figli degli immigrati anche se nati in Italia non hanno diritto di cittadinanza perché non esiste lo ius soli in questo paese. E le immigrate di figli ne fanno, eccome.

Altro tema di cui si è parlato poco è la legittima scelta delle donne di non avere figli. Scelta tutt’altro che rispettata dalla cultura patriarcale di questo paese e dal suo immaginario collettivo che vorrebbe poter imporre a tutte le donne di essere madri. Se decidi di non fare figli, sei per loro socialmente inutile!

Non si parlato nemmeno, per esempio, del rapporto tra condizioni di lavoro e fertilità/maternità. Perché quello sì – altro che le cattive compagnie – provoca danni all’apparato riproduttivo di donne e uomini (lavoro notturno, turni di sabato e domenica, catena di montaggio). Ma non se ne parla. Nei posti di lavoro sembra un tabù questo. Quando le operaie di Melfi, per esempio, hanno parlato di mestruazioni è stata una rivoluzione! Ne parlavano per chiedere che venisse loro cambiato il colore della tuta, perchè 8 ore in catena di montaggio, in piedi, con pochi minuti di pausa anche per necessità fisiologiche e la tuta bianca non è esattamente il massimo quando hai le mestruazioni. A meno che non tu non sia l’attrice della pubblicità che quando hai le mestruazioni sei vestita in abito da cocktail e tacco 12.

Altrettanto, non si affronta mai seriamente il tema più in generale della salute e della sicurezza declinandone le differenze tra uomini e donne, per cui gli stessi dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, caschi etc) sono “neutri”. Cioè pensati per gli uomini; poi le donne vi si adatteranno.

A proposito delle condizioni di lavoro, non si affronta in modo serio nemmeno il tema della riduzione dell’orario di lavoro, che molto spesso diventa lo strumento per caricare le donne di altro lavoro di cura, non certo per liberare il loro tempo di vita.

Insomma, tantissimo c’è ancora da fare. Sul piano dell’immaginario simbolico e culturale, ma soprattutto su quello dei rapporti sociali e economici, comprese appunto le condizioni di lavoro delle donne. E per noi tutti questi aspetti sono cruciali.

La parola “femminista” non è una parola in più sotto il nostro simbolo. Ciò non toglie la nostra inadeguatezza sul piano dell’elaborazione, dell’organizzazione e della pratica. In questi mesi, soprattutto grazie al lavoro organizzativo di Chiara, abbiamo cercato di riprendere le fila di questo lavoro, proprio ripartendo da qui, dal Congresso di gennaio, con l’elaborazione del manifesto e del volantino, prima sull’8 marzo poi sulla violenza contro le donne. Le cose da fare – sia sul piano della pratica che della elaborazione – sono ancora tantissime. Il contesto e l’appuntamento del 26 novembre ci aiutano perchè possono essere uno strumento di rilancio della nostra iniziativa, ma al tempo stesso non ci lasciano alibi.

Anche perché ovunque le donne si mobilitano, fanno la differenza. E’ il caso delle donne polacche nelle ultime settimane, di quelle argentine negli ultimi giorni, di quelle di Kobane negli ultimi anni.

Allora prendiamo esempio da loro. E voi, compagni, prendete esempio da noi.