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Siria e Yemen, no ai bombardamenti

di Gilbert Achcar, da madamasr.com, traduzione di Franco Turigliatto

L’opinione pubblica araba si divide in due categorie principali: da una parte quelli che condannano i bombardamenti distruttivi ed assassini delle città e delle campagne della Siria da parte del regime di Assad e del suo padrino russo, restando però in silenzio a proposito dei bombardamenti distruttori ed assassini delle città e delle campagne yemenite da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, quando non li sostengono direttamente. Dall’altra, quelli che condannano i bombardamenti distruttori e assassini delle città e delle campagne dello Yemen da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita tacendo sui bombardamenti distruttori ed assassini delle città e delle campagne della Siria da parte del regime e del suo padrino russo, o addirittura sostenendoli direttamente.

Non riesce a farsi sentire la voce di una terza categoria, quella di coloro che condannano questi due bombardamenti come egualmente criminali (anche se è difficile negare che i bombardamenti del regime siriano e del suo padrino russo hanno causato un numero superiore di vittime e di distruzioni). Questa terza categoria tuttavia esiste ed è forse più importante e ramificata di quanto il suo silenzio potrebbe far credere. Si tratta della categoria che pone gli interessi e la sicurezza delle popolazioni al di sopra di ogni considerazione politica e rigetta la logica deprecabile che vorrebbe che “il nemico del mio nemico sia mia amico”, indipendentemente dalla natura di questo “amico”, dei valori che rappresenta e dei fini che si prefigge. La verità, in realtà, è che le forze controrivoluzionarie che si sono mobilitate contro il grande sollevamento arabo del 2011, conosciuto sotto il nome di “primavera araba”, si presentano sotto diverse forme e caratteristiche.

Sia il regime siriano che quello dell’Arabia saudita costituiscono i pilastri dell’antico regime arabo putrescente contro cui il sollevamento si è indirizzato, con il sogno di poterlo distruggere e sostituire con un ordine nuovo che garantisse “il pane, la libertà, la giustizia sociale ed anche la dignità nazionale “, cioè gli slogan che sono stati scanditi in piazza Tahir al Cairo così come in numerose altre piazze, slogan che costituiscono la migliore sintesi delle aspirazioni delle “primavere arabe”. L’obiettivo di questi due bombardamenti, quello condotto dal regime siriano e dal suo padrino russo e quello condotto dal regime saudita e dai suoi alleati, è di una sola e medesima natura: entrambi vogliono seppellire il processo rivoluzionario che si è acceso in Tunisia il 17 dicembre 2010, sei anni fa.

Il ruolo del regime siriano e dei suoi alleati iraniani (accompagnati da ausiliari) e russi, affrontando e reprimendo la rivoluzione siriana nel modo più orribile e disprezzabile, al prezzo di un numero incalcolabile di massacri e di distruzioni, non potrebbe essere più chiaro. Salvo, forse, per quelli che si rifiutano di vedere e persistono nel negare la realtà o si sforzano di giustificarla presentando il sollevamento come il frutto di una cospirazione straniera, ripetendo gli argomenti che sono stati sempre usati da tutti i regimi reazionari posti di fronte a sollevazioni o a rivoluzioni. Per quanto riguarda il ruolo del regime saudita alla testa della reazione araba, questo è confermato dall’insieme della storia di questa monarchia, in particolare dopo che i venti della liberazione dal colonialismo e dall’imperialismo si sono dispiegati nel mondo arabo. Dal 2011 questo ruolo ha assunto diverse forme. Dalla repressione diretta, come è stato l’intervento in Bahrein a sostegno del vecchio regime (marzo 2011), passando attraverso i diversi sostegni apportati ad altri vecchi regimi come in Egitto e in Tunisia. Infine ha preso la forma della fornitura di aiuti e fondi ai gruppi salafiti in Siria allo scopo di indirizzare il sollevamento verso un’ideologia confessionale conveniente al regime e che gli permettesse di sbarazzarsi della minaccia democratica che rappresentava la rivoluzione siriana per il dispotismo arabo in tutte le sue varianti, e non per il solo regime baathista siriano.

Nello Yemen, paese vicino, dove gli avvenimenti costituiscono la sua preoccupazione principale, il regime saudita è intervenuto per favorire un compromesso tra l’ultrareazionario Ali Abdallah Saleh e un’opposizione dominata da forze reazionarie. Questo misero accordo era destinato ad abortire: è affondato determinando il crollo dello Stato yemenita, che, a sua volta, ha precipitato il paese nell’inferno della guerra. La guerra yemenita non è tra un campo rivoluzionario e un campo controrivoluzionario, ma tra due fazioni entrambe in totale opposizione alle aspirazioni fondamentali per le quali la gioventù dello Yemen si era sollevata nel 2011. L’intervento condotto dall’Arabia saudita sostiene una delle fazioni in una guerra che contrappone due campi egualmente reazionari; le ragioni del suo intervento sono strettamente collegate a considerazioni sulla sicurezza della monarchia. Il suo strumento principale corrisponde fin troppo bene alla sua natura reazionaria: bombardamenti aerei delle zone popolose senza preoccuparsi dei massacri dei civili, su questo punto del tutto identici ai bombardamenti russi in Siria, senza dimenticarsi degli assassinii deliberati dei civili operati dal regime.

E’ la ragione per la quale tutti quelli che sono rimasti fedeli alle speranze create dal sollevamento arabo e che manifestano la volontà di far rivivere quel processo rivoluzionario (e che è stato confrontato a una dura ricaduta reazionaria due anni dopo il suo inizio) restano fedeli a principi di fondo, condannando l’assalto reazionario che cade dal cielo, quale ne sia l’origine. E’ uno degli aspetti indispensabili della costruzione nel mondo arabo di un polo progressista indipendente da tutti i poli dei vecchi regimi arabi e dei loro concorrenti reazionari. E’ la condizione indispensabile se si vuole che la rivoluzione araba possa nuovamente risorgere e riprendere la marcia che aveva intrapreso sei anni fa. Senza di questo non esiste speranza di poter superare la situazione catastrofica in cui la regione è piombata.