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UNESCO, su Gerusalemme Renzi ascolta Netanyahu

di Cinzia Nachira, da rproject.it

“Non ho convocato il ministro, si convocano gli ambasciatori degli altri paesi, ho detto solo di aver parlato con il ministro degli Esteri”. Quella italiana è stata una “posizione tradizionale nel senso che tutti gli anni va in automatico un voto di questo genere, non è la prima volta. Ecco, siamo andati in automatico, ce ne siamo accorti tardi. Ma questo non vuol dire che la posizione non vada cambiata, io almeno la penso così – ha continuato – Penso si debba ridiscutere e riflettere: non è certo colpa dell’ambasciatore”, ma di linea politica “e su questo è stato fatto un errore”. Perché “non si può negare quel che è l’origine, la storia di quella meraviglia, quello scrigno che è la città di Gerusalemme”.

Con queste parole riportate dall’ANSA il 21 ottobre il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, ha commentato la risoluzione dell’UNESCO sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme che tante polemiche ha suscitato. Il dubbio che il primo ministro italiano abbia letto la risoluzione dell’UNESCO (leggi il testo integrale)è molto forte e fondato. Infatti, dalla dichiarazione di Matteo Renzi nasce una domanda: che significa “siamo andati in automatico”? Probabilmente che risoluzioni di questo genere hanno sempre visto l’astensione dell’Italia, nel tentativo di non far torto a nessuno.

Ma cosa ha provocato tanto scandalo? Basta leggere la risoluzione per comprendere che ancora una volta a far infuriare il governo israeliano è un dato politico e non religioso. Al quinto punto della risoluzione si legge:

Condanna fortemente il fallimento di Israele, potenza occupante, nel cessare i persistenti scavi e lavori in Gerusalemme Est ed in particolare all’interno ed intorno alla città vecchia, e rinnova ad Israele, la potenza occupante, la richiesta di proibire tali lavori in conformità con i propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO […]

Il punto di scandalo per Israele è la definizione di quel che è: una potenza occupante, che in particolar modo dal 2000 ha usato l’accesso alla Spianata delle Moschee come arma repressiva contro i palestinesi, impedendo loro l’ingresso nel giorno di preghiera, il venerdì. Per far questo ovviamente era necessario per le autorità israeliane di fatto esautorare il Waqf, l’istituzione islamica che è responsabile della Moschea di Al Aqsa. Dal punto 7 al punto 10 della risoluzione, l’UNESCO di fatto ricostruisce le numerose aggressioni da parte dell’esercito israeliano e degli estremisti religiosi ebrei avvenute in questi ultimi sedici anni. Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che nel 2000 Ariel Sharon, allora capo dell’opposizione nel parlamento israeliano, fece un clamoroso gesto dimostrativo recandosi sulla Spianata delle Moschee circondato da una scorta enorme di soldati e da un circo mediatico impressionante. Quel gesto, una provocazione intollerabile per i palestinesi (e per qualunque persona di buon senso) dette il via alla cosiddetta Seconda Intifada. Successivamente Israele, con l’alibi di ricerche archeologiche e del “verde pubblico” ha sistematicamente violato quel luogo. I cosiddetti lavori archeologici hanno minato la stabilità delle mura della spianata, mettendo in serio pericolo la moschea di Al Aqsa e la cupola della Roccia. Per questo motivo l’invito dell’UNESCO alla potenza occupante a ripristinare lo statu quo ante il 2000 ha dato tanto fastidio. Ovviamente, nella risoluzione non c’è traccia di alcuna negazione del legame fra ebraismo e il monte del Tempio, anzi al terzo punto si ribadisce l’importanza di quel luogo per le tre religioni monoteistiche.

Questa boutade chiassosa di Israele, e dei suoi sostenitori incondizionati, non è che l’ennesimo tentativo di far passare i palestinesi e gli arabi come coloro che vorrebbero cancellare il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. D’altronde è molto recente la scandalosa, questa sì, dichiarazione di Benyamin Netanyahu per cui la richiesta palestinese di smantellare le colonie in Cisgiordania sarebbe stata un’incitazione alla “pulizia etnica”. Seguendo questa logica aberrante lo stesso Ariel Sharon dovrebbe subire la stessa accusa, visto che nel 2005 decise il “ridispiegamento” delle colonie israeliane dalla Striscia di Gaza…

Quindi, di cosa stiamo parlando? Di una cosa antica riguardo alla regione vicino orientale, la sostituzione degli elementi religiosi ai nodi politici e alle responsabilità storiche.

Da sei anni Israele, per opportunismo politico, è rimasto ai margini dello scontro complessivo che interessa i Paesi arabi che lo circondano. Questo atteggiamento gli ha consentito di fare più o meno ciò che voleva sul “piano interno”, ossia riguardo ai palestinesi, anch’essi coinvolti solo marginalmente dalle rivolte arabe scoppiate nel 2011.

È assai probabile che la risoluzione dell’UNESCO abbia dei patrocinanti a cui per altro interessa assai poco il destino del popolo palestinese, ossia i Paesi del Golfo. Questi sono assai coinvolti nella tragedia siriana dove puntano a radicalizzare lo scontro religioso fra sunniti, sciiti e alauiti ed in questo contesto ovviamente il loro appoggio alla risoluzione offre loro un’opportunità di presentarsi alla stessa opinione pubblica araba come i paladini della lotta per la difesa della “islamicità” di Gerusalemme Est nel suo complesso e non solo della Spianata delle Moschee. In definitiva il rischio è che israeliani e palestinesi vengano spinti sullo scenario dello scontro regionale nel modo peggiore e più consono agli estremisti di ogni risma e di ogni parte.

Il governo oggi in carica in Israele, il più oltranzista della sua storia e con venature fasciste, è un serio pericolo per il popolo israeliano, perché con la sua arroganza e la sua aggressività lo espone al rischio di un’implosione di cui ci sono già tutti i sintomi.

D’altro canto anche per l’Occidente l’oltranzismo israeliano è un perenne rischio perché l’ingresso sulla scena regionale di un rinnovato, e più violento di quanto già non sia, conflitto con i palestinesi su basi religiose, minerebbe le alleanze inconfessabili anche se assai note proprio con i Paesi del Golfo. In questi anni le tensioni fra i governi israeliani e l’Occidente, Stati Uniti in primis sono state molte, soprattutto dettate da interessi politici a che il conflitto israeliano palestinese restasse sullo sfondo.

A tutti è noto che nei momenti più difficili i Paesi arabi hanno sempre innalzato la bandiera palestinese, anche se poi in effetti le loro politiche hanno danneggiato il popolo palestinese a volte più di quanto abbiano fatto le politiche israeliane. In questo senso quindi il grande clamore sulla decisione dell’UNESCO di ribadire alcune semplici verità ha il sapore di essere un gioco al rialzo di cui paradossalmente gli stessi primi interessati, i palestinesi, potrebbero rimanere vittime.

Con questo evidentemente non intendiamo sostenere che le accuse israeliane abbiano un fondamento, ma che coloro che soffiano su questo fuoco non sono affatto amanti e paladini di una pace giusta né in Palestina, né nel resto di quella regione del Vicino Oriente che è deflagrata ed è vittima di due forze concorrenti tra loro, i vecchi regimi che a costo di bagni di sangue inenarrabili cercano di sopravvivere, da un lato, e di quelle forze politico religiose oltranziste che stanno tentando di riscrivere i confini della regione su basi etnico religiose, confiscando le aspirazioni democratiche che erano alla base delle rivolte scoppiate nel 2011.

In questo contesto, non è un caso se il governo più oltranzista della storia di Israele, al cui interno vi sono delle forze politico religiose con tendenze fascisteggianti, abbia reagito in modo violento alla risoluzione e abbia fatto pressioni, che come d’abitudine hanno raggiunto il loro obiettivo, sul governo italiano. In definitiva le dichiarazioni di Matteo Renzi, ridicolizzando il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, offrono una sponda insperata a quella maggioranza del governo israeliano e, purtroppo, anche di opinione pubblica israeliana che vedono i palestinesi ormai solo come un popolo da espellere. Per un altro verso, dell’annunciato passo indietro sull’astensione annunciato dallo stesso Paolo Gentiloni per il prossimo aprile approfitteranno tutti coloro che nelle leadership arabe vorranno tornare a brandire la bandiera palestinese in chiave di irredentismo religioso. Sicuramente di tutto hanno bisogno i palestinesi, ma non di questo.