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Siria, l’inferno di Aleppo

Nella guerra siriana dal 2011 ad oggi mezzo milione di siriani hanno perso la vita, più di un milione sono stati feriti o sono invalidi e, secondo i dati dell’UNHCR riportati dal sito syrianrefugees.eu, 4,8 milioni di siriani sono scappati in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq e 6,6 milioni hanno dovuto sfollare in un’altra località della stessa Siria. Circa un milione hanno chiesto asilo politico in Europa.

Oggi Aleppo è un inferno sotto il diluvio di fuoco del regime di Assad e dei russi, che non esitano a distruggere le stesse infrastrutture e gli ospedali; decine di migliaia di bambini (centomila, secondo il Manifesto) sono intrappolati nella parte orientale della città e muoiono per denutrizione o vittime degli incessanti bombardamenti aerei; negli ospedali ancora in funzione si pratica la selezione dei feriti all’inverso; si curano solo quelli leggeri; non c’è speranza e non ci sono possibilità e strumenti di intervento per quelli feriti gravemente.

La barbarie domina e il mondo guarda in silenzio il martirio di quella città; poche voci provano a rompere questo silenzio. E non lo fanno di certo e seriamente, né possono o vogliono farlo, i tanti governi dei paesi del mondo a loro volta impegnati o complici in altri conflitti che sono causa della crescente barbarie.

In Italia anche gran parte della sinistra è straordinariamente muta di fronte a quel che avviene in Siria e al massacro di Aleppo, incapace non solo di una reazione, ma anche solo di prendere la parola. Alcuni forse solo perché hanno difficoltà ad orientarsi in scenari politici e geopolitici più complessi del passato e sembrano aver smarrito la bussola internazionalista del partire sempre dai diritti democratici e sociali dei popoli oppressi e dalle loro lotte di liberazione, peraltro unica strada per combattere davvero l’imperialismo; altri, ed è ancora più grave, non si vergognano a parteggiare apertamente per il dittatore Assad e per la Russia di Putin sulla base di un assurdo e insano campismo fuori dal tempo, schierandosi cioè dalla parte dei carnefici e contro le vittime, la città martire di Aleppo.

Facciamo appello a non rassegnarsi all’esistente, a chiedere la fine dei bombardamenti su Aleppo e su tutta la Siria, a non lasciare sola la popolazione di Aleppo.

Vedi anche l’appello della Campagna per la Siria

Per questo riprendiamo un articolo comparso il 28 settembre su Le Monde.

di Benjamin Barthe, traduzione di Franco Turigliatto

I bombardamenti vogliono annientare la ribellione e scoraggiare la popolazione. “Sono i bombardamenti più duri di questi ultimi 5 anni”, è la testimonianza di un dottore che si trova ancora in loco.

Bombardare, accerchiare, affamare. Da mesi, da anni, senza alcuna discontinuità. Fino a quando il nemico, senza più forze, decida di abbandonare le armi e di evacuare la zona che stava difendendo. E’ la strategia perseguita dal regime siriano fin dal 2011 per domare l’insurrezione anti Assad. Una guerra di soffocamento lenta e crudele, quale serve all’esercito del regime, raggruppamento di milizie e di unità regolari, le cui capacità offensive sono limitate.

Questa tecnica che ricorda il Medio evo, sta portando i suoi frutti, in due enclave ribelli, assediate da molti anni: la città di Daraya, nella periferia di Damasco, svuotata della sua popolazione alla fine di agosto e il quartiere di Al-Waer, alla periferia di Homs, dove i combattenti stanno evacuando la zona.

Aleppo Est, il punto di forza degli insorti nel nord della Siria, una zona molto più grande e popolata (250.000 abitanti), potrebbe anch’essa, per sfinimento, alzare bandiera bianca? E’ la scommessa che stanno facendo Damasco, Mosca e Teheran, i tre alleati, che dopo la fine, il 19 settembre, della tregua faticosamente negoziata tra gli Stati Uniti e la Russia, sottomettono i suoi abitanti a bombardamenti di una ferocia inaudita.

“Sono i bombardamenti più duri da 5 anni a questa parte”, afferma il dottor Hamza Al-Khatib, uno dei trenta medici ancora presenti nei quartieri orientali con un messaggio che ci giunge da WhatsApp. “Le bombe utilizzate hanno una capacità di distruzione mai vista prima”. Secondo il Centro di documentazione delle violazioni, una ONG siriana di difesa dei diritti dell’uomo, 377 abitanti di Aleppo sono morti in questi raid aerei tra il 20 e il 26 settembre, in grandissima parte civili.

“Crimine di guerra”

La frequenza degli attacchi aerei è diminuita martedì 17 settembre, giorno in cui sono stati registrati “solo” 11 morti, ma nei 4 giorni precedenti, per lo meno un centinaio di attacchi si sono abbattuti ogni 24 ore causando in media tra 80-90 morti. “Non osiamo più muoversi da casa, non si pensa più a mangiare e, in ogni caso, è sempre più difficile trovare del cibo a dei prezzi abbordabili”, racconta Aiham Barazi, un giornalista siriano. “Tutto quello che si fa è attendere la morte.”

L’aviazione russa è accusata di aver impiegato, per la prima volta, bombe particolarmente efficaci, chiamate bunker buster, volte a distruggere le infrastrutture sotterranee. L’accusa si basa sulle foto di crateri di circa 6 metri di profondità scoperti in parecchie zone della città, e sulle testimonianze degli abitanti, che parlano di un “terremoto” che fa crollare gli immobili nei dintorni della caduta della bomba.

Secondo l’inviato speciale dell’Onu sulla Siria, Staffan de Mistura, l’utilizzo di questa arma in una zona così popolata, come anche l’aver utilizzato, fatto già verificato, bombe incendiarie, potrebbe costituire “crimine di guerra”.

Queste armi sofisticate sono rivolte in parte ontro obbiettivi militari. La Brigata Tajamu Fustakim, uno dei principali gruppi armati di Aleppo, affiliato all’Esercito siriano libero (ASL), l’ala moderata della rivolta, ha perso nei bombardamenti degli ultimi giorni le sue riserve di cibo e di benzina e una parte del suo arsenale militare, che erano stati nascosti nel sottosuolo. “Certo siamo stati colpiti per tutte queste perdite” ha riconosciuto sotto copertura d’anonimato un comandante della brigata, in azione sul fronte Salahedin, a sud della città, “I miei uomini non hanno mangiato del pane da tre giorni. Invece di far funzionare i generatori dieci ore al giorno, dobbiamo accontentarci di due ore.”

Il blitz russo-siriano si accanisce anche sui quartieri sud, come Seif Al-Daoula e Soujari, che risultano tra i più popolati. Potrebbe essere il modo con cui far fuggire gli abitanti ed essere il preludio di una attacco terrestre.

Ma le forze del regime si sono anche impadroniti di un piccolo settore, Farafirah, ai piedi della cittadella. Ma sono rari gli osservatori che ritengono si sia nell’imminenza di una offensiva terrestre di grande ampiezza. Il regime non ha né le risorse, né l’esperienza necessaria per una tale operazione ed è poco probabile che i loro alleati, sciiti, iraniani o libanesi siano disposti a sacrificare i loro uomini in combattimenti di strada inevitabilmente molto sanguinosi.

Strategia della terra bruciata

Per ora, l’essenziale della strategia russo-siriana punta a distruggere le infrastrutture civili di Aleppo est. Il pronto soccorso dell’ospedale Omar-Ben-Abdelaziz, costruito sotto terra, per esempio, è stato distrutto in un recente bombardamento, probabilmente grazie alle armi anti-bunker. Venerdì due delle quattro caserme dei caschi bianchi incaricati dei primi soccorsi sono state polverizzate. La stazione idraulica di Bab Al-Nayrab è stata messa fuori uso, privando di acqua corrente un quarto dei quartieri insorti.

“L’obbiettivo di questa offensiva è di fare terra bruciata, di spezzare la capacità di resilienza (cioè a reggere a avvenimenti così traumatici, ndt) della popolazione”, confida una fonte delle Nazioni unite, “Gli ospedali sono così sopraffatti che i medici procedono a una selezione all’inverso. Curano soltanto le ferite superficiali perché sanno che i feriti gravi non possono più essere salvati. La questione umanitaria sarà quella chiave. Gli abitanti di Aleppo sono pronti ad agonizzare per dei mesi o sceglieranno di lasciare la citta, se ne verrà data loro la possibilità?”

Il regime di Assad cerca ci allettare i suoi avversari. Numerosi residenti dei quartieri hanno ricevuto messaggi SMS o sui siti sociali promettendo loro la vita salva “se alzano la bandiera della Repubblica araba siriana sul tetto della loro casa” o “se si recano all’aeroporto” a sud est della città, tenuto dalle forze del governo. Sono promesse che gli abitanti generalmente considerano con disprezzo e con sospetto. In luglio, pochissimi di essi hanno scelto di utilizzare i corridoi umanitari, momentaneamente aperti dell’esercito russo. “Aleppo è troppo simbolica per cadere come Daraya o Al-Vaer”, prevede Assad Al-Achi, il capo dell’ONG Baytna Syria, che ha la sua base in Turchia. “Combatterà fino in fondo, costi quello che costi”.