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Ecosocialismo, un nuovo rapporto tra uomo e natura

Il produttivismo capitalistico produce devastazione dell’ambiente naturale, la cui manifestazione più grave ed urgente è il riscaldamento climatico, che mette in seria discussione la sopravvivenza stessa della specie umana nel giro di poche generazioni. Contro le illusioni riformiste del capitalismo verde e le tendenze neoprimitiviste della decrescita avanziamo la proposta di una società ecosocialista, in cui il rapporto con la natura e con le altre specie animali sia rivoluzionato e razionalizzato.

Il sistema capitalistico, con il suo produttivismo e la ricerca del massimo profitto sta producendo una vera e propria devastazione ambientale che potrebbe avere conseguenze disastrose per il genere umano. Non ci riferiamo solo all’economia criminale dei rifiuti tossici, alla depredazione delle risorse ambientali (terra, aria, acqua, risorse naturali e minerarie) a scopo di lucro senza guardare in faccia alle vite dei lavoratori e dei cittadini nei paesi più poveri così come in quelli più sviluppati, alle produzioni inquinanti e alle attività lavorative dannose per la salute. Questi sono solo gli aspetti superficiali, i più evidenti, dell’incompatibilità di questo sistema economico con la conservazione e il miglioramento dell’ambiente naturale e della salute pubblica. La stessa attività economica così come è organizzata nel capitalismo, con la sovrapproduzione sistematica di beni materiali spesso inutili a soddisfare i bisogni reali della popolazione, con l’organizzazione irrazionale che costringe milioni di lavoratori e lavoratrici a spostarsi per raggiungere il posto di lavoro e che produce merci a migliaia di chilometri da dove vengono effettivamente consumate, sta determinando un evidente alterazione dell’ecosistema “Terra” che ha già raggiunto un punto di non ritorno.

Il riscaldamento del sistema climatico mondiale è inequivocabile e, a partire dagli anni ’50, molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti su scale temporali che variano da decenni a millenni. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, le quantità di neve e ghiaccio si sono ridotte, il livello del mare si è alzato, e le concentrazioni di gas serra sono aumentate. Che le suddette variazioni del sistema climatico siano causate dall’influenza umana è un fatto oramai acquisito. La temperatura atmosferica superficiale mostra che ciascuno degli ultimi tre decenni sulla superficie della terra è stato in sequenza più caldo di qualsiasi decennio precedente dal 1850. Nell’emisfero settentrionale, il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni. Il riscaldamento degli oceani domina l’aumento di energia immagazzinata nel sistema climatico, ed è responsabile di più del 90% dell’energia accumulata tra il 1971 e il 2010. Nel corso degli ultimi vent’anni, le calotte glaciali di Groenlandia e Antartide hanno perso la loro massa, i ghiacciai hanno continuato a ritirarsi in quasi tutto il pianeta, mentre l’estensione del ghiaccio marino artico e la copertura nevosa primaverile nell’emisfero nord hanno continuato a diminuire in estensione. Il tasso di innalzamento del livello del mare dalla metà del XIX secolo è stato più grande dei 2000 anni precedenti. Le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, metano, e protossido di azoto sono aumentate a livelli senza precedenti almeno rispetto agli ultimi 800.000 anni. L’oceano ha assorbito circa il 30% dell’anidride carbonica di origine antropogenica emessa, causando l’acidificazione degli oceani. Inoltre, la variazione climatica di vaste regioni del mondo sta producendo una costante alterazione  delle biodiversita’: specie animali e vegetali in costante via di estinzione.

Tutto questo per effetto di un sistema capitalistico che utilizza in primo luogo i combustibili fossili per la produzione di energia (fattore principale dell’incremento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera del 40% dall’età pre-industriale), e in seconda istanza per le emissioni nette legate al cambio di uso del suolo. Le catastrofi naturali sono già in corso e i loro effetti hanno una caratterizzazione sociale evidente: uragani, inondazioni, siccità ecc…, colpiscono gli strati più deboli della società che non hanno i mezzi per prevenire i danni o per allontanarsi dalle zone a rischio e che sono quindi costretti a vivere in territori che diventano sempre più precari. I prossimi decenni saranno sicuramente caratterizzati da nuovi fenomeni migratori di popoli per effetti correlati a catastrofi naturali. Le continue emissioni di gas serra causeranno un ulteriore riscaldamento e cambiamenti in tutte le componenti del sistema climatico. Limitare il cambiamento climatico richiederà una radicale e prolungata riduzione in tempi molto brevi (50-80% nei prossimi decenni) delle emissioni di gas serra. Mai nella storia del genere umano ci si è trovati di fronte ad una problematica cosi grande e che impone interventi coordinati di ordine mondiale e che il sistema economico-politico dominante per sua stessa natura non è in grado di risolvere: competizione, produttivismo e sfruttamento non sono compatibili con gli interventi che sarebbero necessari per cominciare ad invertire il degrado fin qui descritto. Ne abbiamo conferma dalle periodiche conferenze internazionali fin qui svolte (COP21 inclusa) dove, nonostante gli annunci di accordi storici fatti dai media, in sostanza non hanno mai prodotto accordi vincolanti e coordinati su una seria e definitiva riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Inoltre di fronte a questo disastro ambientale ci sono due opposte reazioni che vogliamo scongiurare. Una è l’illusione riformistica che un rinnovato “capitalismo verde” possa invertire la tendenza e portarci verso la risoluzione del problema: un sistema fondato su una crescita continua e irrazionale, nonostante possa prevedere investimenti in energia da fonti rinnovabili, non sarà mai compatibile con un ecosistema sostenibile che rispetti i cicli e i ritmi della natura per rigenerare le sue risorse. Dall’altro lato si vanno affermando soprattutto nei movimenti ambientalisti ideologie neoprimitivistiche, come quella della decrescita, spesso di ispirazione religiosa, quando non siano apertamente autoritarie, che propugnano il ritorno a stili di vita rurali, alla decrescita conviviale, alla critica tout court dello sviluppo, mettendo nello stesso calderone la produzione di beni inutili e/o dannosi con quella dei servizi pubblici fondamentali (la sanità, l’istruzione), ad idee neomalthusiane di controllo della popolazione.

Crediamo che tra il riformismo verde e le ipotesi di ritorno ad un passato idealizzato ci sia una terza possibilità, che è quella del controllo democratico dell’economia con fini di tutela e miglioramento dell’ambiente per le generazioni future. La decrescita non è una formula magica da applicare a qualsiasi attività umana. Pensiamo anzi che bisognerebbe produrre privilegiando i reali bisogni delle persone, investendo in riqualificazione ambientale, istruzione, sanità e cultura, organizzando i trasporti pubblici con tecnologie non inquinanti e utilizzando fonti energetiche rinnovabili. Le scelte su cosa, quanto e come produrre non possono essere però lasciate all’iniziativa individuale, ma devono essere prese collettivamente attraverso la pianificazione democratica dell’economia.

Inoltre crediamo che nella società futura, ma a partire dai nostri comportamenti individuali, vada rivoluzionato il rapporto tra gli esseri umani e gli animali, rapporto che nel capitalismo è fondato su trattamenti disumani, sullo sfruttamento esasperato delle specie animali. Il consumo parossistico di carne animale nell’alimentazione ha un carattere altresì di irrazionalità per la salute stessa degli essere umani, in particolare per quanto riguarda i lavoratori poveri, che accedono alla distribuzione alimentare di massa, oltre che per il consumo di risorse agricole e idriche implicato dagli allevamenti intensivi.