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L’offensiva turca contro il Rojava e il massacro del popolo siriano

di Gippò Mukendi Ngandu

L’offensiva di fine agosto dell’esercito turco su Jarablus ha il chiaro obiettivo di impedire la realizzazione della continuità territoriale e dell’autonomia amministrativa del Rojava. Erdogan vuole schiacciare così il progetto progressista dei kurdi che potrebbe costituire un esempio di democrazia per l’intero Medio Oriente e rafforzare la battaglia dei Kurdi turchi che Erdogan continua tutt’ora a perseguitare e a bombardare.

L’operazione “scudo dell’Eufrate” è avvenuta dopo il riavvicinamento della Turchia alla Russia di Putin e all’Iran, dodici giorni dopo la liberazione della città di Manbij, città kurda 30 km a sud di Jarabulus, da parte delle Ypg, le unità di difesa popolari del Pyd (Partito dell’Unione Democratica) e a tre giorni dall’attentato al matrimonio nella città di Gazantiep. Tuttavia, già prima del fallito colpo di Stato e della nuova offensiva di Al-Nusra, il ramo siriano di Al-Qaeda ad Aleppo, il premier turco Binali Yıldırım ed Erdogan avevano fatto intendere di rivedere la loro linea politica sulla Siria al fine di impedire ai Kurdi siriani la riunificazione del territorio del Rojava attraverso l’occupazione del corridoio a nord della Siria ancora in mano alle milizie jihadiste filo-turche, ma sul punto di soccombere.

La Turchia, che fino a ieri sosteneva l’Isis in funzione anti-kurda, si è così alla fine alleata col regime di Assad senza, tuttavia, rinunciare a finanziare e ad armare ancora quei gruppi jihadisti che combattono a loro volta contro i kurdi e che sostengono di voler scacciare “l’apostata” Assad.

Erdogan vuole in questo modo riaffermare il ruolo della Turchia come potenza regionale con la quale è indispensabile fare i conti. Egli ha usato nei confronti degli Usa la minaccia di allearsi con la Russia e l’Iran per costringere gli stati della coalizione anti-Isis a ridurre il loro appoggio alle forze curde del nord della Siria. L’operazione “scudo dell’Eufrate” ha, infine, avuto l’avvallo e il sostegno materiale degli Stati Uniti che hanno richiesto alle forze dell’Ypd di spostarsi ad est del fiume Eufrate. Le Ypg, tuttavia, hanno respinto la richiesta al mittente affermando di voler battersi per collegare Manbij – città ad ovest dell’Eufrate liberata da poco dall’Isis – con Afrin per poi prendere il controllo della città di al-Bab, al confine, unendo così le due zone sotto controllo kurdo recentemente separate.

Tutto ciò avviene proprio mentre il regime di Assad ha ripreso i massicci bombardamenti contro l’Els (Esercito di liberazione siriano). Pochi giorni fa è capitolata la città ribelle di Daraya, da sempre considerata un simbolo della rivoluzione popolare, dopo quattro anni di resistenza ai continui bombardamenti che l’avevano rasa al suolo.

Aleppo subisce da luglio il violento accerchiamento delle forze del regime che può contare sull’aiuto dei russi. La contro offensiva, guidata da Al Nusra e un altro gruppo islamista Ahar al Sham è riuscita a rompere in parte l’accerchiamento. Nei combattimenti, tuttavia, le principali vittime sono i civili, la cui sorte sembra interessa poco i contendenti così come la “comunità internazionale”.

In questi drammatici giorni sembra, infine, profilarsi un accordo tra le diverse potenze in campo, quelle imperialiste come gli Stati Uniti e la Russia e quelle regionali come la Turchia, l’Arabia Sauita e l’Iran. L’obiettivo è nei fatti quello di salvare il vecchio regime integrando in esso alcuni settori dell’opposizione. Si tratta di un accordo che viene fatto sulle spalle della popolazione siriana e che difficilmente sarà in grado di pacificare la zona, dal momento che taglia fuori non solto le forze reazionarie dell’Isis così quelle legate alla vecchia Al Qaeda, ma anche e soprattutto il movimento progressista e democratico kurdo così come quei settori democratici e progressisti siriani che costituiscono una spina nel fianco del regime di Assad e delle forze imperialiste e un punto di riferimento per le classi popolari arabe e kurde.

Sono queste le forze che noi sosteniamo contro ogni imperialismo e contro la barbarie reazionarie incarnata dall’Isis e dalle altre forze jihadiste. Per questo è necessario subito una forte mobilitazione contro la guerra di Erdogan così come a sostegno della popolazione civile siriana per impedire il perpetrarsi della catastrofe umanitaria e richiedere la fine dei bombardamenti.