In evidenza

Decadenza capitalistica e crisi di civiltà

di Diego Giachetti, pubblicato sulla rivista «Il Ponte», n. 3, marzo, 2016

Nella storia si definisce decadenza il periodo in cui si verifica la crisi di una classe dominante che sta esaurendo la sua funzione all’interno di una formazione economico-sociale. Essa è il sintomo tipico «delle epoche di transizione, dilaniate tra ciò che tarda a morire e ciò che appena sta nascendo» . Nel 1919 lo storico olandese Johan Huizinga dava a una sua opera, destinata alla celebrità nel campo della ricerca storica, il titolo Autunno del Medioevo. Così definiva il periodo del Trecento e del Quattrocento del secondo millennio, i secoli che segnavano il tramonto della civiltà medioevale raccontata come un lungo declino, durante il quale emergevano sentimenti di nostalgia per un mondo che andava decadendo, fino a scomparire. Un mondo che stava finendo e che, accanto alla nostalgia, covava sentimenti di precarietà, perdita di senso e di divenire, dal quale si provava ad evadere cercando consolazione nel sogno e nella fantasticheria oppure nella dissolutezza e volgarità gratuite. Interpretava il Tardo Medioevo come un tempo di pessimismo e di decadenza, piuttosto che di rinascita, caratterizzato da una diffusa malinconia e infelicità tra gli uomini i quali cercavano di liberarsi da quello stato angoscioso ricorrendo a forme di esorcizzazione del reale attraverso riti, cerimonie, giochi cavallereschi, poemi amorosi, nel tentativo di trasformare la vita in un sogno. Tutto ciò era un segno di decadenza, in quanto dimostrava che quella società non sapeva reagire alle difficoltà articolando progetti per cambiare il mondo malinconico. Infatti la malinconia conduce il soggetto a vivere passivamente, senza iniziative, giudicate inutili e sbagliate: non solo si adatta a ciò che accade, ma si autoconvince anche che non lo riguardano. Max Weber chiamava questi tempi storici, tempi dell’angoscia, dell’anomia secondo Emile Durkheim, cioè stati di mancanza di norme, caratterizzati da critica e controcritica, auto-indagine e dubbio, scetticismo e intuizione, con tentativi di riaffermare ciò che si è dimostrato alla fine sopravvissuto e vuoto. Si produce una popolazione amorfa, emotiva, soggetta a scoppi improvvisi, non organizzati, frantumata e priva di obiettivi propri. Essa è quindi predisposta ad abbandonarsi a leader improvvisti, meteore che possono assumere significati e indirizzi politici nefasti.

Per leggere l’intero saggio scarica l’articolo in PDF