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17 aprile, niente quorum ma 13 milioni di Sì

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Tredici milioni di persone hanno votato Sì al referendum esprimendo la totale contrarietà alle trivellazioni marine e a un modello basato sullo sfruttamento intensivo del mare e del sottosuolo. E’ da loro e dalla mobilitazione sociale, come sta avvenendo in Francia, che è necessario ripartire per invertire la tendenza. Il risultato supera quello registrato nel 2003 quando il quesito chiedeva l’estensione a tutte e tutti lavoratrici e lavoratori i diritti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E il numero di votanti supera di due milioni anche il famoso 41% del Pd alle scorse europee considerato dagli opinionisti come l’avallo alle politiche renziane.

Il risultato in Basilicata, la regione più povera d’Italia e anche la più petrolizzata, dimostra la giustezza delle ragioni referendarie e lo sversamento di petrolio, in corso in queste ore in un torrente genovese, è l’ulteriore conferma dell’urgenza di un’alternativa ecosocialista a questo modo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente.

E’ per questo che Sinistra Anticapitalista partecipa alla campagna per i referendum sociali su scuola, ambiente, salute e beni comuni: per unire ciò che il neoliberismo ha diviso, per collegare le lotte.

Il mancato raggiungimento del quorum rappresenta dunque solo una battuta d’arresto temporanea per i movimenti ambientalisti e una vittoria, altrettanto parziale, degli apparati politici e industriali legati alla filiera del petrolio.

Chi stabilisce e governa le scelte di politica energetica gestisce anche le regole e le modalità di svolgimento dei referendum, controlla la maggior parte dei mass media ed è riuscito a condizionare l’esito della tornata referendaria anche dopo lo scoppio dello scandalo Guidi sui rapporti tra una ministra della Repubblica, espressione di Confindustria, e una multinazionale del petrolio.

E’ in questo senso che vanno letti il rifiuto dell’election day e il can-can mediatico sull’astensione pilotato da chi, nella sua veste istituzionale, avrebbe il dovere di favorire al massimo l’espressione della volontà popolare.

E’ paradossale la retorica di Renzi, artefice del jobs act e dell’attacco frontale ai diritti, sui posti di lavoro salvati dal fallimento del referendum ed è piuttosto esplicita l’ulteriore torsione autoritaria annunciata nella critica di fondo all’istituto stesso del referendum, ai suoi costi economici per la collettività.

Tutto ciò è stato possibile anche da un contesto segnato una passività senza precedenti delle organizzazioni sindacali (si veda il posizionamento dei chimici della Cgil a favore del No e la scelta di Corso d’Italia di concedere libertà di coscienza ai propri iscritti anziché impegnarsi a fianco del popolo “trivellato”) e dalla frammentazione delle lotte sociali e dei conflitti ambientali che pure continuano a succedere nei territori e nei luoghi di lavoro.

La diffusa sensibilità ecologista e per la difesa dei beni comuni è stata messa a dura prova anche dal mancato rispetto dell’unico referendum, negli ultimi vent’anni, ad essere riuscito nel superamento dell’asticella del quorum: il referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici. Nessuno dei governi che si sono succeduti da allora, tutti ispirati o guidati dal Pd, s’è sognato di dare corpo alla volontà referendaria. Anzi, il governo Renzi, oggi, con il decreto Madia si muove d’autorità in direzione opposta a quanto indicato dai 26 milioni di Sì del 2011 e, purtroppo i movimenti non sono stati in grado di impostare una battaglia di lunga durata per imporre quell’esito. Le loro sponde politiche si sono rivelate non all’altezza del compito per la subalternità al Pd – è il caso di Sel e dei suoi derivati – o per l’ambiguità populista che connota il movimento 5 stelle.

Tredici milioni di Sì, nel quadro dato, rappresentano dunque un pronunciamento chiarissimo contro il governo Renzi e le sue politiche antipopolari: la base su cui costruire la partecipazione a un altro referendum, quello sulla riforma costituzionale che si terrà in autunno. Ma soprattutto quello su cui tentare di ricostruire una dinamica di lotta contro l’appropriazione dell’ambiente e contro l’austerità,  prendendo l’esempio da quanto stanno facendo lavoratrici e lavoratori e giovani francesi.