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Il bilancio di Obama. Da Cuba all’Argentina

di Antonio Moscato, da Movimento Operaio

Si è fatta molta retorica sui media di tutto il mondo sullo “storico viaggio” del presidente Obama a Cuba. Eppure era poco più della gita di una famiglia in vacanza in quella che sta diventando la meta turistica preferita dai cittadini degli Stati Uniti, anche se era anche utilizzabile a scopi elettorali in patria. Chi è scontentato dalla prima tappa si consola con la seconda in Argentina, e comunque appaiono un successo entrambe. Infatti se in tutto il resto del mondo l’amministrazione Obama ha collezionato fallimento su fallimento, nell’America Latina ha segnato dei punti che sono emersi clamorosamente durante le due visite.

La prima, quasi simboleggiata dalla vittoria dei Tampa Bay Rays per 4 a 1 sulla nazionale cubana di baseball, conferma che la strada dura degli attentati e dei sabotaggi non serve più, che ci sono altri mezzi per conquistare un paese. Cuba si è di nuova aperta alla penetrazione degli Stati Uniti che, senza dare nulla in cambio sul terreno del risarcimento morale e materiale per il lunghissimo blocco dell’isola, hanno conquistato una possibilità di influenzarne la politica economica attraverso una riduzione parzialissima e controllata dell’embargo, e la possibilità di formare intanto uno strato piccolo e medio borghese reclutandolo negli strati superiori e più impazienti dei cuentapropistas [i lavoratori per conto proprio].

Il carattere asimmetrico dell’incontro è emerso dalla possibilità che Obama e Kerry hanno avuto di incontrarsi non solo con una rappresentanza dei cosiddetti “dissidenti” ma anche con quella (selezionata come e da chi?) del settore economico privato. Ben più importante comunque di quella dei piccolissimi gruppi di opposizione politica, nei cui confronti peraltro Raúl Castro non ha rinunciato a esercitare una selezione preventiva con una serie di fermi di breve durata, sufficienti però a sollevare una sproporzionata campagna di indignazione mondiale per la violazione dei diritti umani.

La posizione di forza di Obama nella preparazione diplomatica della visita risulta dal fatto che l’incontro con alcuni dissidenti comunque c’è stato, mentre il papa aveva preferito evitarlo, sia perché l’ottima diplomazia vaticana è in grado di valutarne meglio la scarsa rappresentatività, sia perché la Chiesa cattolica punta a ottenere risultati più consistenti sul terreno dell’intervento diretto sulla crisi sociale di Cuba, che si è manifestata nell’ultimo anno anche con un aumento netto dei tentativi di espatrio, e che si preannuncia ben più grave nel prossimo futuro per le probabili ulteriori ripercussioni delle gravi difficoltà in cui si trovano i governi di Venezuela e Brasile. Soprattutto Chávez aveva offerto da più di un decennio un generoso sostegno all’economia dell’isola, mentre Lula e Dilma negli ultimi anni avevano mobilitato le fin troppo dinamiche multinazionali con base in Brasile (tra cui la Petrobras e la Odebrecht travolte poi dallo scandalo Lava Jato) per la realizzazione della Zona Especial de Desarrollo Mariel (ZEDM), un ambizioso piano di investimenti privati stranieri o misti, che avrebbe dovuto creare un polo economico alternativo a Panama, ma che dopo due anni non è riuscito a decollare veramente e a produrre risultati sensibili per la popolazione.

Per il momento i risultati dell’apertura ai capitali stranieri sono scarsi, e si percepiscono soprattutto nel boom del turismo, anche statunitense (nonostante non sia ancora formalmente liberalizzato completamente), a cui si cerca di offrire tutto, anche a costo di dover importare prodotti alimentari da Messico e Brasile o dagli stessi Stati Uniti. A qualunque costo, e nonostante le visibili incrinature che provoca nel relativo egualitarismo che aveva rappresentato una caratteristica distintiva dell’identità cubana.

Il settore su cui gli Stati Uniti hanno puntato maggiormente con le aperture graduali e parziali del blocco, è quello dell’informatica, che può rappresentare una carta vincente in un possibile braccio di ferro con la burocrazia: lo sviluppo di internet e di social media liberi può mettere in difficoltà la rigida e controllatissima ma scarsamente attraente stampa cubana.

La partita non è chiusa, la restaurazione non è affatto certa, anche se in quel 30% dei lavoratori cubani che sono stati sospinti a cavarsela con attività artigianali al limite della legalità può formarsi un gruppo apertamente filocapitalista e più facilmente influenzabile dagli Stati Uniti. Per il momento Obama ha incassato un record di applausi nel suo discorso nel Gran Teatro dell’Avana, trasmesso in diretta e seguito con attenzione in tutto il paese; ma ha mostrato di non voler strafare evitando polemiche troppo nette, nella certezza che il tempo lavori per gli Stati Uniti.

Infatti le rigidità dell’apparato statale continuano a infastidire senza poterle arginare le molte attività economiche che si sono sviluppate approfittando delle debolezze e delle pesanti inefficienze delle aziende statali, rimaste ancorate a quel modello tardosovietico di cui Guevara negli ultimi anni cubani aveva invano cercato di limitare l’applicazione. E per l’influenza congiunta della gerarchia cattolica e della ormai variamente presente propaganda statunitense, a Cuba si è fatta ormai largo la convinzione che “privato è bello”, mentre il settore pubblico appare fatalmente condannato.

Ma è la seconda parte del viaggio di Obama a rivelare a pieno il suo progetto. L’Argentina è il primo paese in cui un governo moderatamente “progressista” è stato spazzato via per effetto delle sue politiche inadeguate oltre che delle ripercussioni inevitabili della crisi economica mondiale, del crollo dei prezzi delle materie prime, e della contrazione brusca degli acquisti da parte della Cina, che fino a poco fa sembrava protesa a comprarsi mezzo continente e che è invece momentaneamente in ritirata. Obama è stato accolto dall’ostilità di una sinistra molto variegata, ma abbastanza unanime nel giudicare negativamente non solo la presenza del presidente statunitense nel paese proprio nel quarantesimo anniversario di un golpe militare che era stato per lo meno guidato dalla CIA, ma anche il possibile ridimensionamento del ruolo di Cuba come conseguenza dell’apertura agli Stati Uniti.

Gli ingenui che in Italia hanno esaltato il viaggio di Obama a Cuba, immaginando successivi passi generosi che cancellino le cicatrici di una lunga dominazione e di un assedio senza precedenti, dovrebbero riflettere sul significato della seconda tappa. Prima di tutto c’è stato l’esplicito elogio della presidenza Macri, apertamente reazionaria all’interno e strettamente legata alla destra di Israele al punto di rompere gli accordi commerciali con l’Iran e di avallare la campagna dell’estrema destra sionista scatenata contro Cristina Kirchner, accusata perfino della morte del procuratore Nisman per coprire i presunti mandanti iraniani dell’attentato contro la Mutua israelitica del 1994 (ben prima dell’arrivo di Néstor Kircner e a maggior ragione di Cristina alla presidenza).

Obama (che arriva comunque terzo a Buenos Aires, dopo François Hollande e Matteo Renzi) è ovviamente d’accordo con la scelta di Macri non solo di cancellare molte delle leggi varate dai Kirchner, ma di riaprire anche le negoziazioni con i “fondi avvoltoi” che, appoggiandosi a un oscuro giudice di New York, pretendono il pagamento integrale di bond acquistati a prezzi enormemente inferiori al valore nominale. Alla faccia di una risoluzione dell’ONU approvata dall’Assemblea generale con 136 voti a favore, 41 astensioni e solo 6 contrari!

Ma il principale alleato di Obama nella sua controffensiva “soft” nei confronti del decennio riformista e “progressista” del continente latinoamericano non è il solo Macri, quanto il processo a catena che sta scardinando il sistema dell’ALBA e degli altri organismi continentali voluti soprattutto da Chávez, e che può mettere Cuba finalmente in ginocchio, con un terribile effetto simbolico.

La caduta del kirchnerismo ha preceduto di poco la pesante sconfitta di Maduro nelle elezioni legislative in Venezuela, attribuita dai più ottusi negatori della realtà a un presunto “golpe” dell’imperialismo, mentre all’origine della perdita di quasi tre milioni voti chavisti c’era lo sdegno per la diffusa corruzione e per l’inefficienza della presidenza di fronte a un’inflazione senza confronti col resto del continente; c’era una crisi dell’approvvigionamento alimentare aggravata anche da manovre di settori economici legati all’opposizione ma provocata dalla dipendenza assoluta dall’importazione, e facilitata da un assurdo e irrazionale regime dei cambi. La sconfitta elettorale, per il meccanismo costituzionale venezuelano, non ha portato alla caduta immediata del presidente, ma lo ha paralizzato e costretto a muoversi sulla difensiva, continuando però a evitare la necessaria riflessione sugli errori compiuti evocando sempre il golpe strisciante.

Anche la crisi che ha portato milioni di brasiliani in piazza contro Lula non è riconducibile semplicemente alle macchinazioni dell’imperialismo (che naturalmente ci sono come ci sono sempre state e ci saranno, ma che fanno effetto solo quando un progetto moderatamente riformatore ha perso il consenso della sua stessa base sociale). C’è un elemento oggettivo: la crisi economica che colpisce il principale partner della Cina attraverso il crollo dei prezzi di petrolio, soia e altre materie prime; ma a questo si sono aggiunti altri fattori, tutti dovuti a scelte non obbligate del governo. Ad esempio, il primo movente della corruzione generalizzata è stata la necessità di assicurarsi la complicità di singoli deputati o di interi partiti, fin dalla prima presidenza di Lula. L’instabilità delle alleanze ha determinato un peso crescente di questi partiti “acquistati” a caro prezzo come il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro) di cui ho già parlato in Brasile. Un colpo al cuore della sinistra. Il PMDB è il partito del vicepresidente Michel Temer, che probabilmente assumerà la presidenza in caso di destituzione di Dilma Rousseff).

La corruzione, iniziata per acquistare a modico prezzo gli equivalenti locali degli Scilipoti e del NCD italiani, si è poi sviluppata coinvolgendo un gran numero di esponenti di primo piano del PT, che non sono però stati espulsi dal partito anche quando sono stati scoperti e condannati per appropriazioni di miliardi di dollari, in parte destinati a scopi politici ma in parte incamerati personalmente.

D’altra parte contemporaneamente sono stati effettuati pesanti tagli ai sussidi umanitari ad opera di due ministri ugualmente esponenti della destra neoliberista, Joaquín Levy e Nelson Barbosa (nominato da Dilma al posto del precedente cacciato dalle proteste popolari).

È colpa della destra? Era inevitabile fare quelle scelte? Era indispensabile ricorrere all’escamotage della nomina di Lula a ministro per fargli scampare l’arresto?

Se alla perdita dell’Argentina si sommasse quella di Venezuela e Brasile, tutto il complesso sistema di alleanze bolivariane rischierebbe di crollare, trascinando con sé Cuba e il Nicaragua, mentre è difficile pensare a un ruolo sostitutivo di Ecuador e Bolivia, per le loro dimensioni ma anche per le contraddizioni interne che si delineano. Allora vedremo cosa resterà della blande e modeste promesse di Obama a Cuba.