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Abruzzo, Punta Penna ed esalazioni, quando finalmente sarà solo storia passata?

Comunicato

Il drammatico e mortale incidente avvenuto nei giorni scorsi al largo di Punta Penna ripropone ancora una volta temi e interrogativi già tante volte protagonisti della cronaca di questi anni. La morte di Timur Iakkonov si aggiunge alle tantissime persone che ogni anno muoiono sul posto di lavoro. Una tristissima e drammatica contabilità che non è degna di un Paese che si definisce civile. Mentre, ancora una volta si piange per la morte di un lavoratore,sperando che presto possano ristabilirsi i suoi due colleghi intossicati, riteniamo necessario porre l’attenzione sulle esalazioni che ancora una volta ritornano nella cronaca, in relazione al porto e alla zona industriale di Punta Penna. Sarà la magistratura a decidere se e quali potrebbero essere eventuali responsabilità giudiziarie ma, al di la di questo, crediamo sia doveroso porsi delle domande.
Se l’incidente fosse avvenuto in porto avrebbe potuto correre rischi la zona, compresa la Riserva di Punta Aderci? Sono domande poste tante, troppe volte in questi anni. Basta scorrere i quotidiani per trovare molti comunicati di associazioni, tra cui Arci e WWF, e comitati cittadini che hanno chiesto risposte in merito a possibili esalazioni nella zona, e a quali potrebbero essere i rischi. Una realtà sulla quale varie volte negli anni siamo intervenuti, e sulla quale crediamo sia doveroso tornare in questi giorni, domandando quando finalmente sarà storia passata e troveranno una risposta definitiva dalle istituzioni e da chi ha l’obbligo di tutelare cittadini, lavoratori e territorio.

L’Arci nell’agosto 2014 rendeva pubbliche alcune foto ricevute da turisti, in cui si notava un’enorme “nuvola” che si disperdeva nell’aria;nel comunicato si chiedeva l’origine di questa nube, da quale “sostanza” fosse composta e quali “precauzioni sarebbero state prese” affinché il tutto non nuoccia alla salute” (citiamo testualmente). Già nel febbraio precedente la stessa associazione aveva interrogato la “politica”, dalla quale è doveroso ricevere “coraggio” nel “prendere decisioni definitive”, ormai istanze della “quasi totalità della comunità vastese”. Decisioni definitive frenate da una presunta contrapposizione tra ambiente e salute pubblica da una parte, e lavoro dall’altro. Una presunta contrapposizione secondo noi, così come già varie volte affermato negli anni, frutto di una politica che non vuol riconoscere e agire per un altro modello di sviluppo, che può garantire tutti gli interessi pubblici in gioco e offrire molto più al territorio. Sviluppo e politica che dovrebbero partire dal tutelare un’area dove prosegue una convivenza, sempre più difficile a portarsi avanti, tra una zona industriale e una delle aree protette di maggior pregio, come ripetuti riconoscimenti nazionali e internazionali che ogni anno si susseguono attestano, dell’istituendo Parco Nazionale della Costa Teatina (altra vicenda sulla quale assistiamo tra PD e centrodestra ad un incredibile rinvio ultradecennale…). Senza dimenticare che il Piano Territoriale di Coordinamento delle Attività Produttive (PTAP) della Provincia di Chieti già dal 2007 evidenziava “l’urgenza di programmare politiche “relative ad ipotesi di delocalizzazione di alcune attività che presentano evidenti situazioni di incompatibilità ambientale dovuti alla contemporanea presenza di una riserva naturale, di aree ad alta valenza paesaggistica e di siti archeologici di notevole rilevanza”.

Partito della Rifondazione Comunista di Vasto
Sinistra Anticapitalista Abruzzo
per la Rete Antiliberista e Anticapitalista