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Relazione introduttiva del 1° Congresso nazionale di Sinistra Anticapitalista

Chianciano, 29-31 gennaio 2016

Relazione introduttiva

Compagne e compagni,

il congresso che ci apprestiamo a concludere abbiamo voluto definirlo come “primo congresso”. Questa definizione potrebbe far pensare ad un percorso che inizia. Ma, come è noto a tutte e tutti noi, non è affatto così. La nostra storia, le nostre storie sono lunghe e hanno attraversato molte stagioni, alcune delle quali, come quella evocata dal film che abbiamo appena proiettato, emozionanti e travolgenti.

No, abbiamo voluto definire Primo questo congresso per sottolineare la necessità di mettere a tema nella discussione una necessaria riprogettazione, in una fase del tutto nuova, di un disegno, quello anticapitalistico, comunista, libertario, rivoluzionario, che ha conosciuto nella storia poche vittorie e molte sconfitte, ma che resta per noi l’unica risposta difficilissima ma realistica alle difficoltà dell’oggi.

Un’ottantina di anni fa, alla fine degli anni Trenta del Novecento, Victor Serge definì quel periodo “la mezzanotte del secolo”, alludendo così alla drammatica oscurità che avvolgeva ogni prospettiva di liberazione, ma anche alla speranza, alla certezza di una nuova alba che si sarebbe delineata all’orizzonte.

Non ci sentiamo di richiamare qui quella locuzione, perché le sconfitte che si sono accumulate su di noi ci sembrano, perlomeno ancora, senza paragone con quelle della prima metà del secolo scorso, ma anche perché, occorre esserne consapevoli, la speranza di una nuova alba è forze ancora più difficile da immaginare di quanto lo fosse allora.

Resta che nodo centrale del nostro congresso è stato quello di fare un bagno di verità. Qualche compagno ha fatto notare come l’analisi impietosa della situazione che attraversiamo e che costituisce parte rilevante del documento e di tutto il nostro materiale congressuale possa avere un effetto ulteriormente depressivo sulla volontà militante, già messa alla prova da una situazione estremamente difficile.

Ma il punto è proprio qui. Lo spirito militante, in questa epoca, non può basarsi su narrazioni, come si dice oggi, che attenuino la pesantezza degli arretramenti, sia sul piano strutturale, quello delle conquiste cancellate, dei diritti infranti, del pesante peggioramento delle condizioni di vita, sia sul piano della coscienza sociale, sempre più circoscritta a poche e isolate avanguardie e segnata dalla perdita di ogni identità collettiva, sia sul piano della politica, dove la posta in gioco sembra oramai ridotta all’alternanza fra uguali. Noi riteniamo, al contrario, che lo spirito militante, che chiediamo a noi stessi, che chiediamo ai nostri militanti, debba basarsi sulla più piena consapevolezza della dimensione di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo in questi anni e oggi, sulla profondità della sconfitta, sulla difficoltà di ritrovare la via.

Assistiamo ormai da anni ad una coazione a ripetere che ci sembra assurda.

Sul piano economico, le classi dominanti, nonostante i pessimi risultati sociali delle politiche monetaristiche e liberistiche, continuano imperterrite ad applicare le stesse ricette, se possibile perfino ad appesantirle ancora di più.

Sul piano militare, nonostante che la politica della guerra permanente inaugurata 25 anni fa con la prima guerra del golfo abbia solo resuscitato un terrorismo fanatico e sia completamente fallita nella sua pretesa di “esportare la democrazia”, le borghesie imperialiste si accaniscono sempre più nella azione bellica.

Sul piano delle libertà, nonostante la caduta verticale della partecipazione politica, si approfondisce la risposta autoritaria e antidemocratica.

I clamorosi e ripetuti fallimenti di queste politiche inducono parti significative della sinistra a sperare che qualche settore delle classi dominanti cominci ad interrogarsi sulla loro validità, sulla possibilità di imboccare strade diverse, sulla necessità di rispolverare politiche espansive e di compromesso sociale.

Noi pensiamo, e questo è un altro nodo del nostro congresso, che questa speranza sia totalmente infondata e costituisca, questa sì, un’illusione preludio di pesanti disincanti.

Le classi dominanti insistono nelle politiche che noi riteniamo fallimentari per il semplice motivo che loro non le considerano affatto fallimentari. Sul piano economico, le ricchezze si sono concentrate in maniera inedita e le diseguaglianze economiche sono cresciute esponenzialmente, raggiungendo livelli mai toccati nella storia umana. Sul piano militare, il commercio di armi, sempre più potenti, più sofisticate e più costose, è diventato più che mai un fattore cruciale del mercato. Ogni politica di utilizzo delle risorse per sanare le aberranti ingiustizie planetarie create dall’Occidente nei secoli costituirebbe per loro un improduttivo dispendio di risorse. E poi, gli squilibri geopolitici che si sono creati negli ultimi decenni spingono tutte le grandi potenze ad incrementare il proprio impegno militare, se non altro come risorsa estrema a tutela dei propri interessi. E sul piano democratico, solo degli inguaribili ottimisti possono ritenere che la borghesia del tardo capitalismo possa essere interessata a mantenere i livelli di partecipazione popolare alla politica propri di un’altra epoca.

Pensare che nel 21° secolo possano esistere settori significativi delle classi dominanti interessati a svolgere un ruolo seppur minimo di sviluppo sociale e democratico, interessati alla difesa della pace e della cooperazione tra i popoli significa non aver capito la vera natura del capitalismo né la tragica miopia di una classe, quella borghese, storicamente e unicamente interessata solo difesa del proprio tornaconto.

D’altra parte, la cecità e il disinteresse della borghesia rispetto al futuro del mondo appaiono lampanti considerando il brutale sfruttamento dell’ambiente perpetrato all’insegna della primazia del massimo profitto. La devastazione di vaste aree del mondo, il surriscaldamento del pianeta, il massiccio uso di agenti pesantemente inquinanti nell’agrobusiness e nell’industria manifatturiera, il diffondersi delle manipolazioni genetiche, la cocciuta ricerca dell’alternativa nucleare dimostrano l’incompatibilità del capitalismo e delle sue logiche con la sopravvivenza della specie e del pianeta. Incompatibilità con la sopravvivenza, in prospettiva, ma già oggi incompatibilità con ogni idea di giustizia sociale e di democrazia.

In particolare, le classi dominanti, in tutti i paesi, si sono concentrate nella distruzione sistematica delle conquiste del mondo del lavoro, di tutte quelle misure (costituzionali, legislative, giuridiche, sindacali) poste a tutela degli interessi minimi di chi deve vendere la propria forza fisica e intellettuale per poter sopravvivere. Qui in Italia, dove forse le conquiste erano state più significative e più concentrate nel tempo, l’attacco è stato particolarmente violento. Gli ultimi tre governi, ma su un terreno arato in decenni di logoramento, sono riusciti a dare un colpo decisivo alla scuola pubblica, allo Statuto dei lavoratori, al sistema previdenziale, al valore del contratto nazionale, e si apprestano ad assestarne altri, altrettanto brutali al diritto di sciopero, alla sanità pubblica…

Il governo Monti e il governo Renzi, certo, hanno avuto una funzione cruciale in questa opera demolitoria. E, chi è affezionato all’idea di centrosinistra indica come questi governi siano governi lontani da quelle idee. Ma non si deve dimenticare come queste misure siano tutte state preparate da governi e ministri di centrosinistra doc. O da accordi sindacali interconfederali.

La lunga storia della demolizione del sistema previdenziale si è inaugurata con l’accordo confederale del 1995 con il governo Dini sul nuovo sistema contributivo e sull’apertura del mercato delle pensioni integrative. Protagonista di quell’accordo fu Sergio Cofferati, oggi diventato icona vivente della sinistra italiana. Il percorso di privatizzazione della scuola pubblica iniziò durante il ministero Berlinguer, cognome che richiama un’altra ancor più sacra icona della sinistra. Il primo colpo all’articolo 18 è stato inferto nel 2012 sulla base dell’emendamento predisposto da Cesare Damiano, esponente di punta della sinistra PD. Quanto al diritto di sciopero, non si può non ricordare l’accordo sindacale del 1990 che ha aperto la strada alla legge 146 e che ha istituito la famigerata Commissione di garanzia, oggi protagonista di gravi e ripetute dichiarazioni contro i lavoratori. E se la sanità pubblica conquistata nel 1978 può oggi essere così facilmente colpita e ridimensionata è grazie ai processi di aziendalizzazione avviati nel 1999 con il decreto Bindi, altro nome cult del centrosinistra. Così come la “chiamata numerica” che garantiva ai disoccupati una sufficiente oggettività nella ricerca di un posto di lavoro sia stata cancellata da una riforma del governo D’Alema, un altro personaggio, magari molto meno amato ma che pretende anche lui di dettare ricette per una sinistra all’altezza della situazione.

Un altro nodo che abbiamo voluto evidenziare nel congresso è il fatto che quello che abbiamo di fronte non è una versione aberrante del capitalismo, un impazzimento di un sistema ingiusto ma dotato di una certa razionalità autocorrettiva.

I Chicago Boys che negli anni 70 del secolo scorso hanno elaborato le proposte poi definite neoliberali, che ne hanno sostenuto la sperimentazione nel Cile di Pinochet, e che poi attraverso Magareth Thatcher e Ronald Reagan le hanno fatte diventare pratica di gestione del sistema a livello planetario, non hanno inventato niente. Hanno solo sostenuto, purtroppo con un devastante successo, che la crisi ormai evidente del modello burocratico dei paesi “collettivistici” e il progressivo indebolimento del movimento operaio dei principali paesi occidentali rendevano possibile il sogno del capitale: quello di tentare di chiudere definitivamente la parentesi del compromesso sociale, parentesi inaugurata tra le due guerre per evitare la rivoluzione e, in qualche modo, istituzionalizzata, in particolare in Europa nel secondo dopoguerra e nei decenni seguenti.

Dunque, quello che sta imponendosi in Italia e in tutto il mondo non è una degenerazione del capitalismo, ma piuttosto il capitalismo tout court, il capitalismo liberato dai “lacci e lacciuoli” impostigli da un movimento operaio forte e da  faticosi equilibri geostrategici.

Le vittorie del capitalismo non significano che non esistano contraddizioni pesanti nella sua politica. Peraltro, un po’ dovunque in Europa il consenso popolare verso le scelte neoliberali tende a scemare.

Purtroppo, nel contesto di pesante involuzione dei livelli di coscienza, che abbiamo voluto descrivere con puntiglio nel documento congressuale, gran parte del disagio non si coagula socialmente ma anzi si esprime nella crescita delle pulsioni egoistiche, nazionaliste, con un senso di appartenenza sociale che declina e si trasforma in ripiegamento identitario visto come antidoto ai poteri europei transnazionali e, sul piano politico, il disagio si riversa nella crescita del consenso alle formazioni di destra, scioviniste e, molto spesso, razziste e fasciste. In alcuni paesi europei, in particolare nell’ex blocco dell’Est, queste formazioni sono cresciute fino a conquistare il governo o si apprestano a farlo.

Nella migliore delle ipotesi, le pulsioni di un generico rifiuto dei diktat comunitari, non supportate da adeguate mobilitazioni sociali, si coagulano nella crescita di formazioni populiste o qualunquiste, che incanalano il malcontento verso bersagli fasulli, come l’euro o la casta o peggio ancora i migranti, ma che, in fin dei conti, rischiano di spianare la strada alla destra più genuina.

Solo in alcuni paesi, soprattutto in quelli che hanno avuto esperienza di mobilitazioni sociali recenti o ancora in corso, il rifiuto delle politiche antipopolari si traduce nella costruzione di ipotesi caratterizzate a sinistra, come è avvenuto in Grecia, come sta avvenendo in Spagna o in Portogallo.

Non vogliamo qui entrare nel merito specifico delle vicende dei singoli paesi, delle interlocuzioni in corso tra le formazioni della sinistra radicale e i partiti tradizionali, in particolare quelli socialisti. Su alcuni nodi della situazione internazionale, peraltro, interverrà più ampiamente il compagno Gippo. E’ certo però che, seppure nel modo frammentario e spurio necessariamente indotto dalle sconfitte accumulatesi, l’esperienza di questi paesi indica come tante potenzialità di lotta siano presenti.

D’altra parte, anche in Italia il successo dello sciopero generale del dicembre 2014, le mobilitazioni isolate ma importanti delle aziende in crisi, la primavera degli insegnanti, le lotte contro le trivellazioni o contro il MUOS, la tenuta del movimento No TAV stanno a dimostrare l’esistenza di disponibilità sociali importanti per una lotta che faccia fronte all’offensiva padronale.

Ma qui occorre denunciare la irresponsabile scelta delle direzioni confederali di non voler mai andare oltre l’iniziativa testimoniale, utile a reggere sul piano della tenuta organizzativa ma inutile sul piano sostanziale della difesa degli interessi della classe lavoratrice.

E’ qui un ulteriore punto cruciale della nostra analisi e della nostra linea politica. La responsabilità di quanto sta avvenendo ai diritti e alle conquiste non può essere solo ascritta alla perfidia del governo Renzi e del suo partito. Abbiamo già detto delle responsabilità che hanno anche quei frammenti della cosiddetta sinistra moderata che pure si sono differenziati da Renzi e dalla sua cricca di potere, alcuni dei quali oggi cercano di presentarsi come paladini dei diritti sociali e punto di riferimento per la ricostruzione di una sinistra. Ma c’è un’altra responsabilità che non si può rimuovere, che pesa come un macigno sulle spalle delle direzioni sindacali maggioritarie. E’ il bilancio fallimentare di  chi ha lasciato schiacciare conquiste fondamentali del mondo del lavoro e della società.

E ricordiamo il bilancio fallimentare delle direzioni confederali non per fare un excursus sindacale improprio in un dibattito che vuole essere politico come quello del nostro congresso. No, lo ricordiamo perché ha una forte valenza politica. Perché è uno dei tratti caratterizzanti della sinistra che occorrerebbe e occorre costruire per tentare di ridare un ruolo protagonista alla classe lavoratrice e alle sue lotte.

Per questo, uno dei punti più deboli dei balbettii di una nuova sinistra nel nostro paese sta proprio nel rapporto tra queste prove di nuova sinistra e la linea dei sindacati maggioritari, naturalmente della Cgil in primo luogo. Oggi non può esistere una vera sinistra che non sia drasticamente critica nei confronti della linea rinunciataria degli apparati confederali, che non si impegni con coraggio per cambiarla radicalmente, con la battaglia interna o con la critica esterna, che non costruisca lotte indipendentemente e contro le scelte dei gruppi burocratici che dirigono le organizzazioni sindacali confederali.

Sì, indipendentemente e contro. Come non denunciare duramente, ad esempio, quanto accaduto pochi giorni fa a Padova, quando si è costituita una santa alleanza contro le “mobilitazioni selvagge” composta da Cgil, Cisl, Uil, regione Veneto, provincia, e dalle principali società della logistica? O come non indicare lo scandalo di una manifestazione dei lavoratori della Bormioli organizzata dalla Cgil di Fidenza contro i facchini della cooperativa a cui è appaltata la logistica di quell’azienda.

Si tratta della stessa Cgil che per imbiancare il sepolcro e per cercare di mantenere una qualche differenziazione dalla Cisl, proprio in questi giorni organizza una raccolta di firme sulla proposta di nuovi diritti del mondo del lavoro. Con che coerenza? Con che faccia?

E anche sul fronte dei metalmeccanici la situazione non è più rosea. La stagione nella quale la Fiom ha svolto un fondamentale ruolo di coagulazione della protesta sociale fino ad arrivare alle giornate di Pomigliano e di Mirafiori del 2010/2011 è una stagione largamente tramontata. Allora una vera coalizione sociale si stava costruendo attorno alla Fiom, alla sua storia e alle sue lotte dell’oggi, inaugurate con la partecipazione alle manifestazioni del luglio 2001 a Genova. La “coalizione sociale” che oggi si persegue è una delle tante aggregazioni di ceto politico (politico partitico, politico sindacale o politico di movimento…) del tutto ininfluente sul piano delle lotte e del conflitto.

E come non ricordare, come abbiamo riportato sul sito, la vergognosa presa di distanza che il gruppo dirigente della Fiom ha manifestato rispetto alla coraggiosa lotta indetta dalle sue stesse RSA negli stabilimenti meridionali della FCA contro i sabati e le domeniche obbligatori imposti da Marchionne?

Dobbiamo dirlo francamente a tutte quelle formazioni della sinistra, e in primo luogo alle compagne e ai compagni di Rifondazione, a tutti quei compagni che giustamente (e, occorre dirlo, finalmente, ma meglio tardi che mai…) vedono come impraticabile ogni ipotesi di alleanza con il PD. Ma che pensano di coltivare una relazione di collateralismo con la Cgil e con la Fiom, magari sperando in una qualche positiva ricaduta elettorale.

Invece, per noi, la nuova coscienza di classe che occorre ricostruire non può prescindere da una severa e impietosa critica della linea politica e sindacale degli apparati confederali e, oggi, anche della Fiom. La costruzione di ogni valida alternativa politica alla crisi della sinistra non può prescindere da una battaglia, parallela anche sul piano sociale, per la creazione di uno schieramento di convergenza e, sul piano più strettamente sindacale, per un’azione alternativa unitaria e di classe alle burocrazie.

Sembra una sottolineatura pedante, di fronte alla dimensione schiacciante del vuoto politico a sinistra, nell’attuale panorama partitico. Ma per noi, e abbiamo da dire con una certa presunzione, obiettivamente, pensare di poter colmare il vuoto politico senza porsi contemporaneamente il compito di ricostruire le mobilitazioni, rappresenta nel modo più plastico proprio quel elettoralismo e quel istituzionalismo che ha già fatto molti danni alla sinistra. E, vogliamo dire che ciò che c’è da ricostruire non sono solo le lotte, ciò che manca drammaticamente nel nostro paese è un barlume anche minimo di soggettività politica della classe. Il problema politico non è quello di “dare una rappresentanza istituzionale ai lavoratori” che non l’hanno più da troppi anni. Una presenza istituzionale senza lotte nella società a che serve?

Peraltro, la situazione estremamente negativa è tutt’altro che statica. Basta dare uno sguardo a quanto sta avvenendo in economia per capire che nuovi sussulti si preparano e che, se non adeguatamente affrontati, faranno cadere altre piogge di pietre sulle lavoratrici e sui lavoratori e sul complesso delle classi popolari.

La crisi che si sta delineando in Cina e in altri paesi esportatori, ma che nel recente passato sono diventati anche un fondamentale mercato per il commercio internazionale, i conflitti tra le monete, l’andamento del prezzo del petrolio che mette in difficoltà gli Stati uniti ma anche alcune economie che costituiscono fondamentali sbocchi di mercato per l’economia mondiale, la precarietà del settore bancario, solo per citare alcuni dei fattori che fanno prevedere gravi instabilità dell’economia mondiale.

In particolare per l’Italia, le insistenti rassicurazioni sulla tenuta del sistema bancario generano ancora più allarme, per chi sa come l’accumulo di quelle che vengono definite sofferenze abbia raggiunto livelli difficilmente risolvibili con i sistemi usuali. E questo viene a collocarsi in un mondo e, soprattutto in un’Italia che ha tutt’altro che superato la crisi del 2007-2008. Quindi è possibile una nuova crisi non dopo un seppur breve periodo di ripresa ma che viene a sommarsi a quella precedente, con devastanti effetti sulla struttura economico e dunque sull’assetto sociale.

E una congiuntura così, con un tessuto sociale così logorato, in assenza di una sinistra politica e sindacale degna di questo nome rischia solo di rendere ancora più difficile tutto.

Oggi la natura dell’Unione europea, già ampiamente evidente nelle sue politiche sociali interne, si rivela ancor più palesemente di fronte all’emergenza profughi. Sono comparsi in questi mesi lugubri riedizioni di muri o di barriere spinate. Dopo aver devastato il Medio oriente con la propria politica guerrafondaia e neocoloniale, oggi i paesi dell’Unione si palleggiano le quote di profughi da accogliere, rispolverando perfino il sequestro degli averi di chi chiede asilo, i pochi soldi racimolati e trascinati con sé in migliaia di chilometri di peregrinazioni.

La polemica di questi giorni sulla “sospensione del trattato di Schengen” è totalmente fuorviante. La crisi dell’accordo sulla cosiddetta “libera circolazione” indica solo la profondità della crisi dell’Unione. Il problema che occorrerebbe affrontare è quello delle frontiere esterne della UE, frontiere che ancora oggi e sempre più chi scappa da guerra, fame, oppressione può attraversare solo affidandosi alle mafie dei trafficanti e mettendo a repentaglio la propria vita.

Per questo il logo del nostro primo congresso richiama il cuneo rosso di Lissitzky che in questo caso non è chiamato a spezzare le armate bianche dei controrivoluzionari, ma il filo stellato e spinato della fortezza dell’Unione europea. E’ questo per noi un motivo in più per affermare nel nostro documento congressuale che: “la UE deve essere considerata, alla stregua degli stati nazionali, uno strumento della classe dominante e dunque da abbattere”, non riformabile.

Questo però non ci fa iscrivere al variegato partito degli “euroscettici”. Il desiderio di tornare alle frontiere nazionali è per noi una visione nostalgica e, dunque, potenzialmente reazionaria, tanto più nel momento in cui gli straordinari movimenti migratori che conosciamo mettono in discussione, con i corpi che premono sui fili spinati proprio quelle frontiere.

E non si tratta solo di immigrazione. In questi mesi si sono consolidate di nuovo le pulsioni belliciste delle classi dominanti europee. Nonostante tutti i fallimenti delle recenti campagne militari, soprattutto nel Medio Oriente, si è aperta una nuova fase di alimento reciproco tra il fondamentalismo reazionario e l’interventismo imperialista o neoimperiale.

Questa nuova tendenza alla guerra coglie del tutto impreparate le sinistre europee, divise tra chi si allinea con le scelte belliciste della propria borghesia, reinscenando, per l’ennesima volta il 4 agosto 1914, e chi si industria a cercare campi con i quali schierarsi. Oltre questo recinto sembra ci sia posto solo per balbettitii impotenti. E’ il frutto della sconfitta silenziosa che ha segnato giusto 10 anni fa lo straordinario movimento per la pace dei primi anni 2000, quando volle riporre le proprie aspirazioni radicalmente “senza se e senza ma…” e affidare il tutto alle promesse di pace del governo Prodi.

Il clima bellico pesa anche sulla situazione interna, con la pesante e diffusa presenza di mezzi militari in ogni punto ritenuto “sensibile”, una presenza che rassicura l’opinione pubblica, e che punta a far ritenere utili e indispensabili apparati e spese militari che hanno il solo effetto di sottrarre ulteriori risorse alla spesa sociale. Senza dimenticare che in Francia, gli avvenimenti di novembre hanno offerto alle classi dominanti e al governo Hollande-Valls un pretesto d’oro per imprimere una gravissima torsione autoritaria ad uno dei paesi chiave del continente. Torsione autoritaria che ha trovato il sostegno sostanzialmente di tutto lo schieramento politico transalpino.

Abbiamo voluto, fin qui sottolineare alcuni dei tratti rilevanti della situazione storica in cui si colloca il nostro congresso.

Le involuzioni della sinistra del nostro paese, l’ulteriore smottamento verso il riformismo e il moderatismo che si è prodotto in questi ultimi anni, il risveglio del togliattismo e dello stesso stalinismo, incautamente ritenuti antidoti al moderatismo, il neocampismo di chi ricerca più che mai disperatamente un paese modello, un campo amico, la fuga nelle isole presuntamente liberate dell’attivismo sociale: sono tutti fenomeni che accentuano il nostro isolamento, che fanno apparire sempre più controcorrente le nostre opzioni generali.

Ma noi pensiamo al contrario che questo isolamento, l’ulteriore involuzione della sinistra che si sta producendo in questo periodo rende ancora più necessaria, più determinante della nostra organizzazione, anticapitalista e rivoluzionaria. Per dare a chi svolge utilmente un’attività sociale un quadro di riferimento strategico e programmatico, per avere uno strumento politico che favorisca la costruzione delle lotte e dei movimenti, che consenta di non affrontare politicamente impreparati le nuove lotte che potrebbero prodursi in una situazione nuova.

Abbiamo detto e ribadiamo: asse centrale della nostra azione è la ricerca della massima unità sul piano sociale e su quello politico. Ecco perché riteniamo importante e utile la Rete antiliberista e anticapitalista che, con altre e altri compagni, abbiamo iniziato a costruire in questi mesi. E’ uno strumento prezioso che può aiutare a non far sentire soli e ad aggregare, seppure su un terreno iniziale, tutte e tutti coloro che non si sentono rappresentati dalle principali opzioni in campo, né da quella neoriformista, ampiamente compromessa dalla sua storia di accordi e cedimenti nei confronti del socialiberismo, né da quella neocampista, invischiata con ingombranti e spesso impresentabili “amici”, né da quella movimentista presuntamente a politica ma troppo spesso subalterna alla Fiom. La Rete anticapitalista è uno strumento che intendiamo far vivere e sviluppare per frenare lo scivolamento a destra, per smarcarsi collettivamente, e non in modo settario, dal moderatismo evidenziatosi nel dibattito sulle vicende greche. Ne vediamo i limiti ma intendiamo agire assieme agli altri interlocutori per ridurli e superarli.

Ma la nostra ispirazione unitaria non può farci trascurare il fatto che oggi non esiste nessuna possibilità di convergenza programmatica né di ricomposizione organizzativa. Al peso schiacciante del fallimento dell’esperienza di Rifondazione comunista si è aggiunto ora il macigno prodotto dalla vicenda di Syriza.

A due anni dall’assemblea fondativa che, dopo la conclusione dell’esperienza di Sinistra Critica, ha decretato la sopravvivenza nel nostro paese (leggo dalla mozione conclusiva dell’assemblea di Chianciano del settembre 2013) di “una organizzazione politica comunista, femminista, ecologista e internazionalista che lavorerà per promuovere le lotte contro ogni forma di sfruttamento, di oppressione, di dominazione sulle persone e sulla natura”, noi dunque riteniamo centrale che questo 1° congresso debba concentrare i propri sforzi anche su un tema troppo trascurato nei 16 anni della nostra vita e della nostra battaglia in Rifondazione comunista, ma anche nella breve vita autonoma di Sinistra Critica, e cioè sulla complessità della costruzione di un’organizzazione indipendente, soprattutto quando l’organizzazione da costruire è fragile, con risorse economiche e organizzative minuscole, e quando si muove nel contesto maledettamente negativo che abbiamo cercato di descrivere.

E’ questo il motivo per il quale abbiamo dato rilievo nel congresso (forse inusualmente) ad un documento organizzativo che riteniamo tutt’altro che accessorio rispetto alla nostra proposta politica.

Il nostro dibattito congressuale è stato contrassegnato da un diffuso accordo con il documento politico predisposto dal Coordinamento nazionale uscente; i contributi, le stesse proposte di emendamento non hanno rivelato dissensi politici rilevanti. Il dibattito nei congressi provinciali o regionali è stato ricco e proficuo. Se un’insufficienza nel dibattito congressuale c’è stata è stata forse quella di un’attenzione ancora insufficiente rispetto al documento organizzativo. Di una sorta di pudore di affrontare con lo spessore di una discussione congressuale tematiche ingiustamente ritenute secondarie di fronte alla politica politica.

No. Discutere delle difficoltà che si incontrano quando si cerca di convincere un giovane alla utilità della militanza o quando si cerca di incitare un compagno deluso da tante esperienze a riprendere a militare è una discussione pienamente politica, così come analizzare quale sia la concreta struttura organizzativa più efficace per affrontare una fase così drammaticamente difficile è fare analisi politica. Quando si discute di come sostenere finanziariamente, con quali strumenti di comunicazione, con quali campagne la nostra azione è fare una discussione politica, senza la quale la politica politica si riduce a pura riflessione teorica.

Questa è la discussione che abbiamo cercato di suscitare con il documento organizzativo, una discussione che verrà sviluppata tra l’altro nella riunione specifica sull’organizzazione di questo pomeriggio.

Un’altra discussione che vogliamo avviare con questo congresso è quella sulla rimessa a punto di un nostro profilo programmatico. Non a caso oggi nel pomeriggio, parallelamente a quella sull’organizzazione, si riunirà una commissione sul programma. Il compito è ambizioso. Le elaborazioni più recenti sul chi siamo e che cosa vogliamo sono state fatte nel 2007, al momento della separazione dal PRC. Riteniamo che quelle elaborazioni, che comunque rivendichiamo in pieno, siano però oramai largamente datate, in essa si evidenzia una fase ancora fortemente segnata da quello che fu il grande movimento altermondialista e dalla speranza di poter dare continuità in qualche modo al sogno ricompositivo di Rifondazione fuori Rifondazione. Vogliamo un programma nel quale la dimensione ecosocialista e tutte le altre dimensioni che pure richiamiamo nella nostra bandiera acquistino lo spessore di veri e propri elementi costitutivi e non solo identitari della nostra linea politica.

Sono questi, dunque, i motivi principali per i quali, sull’onda del dibattito che ha investito la sinistra europea sul terzo memorandum imposto alla Grecia nel luglio scorso, abbiamo intitolato il nostro documento politico “Anticapitalismo, il nostro piano A”.

Infatti in quel frangente si ipotizzò che il governo di sinistra greco fosse stato indebolito nella sua trattativa con i governanti degli altri paesi dell’Eurozona da non avere a disposizione un “Piano B”. La nostra valutazione fu più secca. Il problema non era l’esistenza o meno di un Piano B, né quale ne fosse la sostanza, ma piuttosto la natura fallimentare del suo Piano A, e cioè l’illusione di poter trovare all’interno del Gotha dei “poteri forti” europei orecchie attente ai bisogni sociali del popolo greco, l’illusione che qualcuno, nella Commissione europea, ritenesse la giustizia sociale prioritaria rispetto alla rapina di classe. Ed è finita come è finita. Con un governo Tsipras 2 che non è che l’ombra di quello che tante speranze, ma anche troppe illusioni, aveva acceso nella sinistra di tutta l’Europa.

Per ciò, e per sostenere le compagne e i compagni spagnoli nella loro difficile ma fondamentale battaglia dentro Podemos, sosteniamo, propagandiamo e parteciperemo all’appuntamento di Madrid del 19-21 febbraio “Un Piano B per l’Europa”, che vuole costruire una convergenza europea contro l’austerità e per la democrazia.

La vicenda greca, tra tutti i suoi insegnamenti, ha anche quello di spingerci a riflettere di nuovo su ragionamento ampiamente circolato in questi anni: si è più volte detto che gli arretramenti e le sconfitte, il carattere necessariamente difensivo della lotta ricollocava il discrimine politico e che era divenuto possibile costruire partiti, come appunto Syriza, che unissero gli anticapitalisti e i rivoluzionari con i riformisti coerenti e intransigenti. A questo proposito ci sentiamo di condividere a pieno ciò che scrive il compagno Antonis Ntavanellos, il dirigente di DEA, la Sinistra Operaia Internazionalista greca: “il dilemma strategico “riforme o rivoluzione” non è chiuso. Un dilemma che non concerne solo un passato (storico) o un futuro distante e lontano. Questa problematica definisce di fatto largamente anche la tattica, anche nei periodi in cui c’è necessità di riforme, è un discrimine ancor più decisivo nel corso dei periodi di sconvolgimenti politici generalizzati”.

Non si tratta di affermazioni autoproclamatorie né di dichiarazioni di autosufficienza, ma è per questo che DEA non ha mai accettato le pressioni di Tsipras e perfino di altri settori radicali di Syriza di sciogliersi. E’ per questo che vogliamo sempre più costruire Sinistra Anticapitalista.