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Venezuela, l’indispensabile “colpo di barra”

Il sito Movimento operaio del compagno Antonio Moscato è stato hackerato qualche giorno fa ed è tuttora bloccato. In attesa del ripristino del sito, ne ospitiamo volentieri qualche articolo (Red.).

di Guillermo Almeyra, traduzione di Titti Pierini
Il governo di Nicolás Maduro, che aveva avuto un po’ più della metà dei voti quando venne eletto dopo la morte di Hugo Chávez, alla fine è stato battuto perdendo il 12% degli elettori e oltre 2 milioni di votanti che prima sostenevano il chavismo. Il processo bolivariano, così fondamentale per il Sudamerica, è in grave pericolo.
Finora, né il governo né i difensori acritici dei governi “progressisti” hanno fatto un serio bilancio di questa sconfitta, che è arrivata mentre Maduro chiamava ad infliggere una “sconfitta decisiva” ai suoi avversari, e neanche del vergognoso tracollo del kirchnerismo argentino, convinto che avrebbe vinto già al primo turno l’elezione presidenziale. Meno ancora esiste un bilancio sulla corruzione del Partito dei Lavoratori brasiliano, che fornisce pretesti all’estrema destra, o delle difficoltà di Evo Morales sul referendum per un suo terzo mandato consecutivo, né di Rafael Correa che si scontra con i movimenti sociali.
Tutti costoro – da Maduro fino ai suoi sostenitori più ciechi – accampano la giustificazione che l’imperialismo finanzia una feroce campagna di intossicazione dell’opinione pubblica e, con suoi agenti locali, vuole abbattere il governo e che i mezzi di informazione locali – e la grande stampa capitalista internazionale – sono riusciti a confondere le maggioranze popolari. Questo argomento, però, nasconde il fatto che dall’imperialismo e dall’estrema destra non c’era altro da aspettarsi e che chiedere loro un comportamento democratico equivale a pretendere che un maiale voli, e che è inoltre impossibile nascondere le difficoltà dietro una reboante retorica nazionalista borghese, perché questo porta a perdere l’appoggio di larghi strati popolari chavisti o peronisti, che hanno votato per l’opposizione in segno di protesta per la pessima gestione economica, la penuria, la corruzione e il paternalismo decisionista.
Washington svolge la sua funzione di sempre; occorreva blindare il processo bolivariano con una massiccia partecipazione operaia e popolare e con la costruzione di soggettività anticapitalista, invece di reprimere qualsiasi manifestazione di indipendenza dei lavoratori, e di conservare a tutto vapore la società dei consumi, quando era evidente che questo non era sostenibile.
Nonostante l’ostilità di tutti i mezzi di comunicazione di massa, Chávez aveva certamente un sostegno popolare schiacciante e lo otteneva nonostante le difficoltà economiche, perché offriva l’utopia possibile della costruzione di germi di dualismo di potere dei lavoratori di contro al potere statale borghese, burocratico e nazionalista, e chiamava a dare quel “colpo di barra” che sostituisse il potere accentrato e verticistico dello Stato capitalista con il potere della base della rivoluzione.
L’arroganza settaria di coloro che pensano di essere i soli possessori della Verità e che, senza cogliere le sfumature, definiscono tutti i propri avversari come nemici, alleati o agenti dell’imperialismo, o anti-patrioti (come faceva Cristina Fernández, come ha fatto Maduro, o fanno Correa o il vicepresidente boliviano García Linera), la sola cosa che ottengono è di spingere fra le braccia dei veri nemici filo imperialisti coloro che sostengono che vi siano altre scelte differenti dalla linea “progressista”, senza per questo essere mai stati agenti imperialisti o controrivoluzionari fascisti e quindi, di fronte all’insulto e alle falsità ufficiali, perdono completamente fiducia in quel che dice il governo e nella disponibilità all’autocritica del “capi infallibili”.
Coloro che definivano “nemici del socialismo” i critici da sinistra della burocrazia sovietica e dei cosiddetti “paesi socialisti”, sostenendo che la loro critica “serviva all’imperialismo”, ancora oggi non si spiegano per quale motivo nessuno, meno che mai i milioni di iscritti ai partiti “comunisti” di quei governi burocratici, ha difeso quei regimi, meno ancora come mai lo stalinismo abbia vaccinato interi popoli contro la parola “comunismo”.
Al contrario, in ogni difensore cieco dei governi progressisti c’è un seguace del culto burocratico della presunta infallibilità della “guida” che crede nel cartello “non disturbare il Guidatore” ed elogia incessantemente le “sagge” decisioni di questo, senza naturalmente accorgersi delle nefaste conseguenze di queste né suggerire modifica alcuna. Questi signori sono convinti che i governi e i “Capi” siano i soggetti delle trasformazioni sociali. Sono antisocialisti e intralciano l’ardua presa di coscienza anticapitalista delle larghe masse, le sole che potranno battersi contro l’imperialismo e costruire collettivamente le basi del socialismo, eliminando gli ostacoli burocratici che ci sono in ogni processo rivoluzionario.
Cristina Fernández – che dovrebbe ricavare un bilancio politico della sconfitta che ha preparato – tace perché non ha niente da dire, visto che lei personalmente, con le sue decisioni e la sua politica, ha organizzato la vittoria del settore borghese più legato alle multinazionali. Maduro, invece di riflettere e fare realmente appello agli insegnamenti di Chávez combattendo la burocrazia e la “boliborghesia”, si appoggia su di queste e sul conservatorismo nazionalista dell’esercito (che l’imperialismo ora cercherà di spaccare) e sull’apparato statale – che è capitalista – e, invece di separare la protesta popolare legittima dalla direzione golpista e fascista della maggioranza dell’opposizione, insiste nel mettere tutti – operai non in linea e capitalisti controrivoluzionari – nello stesso sacco, di marchio statunitense.
Il processo bolivariano si potrà recuperare soltanto se, come il gigante Anteo quando cade, prende contatto con la terra. Questo recupero è possibile e siamo ancora in tempo per il “colpo di barra” chavista. È indispensabile, però, recuperare la credibilità dimostrando la capacità di dar corso alla mobilitazione e quella di rimettere ordine ad opera delle masse stesse. Una lotta soltanto burocratica contro la burocrazia e i nemici che la fomentano non è una “soluzione” e porta solo, in  compenso, al suicidio politico.