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Stato spagnolo, verso la rottura democratica e la fine dell’austerità

Dichiarazione di Anticapitalistas

da anticapitalistas.org, traduzione di Gigi Viglino

Il risultato delle elezioni del 20 dicembre 2015 implica un grande passo avanti per Podemos e per l’insieme delle forze del cambiamento. È ancora necessario però, realizzare un grande balzo in avanti.

Nell’immediato, le questioni aperte sono: soddisfare le aspirazioni delle classi lavoratrici e dei settori popolari che sono stati colpiti dall’impoverimento e dall’umiliazione delle pesanti politiche di tagli di bilancio imposte dal PSOE, [Partito socialista operaio spagnolo] e dal PP [Partito popolare], inseriti nella costituzione con la riforma dell’articolo 135 [1]; fronteggiare le nuove pretese austeritarie della troika (FMI, BCE, Commissione Europea) per l’anno 2016, e farla finita con un regime politico oligarchico e corrotto, strumento principale della spoliazione del popolo, un regime che resiste alla propria scomparsa.

La finestra di opportunità resta aperta

Dopo le elezioni le spade sono sguainate: niente è risolto. Ma niente è più come il 19 dicembre [il giorno prima delle elezioni]. Una componente essenziale, anche se non l’unica, del regime del 1978 [data dell’adozione della Costituzione post franchista], il bipartitismo dell’alternanza [PP-PSOE] è colpita, ma non affondata. Oggi esiste una finestra di opportunità inedita dal 1978.

I risultati ottenuti dalle forze del cambiamento sono spettacolari, in particolare dove si sono presentate liste di convergenza (En Comú Podem – Catalogna; En Marea – Galizia; Compromis-Podemos – Comunità Valenziana). Si dimostra una volta di più che la collaborazione [tra forze favorevoli al cambiamento] porta i suoi frutti, poiché non si tratta di una semplice operazione aritmetica – dove si addizionano o si sottraggono voti di componenti diverse [come è successo in Catalogna nel settembre 2015 con la lista comune tra Podemos e Izquierda Unida] – ma ha a che fare con l’algebra, poiché tale collaborazione genera un entusiasmo collettivo, un sentimento di forza e una dinamica di crescita irresistibile.

Podemos ha ottenuto risultati spettacolari anche in molte località dove la formazione si è presentata da sola ottenendo un sostegno inimmaginabile solo qualche mese fa, come in Euskalherria [Paese Basco], tanto nella Comunità basca quanto nella Navarra. Gli elettori orfani, in seguito alla decomposizione delle forze di sinistra, si sono appropriati della lista [viola di Podemos]. Così è stato anche nelle isole Baleari, dove il lavoro costante nel Parlamento [locale] e soprattutto il sostegno portato da Podemos alla Marea Verde [2], come anche a una cultura e lingua proprie si è tradotto nel voto; come anche a Madrid, grazie al buon lavoro parlamentare [nella comunità autonoma] e soprattutto l’appoggio portato alle lotte in corso; o anche alle Canarie.

Il successo di questa «rimonta» [la maggioranza dei sondaggi collocava Podemos al 15% dei voti, contro più del 20%; ora Podemos si pone a poche migliaia di voti dal PSOE] si deve alla rivendicazione popolare di un’alternativa elettorale di cambiamento, a un buon lavoro sul terreno da parte di molti circoli e attivisti, alle convergenze politiche [come a Madrid e Barcellona], e infine all’orientamento politico che Pablo Iglesias ha mantenuto nei principali dibattiti televisivi, richiamandosi alla memoria del 15M e, malgrado le debolezze della costruzione «dal basso» [allusione all’estrema centralizzazione attorno al gruppo dirigente attorno a Iglesias e Iñigo Errejon], all’interazione realizzata tra Podemos e alcuni settori della società civile.

Le sfide del dopo 20 dicembre

L’equilibrio delle forze elettorali nel Parlamento spagnolo tra progetti molto diversi, per non dire antagonisti, comporta un grado elevato di instabilità e volatilità politica [3]. Per le forze conservatrici, l’obiettivo immediato è di assicurare la governabilità della Spagna secondo i termini che interessano l’IBEX 35 [l’indice si riferisce alle 35 società quotate alla Borsa di Madrid], ciò che richiede la calma piatta istituzionale tramite un «governo di larghe intese». Ragione per cui si sono intensificate le pressioni affinché siano conclusi «accordi » a qualsiasi prezzo, come se si trattasse di un passo positivo in quanto tale, a prescindere dal contenuto, o si viene alla situazione ridicola di paragonare gli accordi di investitura nelle comunità autonome [in seguito alle elezioni di maggio 2015], a quelli che mirano alla formazione del governo dello Stato spagnolo, senza tenere conto del carattere e delle competenze diverse di queste entità.

Per le classi lavoratrici e popolari, l’obiettivo deve essere l’elaborazione di uno scenario favorevole agli interessi della maggioranza sociale, mettendo a profitto la debolezza e la confusione delle forze del regime. La «governabilità» che interessa quelli in basso è quella che risolve i loro problemi, non quella che assicura la continuità del regime del 1978.

Pertanto consideriamo che un buon punto di partenza per qualsiasi negoziato di investitura, deve basarsi sulle questioni centrali che modificano realmente il volto, la configurazione del paese. Tra queste:

Il diritto dei popoli a decidere, come sola garanzia di una soluzione democratica alle aspirazioni alla sovranità nelle nazioni che compongono lo Stato spagnolo, la cui organizzazione territoriale, il tessuto delle comunità autonome, è entrata in crisi.

Si tratta di una questione centrale in questa congiuntura politica, come hanno sottolineato Xosé Manuel Beiras [portavoce di Anova, movimento indipendentista di sinistra in Galizia] e Xavier Domènech [membro dirigente di Barcelona en Comú].

La crociata condotta dal PP e da/i/lle dirigenti socialist/i/e di destra, come Susana Díaz [presidente del governo dell’Andalusia] in nome dell’«unità della Spagna», non è nient’altro che un’espressione del loro dogmatismo nazionalista spagnolo, che impone un’identità nazionale omogenea a uno Stato plurinazionale, della loro paura delle urne, della loro scarsa cultura democratica e della loro incapacità di rafforzare i rapporti di solidarietà e cooperazione tra i popoli.

La cosiddetta Legge 25 [4] per risolvere situazioni di urgenza sociale, che propone soluzioni per gli sfratti e diritti fondamentali come l’accesso all’acqua e all’elettricità, e il divieto del ticket sanitario sono nel programma minimo del 15M e delle Mareas, un primo passo necessario per prospettare lo smantellamento delle politiche neoliberiste che impongono sofferenza a larghissimi strati della popolazione.

Noi, le forze del cambiamento, dovremo accompagnare le nostre proposte «dall’alto» con la costruzione di poteri e mobilitazioni «dal basso», affinché queste non derivino da un processo di negoziato tra élite parlamentari, ma assicurare che i dibattiti siano pubblici, nel senso pieno del termine. Quindi, che contino sulla partecipazione attiva de/lle/gli abitanti, dei cittadini e delle cittadine, di tutto quel «movimento reale» che punta a superare l’attuale «stato di cose». Perciò, dovremo spiegare queste misure, difenderle nei quartieri, per organizzare le persone in tutti gli spazi della vita sociale, per ottenere questi obiettivi elementari che nessuno può rifiutarci.

Rispetto all’ingovernabilità: elezioni in forma costituente?

A causa della situazione di «labirinto parlamentare» che prevale in seguito alle elezioni del 20 dicembre, la conseguenza più probabile è che ci dirigiamo verso elezioni anticipate. Inoltre, non ha senso sostenere una stabilità istituzionale che favorisce gli interessi della destra e dell’oligarchia. Le forze del cambiamento devono prepararsi alla tenuta di tali elezioni. Devono fare in modo che questa nuova sfida favorisca un balzo in avanti per gli interessi della maggioranza sociale, una nuova avanzata per quelle e quelli che sostengono un cambiamento profondo: una nuova Costituzione che renda possibile la partecipazione democratica, una nuova politica economica al servizio della maggioranza.

Battere il PP, un obiettivo voluto dalla maggioranza della popolazione, e iniziare processi costituenti sono le due carte di uno stesso gioco, da giocare nella stessa partita. La perennità dell’egemonia delle forze del regime del 1978 dipende da due questioni: la correlazione di forze tra le classi sociali, e il quadro politico-giuridico che gli garantisce la loro posizione dominante.

Nel 2016, le forze del cambiamento, grazie al prestigio ottenuto, dovranno favorire e stimolare l’attività, la mobilitazione, l’autorganizzazione e la partecipazione democratica del movimento sociale, per rovesciare le posizioni attuali. In modo complementare dovranno anche articolare i processi che permettono di modificare il «terreno di gioco».

Dovremo affrontare le elezioni con una volontà costituente, in modo che le forze del cambiamento battano il PP, superino il PSOE e annientino Ciudadanos, un cavallo di Troia che punta a salvare il regime tramite la sua «autoriforma», che noi dobbiamo smascherare con una forza maggiore di quanto abbiamo fatto finora.

Una maggiore convergenza delle forze del cambiamento, più Podemos

La prima domanda che dovremo porci per il futuro, in seguito ai recenti risultati, è di sapere se non avremmo ottenuto un numero maggiore di voti e di seggi se fosse stata generalizzata in tutto il paese una politica unitaria di convergenza delle diverse forze che hanno ottenuto un grande successo nelle elezioni municipali del maggio 2015. La questione delle convergenze sarà centrale nel corso dei prossimi mesi.

Noi opereremo inoltre, a che Podemos e le liste convergenti facciano un salto di qualità. Dobbiamo costruire dei partiti-movimento pluralisti, democratici, radicati nelle diverse realtà nazionali e territoriali, profondamente partecipativi e fondati sulla democrazia di base. Formazioni che rafforzino al loro interno la cooperazione solidale rispetto alla concorrenza tra individui, che siano totalmente aperte all’incorporazione di nuovi contingenti di attivisti di sinistra, che si concepiscano come forze di opposizione alle miserie del sistema e che siano capaci di articolare con altre forze del cambiamento, le necessarie formule unitarie, sia su scala dello Stato spagnolo che su quella internazionale,ij per portare avanti la rottura democratica e presentare alternative al servizio della maggioranza e in difesa della sovranità popolare di fronte alle politiche economiche e sociali neoliberiste e autoritarie dell’Unione Europea del Patto di stabilità [5].

Note a cura della redazione di A l’encontre

[1] Adottato nell’agosto 2011, impone la priorità assoluta del servizio del debito, dunque della creazione di un eccedente primario, nel quadro dei vincoli (co-vincoli in effetti) dell’UE e della BCE e, in questa logica di tagli di spesa in tutti gli aspetti del servizio pubblico, assieme a privatizzazioni che aprano dei settori all’accumulazione del capitale privato.

[2] Il movimento sociale nella scuola, particolarmente forte, con tre settimane di sciopero, nell’autunno 2013. È riuscito a bloccare una riforma che mirava a imporre il trilinguismo: catalano – castigliano – inglese, nella scuola.

[3] La situazione attuale è inedita nello Stato spagnolo, dalla transizione riuscita per i dominanti, dopo la morte di Franco. Un meccanismo che è servito alle «uscite», alle «transizioni», dall’uscita dalle dittature in America Latina, dal Brasile all’Argentina passando per il Cile, al di là delle specificità. A partire dalla formazione delle Cortes, il 13 gennaio 2016, il Parlamento ha due mesi per formare un governo. Se non ci riesce, saranno indette nuove elezioni. La scelta del governo si effettua, la prima volta, a maggioranza assoluta; la seconda, a maggioranza semplice. Dopo il 20 dicembre, si moltiplicano i negoziati e le discussioni tra le diverse forze politiche. Nessuna combinazione, a parte una «grande coalizione» PP-PSOE, ottiene la maggioranza assoluta. La direzione del PSOE è molto divisa sulla direzione da prendere; per alcuni, una grande coalizione implica il suicidio politico. L’astensione di questo partito, oggi pubblicamente esclusa, permetterebbe di abbassare la soglia della maggioranza semplice, permettendo la formazione di un governo PP-Ciudadanos (ad esempio). Inoltre, il comitato confederale del PSOE ha rifiutato una delle «linee rosse» tracciate da Podemos (che afferma di rifiutare sotto qualsiasi forma, la formazione di un governo PP) per condurre negoziati in vista della formazione di un governo comune, e allo stesso titolo Podemos si è pronunciato, sotto la pressione in seguito alle deludenti elezioni di settembre, per la tenuta di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Inoltre, domenica 3 gennaio 2016, il Consiglio politico della CUP (Candidatura di Unità Popolare) – in seguito alla riunione dell’insieme de* militanti di questa formazione che, il 27 dicembre 2015, con un voto 50%-50% non era arrivata a prendere una decisione sul sostegno o meno ad Arturo Mas alla presidenza della Generalitat della Catalogna – ha deciso con 36 voti contro 30 e una astensione, di rifiutare di votare a favore dell’investitura di Arturo Mas alla Generalitat della Catalogna. È quindi probabile che in Catalogna si tengano nuove elezioni nel marzo 2016.
Infine l’annuncio, sabato 2 gennaio, del dirigente e deputato di Izquierda Unida (IU), Alberto Garzón, di aprire un dibattito di fondo, a partire dal 9 gennaio, nella sua organizzazione (una coalizione di forze politiche nella quale il Partito comunista spagnolo è egemonico), o anche la formazione di un nuovo partito, significa una profonda ricomposizione di un settore «storico» e significativo della sinistra dello Stato spagnolo.

[4] La «legge 25», o Ley de Primera Respuesta a la Emergencia Social, (Legge di prima risposta all’emergenza sociale) è un progetto presentato da Podemos, che afferma che la sua prima iniziativa in Parlamento sarà di presentarne il testo. È anche una base di negoziato in vista del sostegno di Podemos alla formazione di un governo. Il numero fa riferimento all’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani che dispone che: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.» Il progetto presentato da Podemos include disposizioni che mirano a impedire gli sfratti per non pagamento delle ipoteche, con la ristrutturazione del debito ipotecario, e garanzie di minimi sociali in materia di fornitura di acqua ed elettricità.

[5] Il Patto di stabilità (PSC) è lo strumento ufficiale che i poteri dei paesi membri della zona UE, e più specificamente dell’Eurozona, hanno imposto al fine di «coordinare le loro politiche nazionali di bilancio ed evitare la comparsa di deficit di bilancio eccessivi». Il PSC mira a che gli Stati della zona euro abbiano, a termine (sic!) dei bilanci vicini al pareggio o eccedentari (sic!). Questa è una opzione politica e sociale nel contesto di una prospettiva di riorganizzazione dell’UE – o del suo centro di gravità – sotto l’egida della Germania e del suo retroterra, dalla Slovenia all’Ungheria, passando per la Croazia, la Repubblica Ceca, ecc.) in legame con l’Austria, l’Olanda, il Lussemburgo, il Belgio (più esattamente le Fiandre), il capitalismo elvetico, di fatto, anche se istituzionalmente la distanza è mantenuta, ed è dunque un soggetto di negoziati complessi, tra gli altri sulla «libera circolazione».
Questo processo nel campo dell’UE si effettua sul filo del rasoio.