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Che cos’è la politica oggi

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Diego Giachetti (Sinistra Anticapitalista Torino)

La crisi economica e sociale, di sistema come si dice, mette apertamente in discussione la tradizionale democrazia borghese, fatta di legittimazione ottenuta attraverso il consenso e il compromesso sociale e spinge verso forme nuove di autoritarismo, sotto l’egida della dittatura dei mercati, dei suoi parametri. Se mai è esistito un tempo in cui la politica ha provato a regolare e governare l’economia, quel tempo oggi è trascorso: oggi l’economia tende direttamente a servirsi della politica e dei governi per realizzare i suoi “bisogni”. Nell’Europa odierna, importanti esponenti di interessi bancari, finanziari, capitalistici, hanno disinvoltamente sostenuto che sì la democrazia è un elemento importante, ma non come le leggi del mercato, del profitto e dell’accumulazione di ricchezza che stanno a un gradino superiore e, pertanto, fissano limiti e priorità rispetto a quella che la società liberal-borghese nascente proclamò essere la volontà popolare. Si può fare politica, votare, governare in nome del popolo, rispettando però i confini posti dall’economia, dalle sue leggi, dai suoi meccanismi atti a tutelare determinati interessi, nascosti ideologicamente dalla teoria della necessità oggettiva e quindi indiscutibile. Il dominio della necessità si fonda sui numeri, sulle funzioni liberal-capitalistiche matematiche non più su idee o teorie sociali. Numeri, parametri europei da condividere e rispettare, diventano la ragion d’essere delle scelte politiche dei governi. La sinistra è stata in questi decenni stretta in questa morsa. Una parte di essa ha scelto coscientemente di essere partito di governo senza se e senza ma, accettando le regole di cui s’è detto prima. Altre sinistre, d’opposizione finché lo sono, quando diventano forze di governo finiscono per diventare, secondo una vecchia ma attualissima espressione, ospiti del potere.

L’antipolitica al potere

L’antipolitica, una forma di resa alla politica, è determinata da questo contesto. Quelli si credeva fossero valori democratici, vecchi codici di rettitudine, sono stati abbandonati senza essere rimpiazzati da nuovi valori e codici. I vecchi codici sono vuoti di significato, non c’è più alcuna base sociale per sorreggerli, è non vi è neppure una base morale per respingerli. Il venir meno della partecipazione politica lungi dall’indebolire il potere della politica lo rafforza, consegnando ad essa un potere di monopolio illimitato, una responsabilità sempre più irresponsabile. L’intreccio di interessi economici organizzati in monopoli e l’asservimento dei governi ad essi, i rapporti tra le decisioni del potere e i controlli democratici divengono tenui e confusi. La responsabilità del politico non è più rivolta al popolo ma all’oligarchia dominante dell’establishment, quindi il pericolo di scelte irresponsabili verso chi è governato aumenta.

La crisi della politica, come luogo di partecipazione e decisione, procede parallelamente al venir meno di quel tessuto relazionale e sociale che si costituisce nella società civile rispetto ai vertici del potere statale. Se la società, costituita da legami sociali, di classe, di ceti, di gruppi e di comunità, si trasforma in società indifferenziata di singoli moltitudinari, allora evapora la struttura sociale e collettiva della democrazia e prevale quella individuale. Il declino della politica, combinandosi con la frammentazione sociale, produce una trasformazione della politica che rafforza e rende più potente il ceto politico. Esso galleggia sopra una società che sta smarrendo i suoi riferimenti sociali e collettivi, di classe e di organizzazione partitica, sindacale, associativa in genere, a seguito della lotta di classe intrapresa e vinta dai dominatori contro le istanze dei dominati. I partiti postmoderni, sono dei “frullati” di teorie pensate per l’età della fine delle ideologie, tenuti assieme da formule semplificate, poggianti su blocchi sociali frammentati, di individui soli, con una leadership che comunica e governa col ricorso a slogan pubblicitari, semplici, senza argomentazione, che creano realtà mutevoli a secondo delle circostante, opportunità e interessi forti, ben mascherati dietro un immaginario falso, diseducativo, rassicurante per singole coscienze che cercano e vogliono essere consolate. Oggi i partiti al governo non incoraggiano la partecipazione, la vogliono controllare. Il Capo del governo vuole comandare più che rappresentare istituzioni che «disprezza, mentre i nuovi politici attorno a lui sfoggiano l’ignoranza come prova di autenticità e di estraneità al sistema, una specie di certificato d’innocenza», così si esprime Ezio Mauro, un’autorevole fonte non sospetta di sovversivismo tardo anticapitalista (Babel, Laterza, 2015). L’antipolitica produce leader che vogliono liberarsi dell’impaccio del controllo del pubblico, quella palude melmosa e procedurale, così la definiscono, che li trattiene dalla loro voluta e cercata libertà d’azione a tutto campo.

Sempre più tra il ceto politico e l’individuo vengono a mancare quei legami collettivi nei quali si sviluppa una vivace lotta politica, c’è solo l’amministrazione che piove dall’alto e il vuoto politico che si spalanca in basso. Il ceto politico tende sempre più a trasformarsi in un gruppo di interesse che si sovrappone, come un diaframma, fra lo Stato, i gruppi economici e finanziari, e la volontà del singolo cittadino. Decisioni fatali, che valgono per tutti, sono prese oggi da un numero ristretto di individui che assieme esercitano un potere impersonale, lontano e incontrollabile da parte del popolo.

Nuove leadership populiste

L’adesione politica a questo o quello schieramento elettorale avviene sempre più sulla base di forme irrazionali di attrazione, e sempre meno sulla base di chiare definizioni dei problemi reali. Le tecniche della pubblicità e il loro uso nella persuasione elettorale divengono più importanti che non l’argomentazione razionale. Nella società delle moltitudini la politica vive sempre più in una realtà separata in cui l’unica funzione possibile non è di tipo ideologico ma estetico. Dalla crisi della ragione e col trionfo del soggettivismo, nasce un nuovo linguaggio volto a cogliere più che le idee, le sensazioni o le suggestioni della psiche, più che i sentimenti i presentimenti. Non si tratta di convincere argomentando, ma di provocare vibrazioni e emozioni nell’animo dell’elettore trasformato in spettatore dello spettacolo politico. La nuova lotta politica non è più competizione di idee ma di figure premiate dall’auditel a secondo della loro presenza fotogenica, dell’arguzia, del saper sfornare battute ad effetto, schivando i problemi reali, barzellette o derisioni sciocche e, a volte false, dell’avversario di turno.

La cosmesi e l’atto performativo, nel senso della bella parola di dannunziana memoria che crea la realtà, hanno sostituito le idee. Il linguaggio pubblico destinato a uso ideologico e politico, assume caratteri plastici e vistosi, mentre quello privato si fa allusivo, tende a suggerire piuttosto che dichiarare. Da una parte la parola performativa, la parola-azione che plasma le cose, dall’altra la parola allusiva che lascia spazio a miti di bassa lega, credenze semplici, vere e proprie menzogne. Il leader politico nasce per infatuazione, un sentimento simile al colpo di fulmine che ci porta a dire, a prima vista, col cuore, che è l’oggetto a cui va tutto il nostro amore. Per restare nella metafora amorosa romantica: l’amore rende ciechi, accade così che gli innamorati di un leader siano disposti ad amarlo e osannarlo anche contro i propri interessi. Difatti ogni scaltro studioso di comportamento elettorale, nell’elencare le variabili che influiscono sul comportamento politico delle persone, non dimentica mai di considerare, con un certo cinismo, che sovente esse votano contro quelli che sono i propri interessi immediati e oggettivi.

Poiché la vita sociale è precaria, anche i sentimenti politici, come i leader moderni, tendono alla precarietà. Personaggi politici di questa statura non hanno nulla a che vedere con la solidità carismatica dei vecchi leader politici. Sono figure effimere, carismaticamente montate dalla spettacolarizzazione della chiacchiera politica postmoderna. Leader di questa “statura” stanno costruendo una realtà da strapazzo, paranoica e nevrotica, ma completamente adattabile alle esigenze del capitalismo che ha bisogno di celebrare a parole la democrazia, non il sistema democratico, poiché le scelte che contano, sempre meno attengono ai governi e alla politica, e sempre più alle grandi organizzazioni economiche, finanziarie, bancarie e militari, tutte saldamente intrecciate tra loro.