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La classe lavoratrice oggi

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Antonello Zecca (Sinistra Anticapitalista Napoli)

Per affrontare compiutamente il tema della classe lavoratrice oggi, ci sarebbe bisogno di uno spazio molto più ampio di quello che, per forza di cose, è offerto nell’ambito dell’elaborazione programmatica della nostra organizzazione politica in vista del nostro primo Congresso nazionale.

Tuttavia è possibile trarre alcune indicazioni teoriche e politiche di massima da uno sguardo, pur necessariamente limitato, del panorama del proletariato mondiale e nazionale.

Una precisazione terminologica: useremo “classe lavoratrice” e “proletariato” come sinonimi, considerando la definizione marxiana di salariato come quella classe che, nel modo di produzione capitalistico, è costretta a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario: una classe, quindi, priva di ogni proprietà che implichi l’appropriazione di plus-valore e dunque lo sfruttamento di forza-lavoro altrui.

Secondo i dati della Banca Mondiale, la forza-lavoro complessiva dal 2000 al 2014 è cresciuta nel mondo di circa il 20%, da 2.773,4 milioni a 3.384.1 milioni di unità, di cui il 30%, circa un miliardo, è lavoro in settore industriale, nella sua definizione più ampia. I restanti due terzi si dividono in lavoro nel settore dei servizi (un miliardo circa) e nell’agricoltura (un miliardo e trecento milioni circa).

Al tempo stesso, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei temi del lavoro, stima che i disoccupati si contino in 201 milioni di unità (6% circa del totale), destinati a crescere di 11 milioni di unità (al 6,3% circa) fino al 2019.

Inoltre, l’ILO stima che quasi la metà dei lavoratori e delle lavoratrici su scala globale “non possano tuttora soddisfare i bisogni di base e non abbiano accesso a un lavoro dignitoso”.

Questi dati dimostrano che il salariato non solo non scompare, ma neanche diminuisce, anzi aumenta la sua consistenza numerica. La dinamica globale della classe lavoratrice negli ultimi anni già basterebbe a smentire le teorie della dissoluzione delle classi sociali, e del proletariato nello specifico, grazie allo sviluppo di un capitalismo di tipo “cognitivo” o fondato sulle cosiddette “dot.com” e sullo sviluppo delle tecnologie informatiche: quando non si tratti di pura e semplice apologia dell’ordine costituito da chi ha interesse a mantenere lo status quo, anche in settori “antagonisti” si è assistito ad abbagli teorici propiziati da “illusioni ottiche” e da metodologie di indagine impressionistiche e superficiali, che spesso si sono anch’esse risolte in una particolare forma di apologia dell’esistente.

Tra i numerosi elementi che hanno favorito la nascita e, in una certa misura, l’affermazione di considerazioni analitiche priva di fondamenta sia teoriche che empiriche, rientra certamente una certa distorsione eurocentrica, che spesso e volentieri ha condotto a prendere la parte per il tutto e a generalizzare una linea di tendenza che era visibile particolarmente in Europa e nei paesi a capitalismo avanzato (ma non in tutti allo stesso modo e non con la stessa intensità), e che non può essere considerata come rappresentativa del capitalismo nella sua interezza, ma anzi è condizionata dalle dinamiche globali.

L’eurocentrismo fa il paio con l’incapacità di guardare al capitalismo come a un sistema che sin dalle origini contiene in nuce la necessità di diffusione su scala mondiale, a causa della sua insopprimibile spinta all’accumulazione, e all’espansione non solo della sfera della produzione, ma anche di quella della circolazione. Con lo sviluppo del colonialismo classico prima, dell’imperialismo poi, il Capitale ha generato un sistema mondiale integrato, ancorché contraddittorio, in cui il suo antagonista storico, il proletariato, ha assunto una specifica configurazione, mai statica, ma sempre cangiante nella perennità della lotta di classe, delle crisi capitalistiche, e delle loro risultanti storiche.

Per una corretta analisi, anche della classe lavoratrice del nostro paese, occorre quindi che sia presa in considerazione la consistenza globale del proletariato e l’attuale divisione internazionale del lavoro che ha preso forma con uno degli avvenimenti storici fondanti dell’epoca neoliberista, cioè la caduta del Muro di Berlino, araldo simbolico del crollo dei regimi post-capitalisti a transizione bloccata dell’URSS e dei paesi del Patto di Varsavia, con la concorrente fine delle esperienze degli Stati emersi dai movimenti anticoloniali della seconda metà del Novecento.

Questi eventi hanno rimodellato in profondità le condizioni della classe lavoratrice mondiale, creando le condizioni per la messa in concorrenza diretta di centinaia di milioni di nuovi proletari dei c.d. paesi del “terzo mondo” e dell’Asia orientale, in particolare la Cina, con la classe lavoratrice dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa in primis.

A sua volta, questa situazione ha contemporaneamente consentito alle grandi imprese multinazionali di liberare pienamente il loro potenziale di crescita, pianificando la delocalizzazione delle attività produttive in paesi dalla abbondante manodopera in cerca di occupazione, dalle tradizioni di lotta meno solide che nei paesi occidentali, in special modo quelli europei, oppure con governi ansiosi di attrarre le attività di queste imprese per progettare crescita economica e un inserimento tendenzialmente non subalterno nel mercato mondiale, aprendo a una prospettiva di sviluppo capitalistico.

Ciò ha consentito al tempo stesso un balzo nella piena realizzazione del mercato mondiale da un lato, e l’avvio di un attacco senza precedenti alle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice nei paesi a capitalismo avanzato, dell’Europa, negli Stati Uniti e in Giappone, già politicamente e sindacalmente disarmata dalla progressiva integrazione dei partiti socialdemocratici, ex-comunisti e dai grandi sindacati di massa nelle istituzioni dello Stato capitalista.

Le multinazionali hanno così potuto sviluppare vere e proprie “filiere globali integrate di valore”, in cui produrre e realizzare plus-valore grazie al combinato disposto dello sfruttamento più selvaggio della forza-lavoro dei paesi “emergenti” e dalla riduzione dei diritti e del salario delle classi lavoratrici dei paesi “avanzati”. Per quello che più ci riguarda da vicino, il riflesso di questa situazione è visibile economicamente nella composizione dei settori produttivi e dalla struttura di classe dei paesi occidentali che hanno visto tendenzialmente una riduzione del peso specifico del settore manifatturiero e di quello agricolo, con una altrettanto tendenziale crescita del settore dei servizi, della grande distribuzione e del settore della logistica. Ciò non vuol dire naturalmente che il tradizionale settore manifatturiero non abbia più un suo peso o che l’economia capitalistica dei paesi occidentali sia completamente terziarizzata, anche perché l’attuale divisione internazionale del lavoro crea pure gerarchie interne dentro singole aree geo-economiche che si configurano in funzione della posizione di determinati paesi nel sistema imperialista mondiale e nel mercato mondiale.

Ad esempio, la Germania ha visto in termini assoluti crescere il suo settore manifatturiero e la stessa Italia, benché con una sensibile contrazione, conserva ancora nuclei industriali che svolgono una funzione importante soprattutto in una politica economica orientata all’esportazione, in cui la coscienza operaia, frutto di esperienze e lotte passate non è ancora completamente cancellata.

L’organizzazione del lavoro ha indubbiamente visto cambiamenti nei paesi occidentali, con l’introduzione progressiva di una nuova legislazione e nuovi strumenti di gestione aziendale con almeno un duplice obiettivo: il ripristino del pieno comando capitalistico sulla forza-lavoro e l’abbassamento drastico dei salari. La precarietà, la riduzione dei diritti, anche di quelli democratici, la frammentazione dei siti produttivi, l’opposizione al riconoscimenti dei diritti della forza-lavoro immigrata hanno servito esattamente questo scopo.

Qualcuno ha chiamato questa fase “centralizzazione senza concentrazione” ma va anche detto che se ampliamo lo sguardo fuori dall’Europa, dagli Stati Uniti o, sia pur in minor misura, dal Giappone, vedremo che in altri luoghi del pianeta (Cina, Bangladesh, India, Brasile ecc…) si riproducono dinamiche ben più simili a quelle del capitalismo classico, ad esempio con grandi concentrazioni industriali in cui centinaia e migliaia di operai e operaie si ritrovano nel medesimo luogo di lavoro, e in cui la classe operaia industriale è tutt’ora potenzialmente l’avanguardia sociale del proletariato nel suo complesso.

Sia detto per inciso, la precarietà, che è stata elevata da alcuni teorici, soprattutto vicini al post-operaismo, a nuovo paradigma delle società a capitalismo maturo, con un risultante cambiamento della natura stessa del salariato, non ha che un valore descrittivo e politico, ma non può essere elevata al rango di categoria teorica dalla quale discenderebbe un cambiamento di fondo della natura del sistema. C’è appena bisogno di dire che cambiamenti sono avvenuti, eccome, in seguito al pieno dispiegamento della fase neoliberista del Capitale, in particolare con lo sviluppo della finanziarizzazione (o, per essere più corretti, del capitale monopolistico a dominante finanziaria), ma la natura del rapporto sociale fondamentale della formazione economico-sociale del Capitale è rimasta inalterata: il conflitto capitale-lavoro salariato, con la produzione, l’appropriazione e la realizzazione del plus-valore, continua ad essere il motore della riproduzione del sistema nel suo complesso.

La sconfitta storica, oltre a quelle più recenti, del movimento operaio europeo, e italiano, hanno generato profonda demoralizzazione, disillusione, frammentazione, disarmo politico e teorico, ripiegamento individualistico o ricerca di soluzioni miracolistiche, annichilimento delle organizzazioni di classe, anche per loro proprie responsabilità.

Tuttavia, ripartire è possibile: esistono lotte, esperienze di conflitto, potenzialità di mobilitazione nel mondo del lavoro che possono costituire la base di una riorganizzazione delle forze di classe, sia sul piano sociale che politico.

Per un’ organizzazione di classe come la nostra è importante avere sempre presente il quadro di forte internazionalizzazione dell’economia capitalistica e dello specifico inserimento della classe lavoratrice del nostro paese nel mercato mondiale e nella divisione internazionale del lavoro: una corretta considerazione in tal senso è necessaria per l’elaborazione di una linea programmatica capace di essere efficace ed incisiva, in stretta e ineludibile relazione con tutte le pratiche di lotta e tutte le esperienze di conflitto anzitutto nei luoghi di lavoro.

Infatti, se ad esempio è evidente che la classe operaia industriale non sia affatto sparita dal panorama della classe in Italia, è altrettanto evidente che, sotto i colpi della reazione capitalistica, abbia perso “peso specifico” politico, simbolico e materiale che in altre epoche le aveva consentito di essere l’avanguardia di una più ampia mobilitazione del mondo del lavoro salariato nel suo insieme. Ancora, ciò non significa che essa non avrà più un ruolo nelle lotte di classe del presente e del futuro, tutt’altro. Dobbiamo però prendere in considerazione che la ricomposizione di classe avverrà probabilmente su più fronti e attorno a più assi, con un ruolo di primo piano anche di quei settori di classe lavoratrice che oggi hanno la capacità di creare instabilità ed effettivi danni al padronato, come le recenti lotte del settore della logistica stanno dimostrando.

In tal senso, decisiva si dimostrerà anche la capacità di una ricomposizione politica della sinistra di classe, in cui Sinistra Anticapitalista dovrà aspirare a giocare un ruolo di primo piano, che sappia indicare obiettivi di lotta in grado di unificare tendenzialmente le condizioni materiali dei diversi settori della classe, favorendone la reciproca riconoscibilità e l’ identificazione della comunanza di interessi.

Elementi per un programma di classe possono essere: la lotta per ripristinare un forte contratto nazionale con uguale trattamento retributivo e normativo per mansioni analoghe, la difesa a oltranza del diritto di sciopero, aumenti di salario uguali per tutte/i, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e redistribuzione del lavoro esistente in un piano generale del lavoro, lotta intransigente al lavoro nero e ripristino di una forte progressività fiscale, lotta alle privatizzazioni, riappropriazione di elementi di salario indiretto, come le pensioni pubbliche con metodo retributivo e anche riappropriazione di salario nella forma monetaria di un reddito minimo garantito, lotta per la regolarizzazione di tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio italiano con la concessione del permesso di soggiorno e l’attribuzione del diritto di voto, attivo e passivo.