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Perché internazionalisti

Proponiamo che il paragrafo dedicato all’internazionalismo faccia parte del Documento politico e quindi venga stralciato dal Documento organizzativo. L’internazionalismo è un nostro valore politico fondativo e non un aspetto organizzativo; proponiamo, altresì, che il paragrafo presentato possa essere integrato con il seguente emendamento aggiuntivo.

Primi firmatari: le compagne e i compagni del Collettivo internazionalista (Circolo di Roma)

L’internazionalismo non è un principio astratto, bensì il riflesso politico e teorico del carattere internazionale dell’economia, dello sviluppo mondiale delle forze produttive e della necessaria e imprescindibile estensione mondiale della lotta di classe. Nella concezione di Trotsky l’internazionalismo proletario si presenta come una delle più importanti armi della rivoluzione sociale e come una condizione indispensabile della lotta per il comunismo: non è un attributo da acquisire, un optional della pratica rivoluzionaria e della costruzione del comunismo, ma al contrario un pilastro fondamentale ed integrante del marxismo rivoluzionario, in quanto riflette il carattere, le condizioni di esistenza e gli interessi del proletariato in un’ottica universale. L’appello “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” si ispira proprio a questa realtà: in tale ottica la rivoluzione in senso socialista non può che essere internazionalista e la lotta di classe internazionale. Per realizzare il passaggio ad una società socialista e collettivista è indispensabile la solidarietà proletaria internazionale e l’aiuto dei lavoratori di tutto il mondo: E’ in questa prospettiva (fortemente e necessariamente internazionalista) che la nostra azione e il nostro pensiero si esplicano: ci chiamiamo internazionalisti perché crediamo innanzitutto che gli interessi degli sfruttati siano gli stessi in tutto il mondo e che il comunismo non si possa realizzare in una sola area geografica: “… nel caso che sussista una dittatura del proletariato isolata, le contraddizioni interne ed esterne aumentano inevitabilmente e allo stesso ritmo dei successi.” (L. Trotsky)

Affermiamo la necessità di stabilire e consolidare relazioni fraterne di leale collaborazione e di aiuto reciproco, sulla base dell’ internazionalismo proletario e della lotta contro l’imperialismo.

Spezzare il tentativo della borghesia di contrapporre i proletari di paesi diversi (di culture, religioni o origini differenti, nativi e immigrati), puntando ad una unione internazionale.

Riteniamo sia nostro dovere, opporsi e sabotare in tutti i modi possibili i piani di guerra orditi degli imperialisti, denunciando il vero carattere di queste guerre e smascherando come menzogne “la difesa della patria”, gli “obiettivi umanitari” e di “liberazione” che vengono utilizzati dalla borghesia come giustificazione.

Seguendo tale approccio l’internazionalismo per Sinistra Anticapitalista è soprattutto sostegno alle lotte di liberazione dei diversi paesi, per costruire modelli sociali, economici e culturali alternativi al capitalismo e a tutte le sue diverse forme di oppressione.

Per noi internazionalismo significa sostenere donne e uomini che non hanno diritti sociali e civili, repressi perché donne, neri, gay o semplicemente lavoratori sottopagati, che producono merci per i paesi ricchi. Allo stesso tempo pensiamo che sistemi autoritari e totalizzanti basati sul capitalismo di stato o su basi religiose, pur contrapponendosi all’iperliberismo statunitense, non possono considerarsi in alcun modo, modelli di emancipazione e liberazione dei popoli. Il nostro essere internazionalisti è ben altro dall’essere “campisti”. Siamo consapevoli che l’imperialismo americano e le mire espansionistiche della NATO costituiscono la principale minaccia all’autodeterminazione dei popoli. Ciò nonostante, la logica “il nemico del mio nemico è mio amico” non ci appartiene e riteniamo che stare a fianco di paesi “imperialisti-altri”, come la Russia di Putin nel conflitto ucraino o a dittatori sanguinari come Assad in Siria, non porti beneficio alla causa dei proletari. Ci poniamo criticamente davanti ad ogni conflitto internazionale, con un punto di vista di classe e sempre dalla stessa parte: dalla parte degli sfruttati. A nostro avviso, essere internazionalisti e promuovere tale pratica, significa diffondere coscienza sociale e politica a supporto delle lotte per la liberazione dei popoli oppressi. Per evitare di aiutare lavoratrici e lavoratori del mondo, solo sul piano della sensibilizzazione internazionale (e ridurli a meri “oggetti di solidarietà”), occorrerà costruire, insieme ad altri soggetti, percorsi di azione rivoluzionaria basati sulla cooperazione tra popoli, applicando valori di uguaglianza e giustizia sociale. Non si possono ridurre le iniziative internazionaliste a semplici momenti di proselitismo o di pressione alle istituzioni. Occorre creare luoghi in cui sviluppare proposte e pratiche rivoluzionarie, per migliorare e trasformare la società.

Ed è per quanto delineato che ci impegniamo oggi sia a costruire la solidarietà con le lotte e le rivendicazioni del popolo greco, sia nella lotta internazionalista, comune alle classi lavoratrici europee contro il ricatto del debito e per mettere fine all’austerità. E’ quindi necessario sensibilizzare l’opinione pubblica del nostro paese e far comprendere che quella lotta è anche la nostra, che il loro successo sarebbe anche il nostro, dandoci maggiore forza nel respingere l’attacco del governo e dei padroni.

In tale prospettiva siamo focalizzati sulle seguenti azioni:

  • sostenere il rovesciamento del capitalismo mondiale che condanna le masse popolari ad una vita di ingiustizia e miseria;
  • combattere il fanatismo delle nazioni dominanti e il particolarismo nazionale tipico di molte nazioni oppresse perché siamo convinti della necessità di avvicinare e unire il proletariato dei paesi imperialisti al proletariato e alle masse lavoratrici e oppresse dei paesi dipendenti e coloniali, allo scopo di abbattere il comune nemico, l’imperialismo. La lotta di classe, in questi termini è e deve essere lotta contro la classe borghese, capitalista, dominante e non lotta di una nazione contro un’altra nazione.
  • preparare la rivoluzione attraverso la diffusione della coscienza politica, la partecipazione e la collaborazione attiva dei cittadini sfruttati e oppressi nel mondo. La pratica internazionalista deve essere una pratica politica atta a costruire una rete mondiale di solidarietà e scambio reciproco, nel rispetto dei tempi, dei modi e delle peculiarità delle lotte portate avanti dai singoli popoli.
  • lavorare per la nascita di una giornata internazionale di lotta di tutti gli sfruttati e le sfruttate del mondo individuata nel 24 aprile per ricordare il 24 aprile 2013, la più immane strage di operai/e mai avvenuta al mondo, con il crollo del palazzo fabbrica Rana Palace in piena Dacca (Bangladesh) con e un bilancio di 1.200 morti.

Precisiamo inoltre che affermare l’internazionalismo non significa negare, ma rimettere al centro il principio di autodeterminazione dei popoli a partire dalla denuncia dei processi di colonialismo interno che riguardano gli attuali stati (in Gran Bretagna con Scozia e Irlanda, in Spagna con i Paesi Baschi e la Catalogna, in Francia con la Corsica, in Marocco con il Sahara Occidentale, ecc..), Italia compresa (basti solo pensare all’occupazione militare della Sardegna). Come dimostra la battaglia del popolo kurdo la via per coniugare autodeterminazione popolare alla liberazione sociale è stretta, ma questo nodo non può essere rimosso da un’organizzazione che intenda agire nel concreto delle lotte anticoloniali. “Il settario si limita ad ignorare il fatto che la lotta nazionale, una delle forme più intricate e complesse, ma al contempo estremamente importanti, della lotta di classe, non può venire sospesa col puro e semplice riferimento alla futura rivoluzione mondiale”. (L. Trotskij).”

L’internazionalismo segna il percorso verso la rivoluzione ed è l’unica strada che la rende possibile.