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Turchia, vince la strategia della tensione

di Gippò Mukendi

Domenica 2 novembre Erdogan e il primo ministro Davutoğlu hanno raggiunto il loro obiettivo di recuperare la maggioranza dei voti, dopo la disfatta ottenuta durante le elezioni di giugno, per rafforzare il potere del Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo). Contro tutti i sondaggi, il partito islamico-conservatore ha guadagnato rispetto al 7 giugno 4,6 milioni di voti (49,9% di voti) ed ora potrà governare senza alleati, forte dei suoi 317 deputati su 550.

Per raggiungere questo obiettivo, Erdogan ha rivolto in un primo tempo i suoi attacchi contro l’esercito e i kemalisti, poi contro gli alleati islamisti legati alla figura del predicatore Fethullah Gülen. Durante la campagna elettorale ha fatto chiudere dalle forze di polizia due network televisivi legati proprio a Gülen, Bugün TV et Canal Türk. Come se non bastasse l’Akp ha beneficiato di ben 238 ore di presenze televisive, contro le 63 degli altri tre parti presenti in parlamento (su Trt, il canale pubblico, 30 ore per l’Akp contro i 18 minuti per l’Hdp, il Partito democratico dei popoli).

E’ stata, tuttavia, soprattutto la strategia della tensione culminata con l’attentato di Ankara del 10 ottobre a risultare vincente. La costituzione è stata nei fatti sospesa, la magistratura posta sotto controllo, la stampa zittita. Erdogan ha così scommesso tutto sull’incubo della guerra civile che si è impadronita di buona parte dell’elettorato.

E’ prevalso il ritorno all’ordine. Nel corso degli ultimi mesi, il presidente turco ha represso fortemente le forze di sinistra e i movimenti kurdi (sono stati persino arrestati 20 sindaci kurdi), ha rotto la trattativa con il Pkk, ha lanciato una forte offensiva militare nel Sud-est del paese e ha coperto i massacri di Suruç e di Ankara. Come hanno, infatti, denunciato i quotidiani coraggiosamente non allineati, la cellula dei militanti jihadisti reclutati nella città di Adiyaman e legata all’Isis era sotto sorveglianza dal 2013. I kamikaze dell’attentato di Diyarbakir durante il meeting del Hdp e di quello di Suruç appartenevano alla stessa cellula. I parenti dei militanti jihadisti, inoltre, avevano più volte segnalato alle forze di polizia l’adesione dei loro figli all’Isis e fornito i nomi di altri membri della cellula. Uno dei Kamikaze di Ankara era fratello dell’attentatore di Suruç. Nonostante ciò, il ministro dei rapporti con l’Unione europea ha osato addirittura sostenere in piena campagna elettorale che gli attentati sarebbero stato commessi dall’Isis in connubio con il Pkk.

In questo contesto, nonostante lo choc profondo del massacro di Ankara, le giornate del lutto e della rivolta non hanno dato vita ad un processo di mobilitazione sociale e democratica di forte ampiezza capace di mutare i rapporti di forza nel paese.

La strategia della tensione ha, dunque, pagato ancora una volta. A farne le spese nelle urne è stata soprattutto la destra nazionalista dei lupi grigi. La politica repressiva e il discorso nazionalista di Erdogan ha fatto breccia nel partito di azione nazionalista (Mhp) che ha perso ben 4 punti percentuali (circa due milioni di voti) e ha dimezzato il numero di deputati (da 80 a 41). Verso l’Akp si sono indirizzati, inoltre, i voti dei conservatori kurdi, gran parte residenti nelle grandi città occidentali, che a giugno avevano votato per l’Hdp (probabilmente 1 milione e mezzo di voti). L’Hdp è comunque riuscita ad entrare in parlamento, privando così l’Akp della maggioranza qualificata necessaria a riformare senza ostacoli la costituzione in senso autoritario ed instaurare così in Turchia anche formalmente un regime presidenzialista e bonapartista. L’Hdp, con 59 deputati in parlamento, rimane la terza forza politica.

Il risultato della formazione di centro-sinistra (Chp – Partito popolare repubblicano) è rimasto quasi inalterato. Con il 25,4% dei voti ha ottenuto 134 deputati, due in più rispetto a giugno.

Alcuni commentatori italiani, come Bernardo Valli su “ La Repubblica”, ritengono che abbia vinto la Turchia “profonda”, “emersa dal mondo rurale grazie al miracolo economico, nel frattempo esaurito” contro la Turchia laica e repubblicana“ arroccata nei grandi centri urbani, Smirne, Istanbul … quella con una vecchia patina kemalista e con quel tocco politicamente aristocratico che distingue chi pensa di rappresentare la storia di fronte ai nuovi arrivati in società” (La Repubblica, 2 novembre). La realtà è molto meno schematica. 23 milioni di voti per l’Akp non sono spiegabili solo attraverso queste lenti. Senz’altro in molti elettori è prevalsa la speranza di ritrovare una certa stabilità politica dopo cinque mesi di forte tensione e violenze. In questo senso Erdogan ha saputo giocare il ruolo del repressore e di padre dell’unità e dell’integrità della nazione.

Nel frattempo l’Akp ha incassato il sostegno delle grandi potenze internazionali così come della Unione europea. La visita di Angela Mekel ad Instabul per chiedere aiuto al primo ministro Davutoğlu e ad Erdoğan nel gestire il flusso dei rifugiati dalla Siria, dopo che per anni la Germania ha mostrato ostilità verso le prospettive europee di Ankara, ha indubbiamente rafforzato l’Akp. La Merkel ha promesso che si impegnerà per sopprimere i visti Schengen ai cittadini turchi e per forti aiuti economici per la regolazione dei flussi dei rifugiati, ossia per l’invio di soldi per la costruzione nei confini turchi di veri e propri campi di detenzione in grado di limitare l’afflusso verso l’Europa occidentale, dichiarandosi, inoltre, favorevole al rilancio del processo di adesione della Turchia alla UE. Dopo la vittoria Erdogan ha, inoltre, ricevuto il sostegno di Federica Mogherini e di Johannes Hahn, Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, che in un breve comunicato hanno scritto che occorrerà “lavorare con il futuro governo … con l’obiettivo di continuare a migliorare in tutti gli ambiti la cooperazione”:

Non dimentichiamoci che l’Akp è membro del Partito popolare europeo e che, al di là della matrice islamica, è emanazione diretta della Musiad (l’Associazione degli industriali e degli uomini di affari indipendenti), creata nel 1990 da settori della borghesia media delle regioni periferiche dell’Anatolia, arricchita dopo le politiche neoliberiste di Turgut Ozal. L’Akp è, infatti, riuscito a realizzare nel corso di questi anni la convergenza tra il vertice di questo capitalismo periferico – una sorta di borghesia “pia e puritana” – con una frazione maggioritaria del grande capitale turco nel quadro di una comunità di interessi capace di combinare neoliberalismo e aperture all’Europa. In questo senso l’Akp è ben più che il semplice rappresentante della “Turchia profonda”. L’Akp si presenta come la forza capace di consolidare il capitalismo turco coniugando liberismo e populismo tradizionalista capace di creare consenso in ampi settori della popolazione. Non a caso i rappresentanti dell’Ue considerano Erdogan uno di loro.

E’ difficile prevedere cosa riserverà il futuro. Per Erdogan non sarà comunque facile consolidare il suo potere ora che l’economia rallenta. La promessa di stabilità può non bastare al futuro governo monocolore. Quel che è certo è che in questi mesi occorrerà sostenere il movimento operaio, i movimenti sociali e democratici turchi, il movimento kurdo contro la repressione.