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Tasse, come le hanno ridotte ai ricchi e aumentate ai lavoratori

di Franco Turigliatto

“Abbassare le tasse non è di destra né di sinistra. È giusto. Punto.” proclama Renzi rilanciando l’obiettivo di una riduzione generalizzata delle tasse per tutti, per ricchi e poveri, per chi dispone di ingenti patrimoni e chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese e naturalmente per le imprese (leggi profitti).

Era la parola d’ordine liberista di Berlusconi e prima ancora della controrivoluzione conservatrice portata avanti da Reagan e Thatcher e poi imposta negli altri paesi. E’ l’obiettivo che da parecchi anni si propongono le classi padronali di tutto il continente europeo, sull’onda di quanto è avvenuto negli USA e in molti altri paesi noti per avere introdotto regimi fiscali molto favorevoli alle grandi ricchezze.

Il “Sole 24 ore” del primo novembre ci spiega che la “dottrina europea” (!?) sulla gerarchia delle tasse, considera, guarda caso, l’imposta più dannosa quella sui profitti (Ires e Irap), seguita da quella sul reddito (Irpef), poi da quella sui consumi e infine da quella sugli immobili, salvo poi difendere a spada tratta le scelte di Renzi sulla Tasi.

Mano tasse significa meno entrate fiscali, quindi meno risorse disponibili per lo stato; la campagna sulla riduzione delle tasse della borghesia diventa quindi anche la campagna per la riduzione della spesa pubblica, cioè degli strumenti con cui si garantiscono a tutti la sanità, la scuola, i trasporti, il welfare. La legge di stabilità di Renzi dispone infatti per i prossimi tre anni di tagliare le risorse delle Regioni, (che gestiscono la sanità) di altri 17 miliardi di euro. Perfino un personaggio come Chiamparino si ribella a questo salasso.

Questo articolo prova a spiegare come nel corso degli ultimi 20 anni siano state diminuite le tasse ai ricchi ed aumentate alle classi lavoratrici.

A cosa servono le tasse?

Originariamente (quando il parlamento era di censo, composto solo dai rappresentanti delle classi superiori), le tasse servivano a garantire la polizia, l’esercito, i giudici e il funzionamento del governo. Poi, con l’affermarsi del movimento operaio e democratico, sono state usate anche per garantire le risorse necessarie per le amministrazioni pubbliche che avevano sviluppato le loro funzioni, sia quelle centrali che quelle locali, i comuni, le regioni, per una adeguata gestione della società e della vita pubblica collettiva: le istituzioni democratiche, le elezioni, l’amministrazione della giustizia nei suoi diversi aspetti, le infrastrutture necessarie per la vita economica, i trasporti, la stessa iniziativa economica imprenditoriale dello stato, il mantenimento e la valorizzazione delle immense risorse architetturali e culturali del paese, ma anche e sempre più i servizi collettivi fondamentali come la scuola, la salute dei cittadini, l’assistenza sociale, la preservazione dell’ambiente, ecc.

In un progetto di vita civile di qualità, con servizi fondamentali garantiti a tutte le cittadine e i cittadini (non solo a chi se li poteva permettere per ricchezza personale), l’imposizione fiscale proporzionale e progressiva è stata uno strumento fondamentale per combattere le fortissime diseguaglianze prodotte dalla società capitalista e garantire attraverso lo stato e le pubbliche amministrazioni una maggiore giustizia sociale. Le classi abbienti dovevano pagare in funzione dei loro alti redditi per contribuire in modo adeguato con tutti gli altri contribuenti, a costruire un paese in cui tutte le cittadine e i cittadini potessero accedere alla scuola, alla sanità, ai trasporti, al welfare in senso lato.

L’evoluzione dell’IRPEF in Italia

In Italia gli anni 70 furono anni di grandi conquiste della classe lavoratrice: forti aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro, statuto dei lavoratori, legge sul divorzio, pensioni che garantivano la vecchiaia.

Sulla base delle mobilitazioni e delle pressioni del movimento dei lavoratori e delle sinistre, nel 1974 fu introdotto un nuovo sistema fiscale che aveva carattere fortemente progressivo: prevedeva 34 scaglioni di reddito con aliquote fiscali crescenti per poter tassare adeguatamente gli alti redditi. L’aliquota più bassa era del 10%, quella più alta del 72%!

Questo sistema nel corso degli anni è stato più volte modificato con l’obiettivo, non dichiarato, ma portato avanti con decisione ed infine realizzato, di diminuire le tasse alle classi più ricche. Già Nel 1989 gli scaglioni erano diventati solo 9 e l’aliquota massima era scesa al 50%. Oggi gli scaglioni sono solo 5: l’aliquota inferiore è salita al 23 %, quella superiore è scesa al 43%.

In particolare i salari e gli stipendi dei lavoratori che sono compresi nei primi tre scaglioni di reddito ricadono sul 23%, 27% e 38% di imposizione fiscale, Contemporaneamente l’imposizione fiscale per i due scaglioni superiori è stata ridotta al 41% e al 43%.

Anche un bambino può capire che questa controriforma fiscale portata avanti dai governi degli anni novanta e poi nel primo decennio del secolo ha avvantaggiato la classe borghese. Non per questo i ricchi hanno rinunciato ad evadere ancora le tasse e ad esportare illegalmente i capitali all’estero, come conferma una norma presente nella attuale finanziaria che dispone una ennesima e vantaggiosa sanatoria fiscale per chi riporta i capitali in Italia.

In conclusione oggi:

  • Pagano tasse sempre più alte (anche per effetto del cosiddetto fiscal drag) i redditi bassi e medio bassi.
  • Pagano tasse più alte anche alcuni settori della classe media (quelli che dichiarano realmente i loro redditi).
  • Pagano tasse molto più basse i redditi alti e medio alti.

La crisi fiscale dello stato

Questa situazione ha determinato una forte contrazione delle entrate fiscali dello stato. In una prima fase e pagando alti tassi di interesse, i governi hanno sopperito utilizzando la leva del credito, garantito da quelle stesse forze economiche che hanno tratto vantaggio dalla riduzione delle imposte. Costoro hanno avuto un triplice vantaggio: più redditività del loro capitale, più profitti e un’accresciuta rendita finanziaria.

Successivamente una parte dell’imposizione fiscale è stata trasferita dallo stato agli Enti locali, con un aggravio della tasse locali su salari, pensioni, redditi medio bassi, e con una riduzione progressiva dei servizi. Contemporaneamente i governi, per scelta politica liberista, hanno fatto ricorso sempre più alle politiche di austerità, tagliando la spesa pubblica, le pensioni e le risorse per la sanità e la scuola, garantendo così ai creditori e agli speculatori gli interessi del debito, cioè la rendita finanziaria.

Non è vero, come viene detto, che siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità. Sono i ricchi che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità non pagando le tasse che avrebbero dovuto pagare.

Perseguire ed anche accelerare in questa direzione, come oggi Renzi ci propone per conto delle classi dominanti, sarebbe correre verso il disastro, il peggioramento definitivo delle condizioni di vita delle masse popolari: lo stato non avrebbe più i soldi per garantire i servizi più semplici ed indispensabili. Il fenomeno è presente in tutta l’Europa. Negli ultimi anni la pressione fiscale è infatti scesa dal 44,7% al 37,1%; i lavoratori hanno continuato a pagare come o più di prima, i ricchi e possidenti sempre meno.

La riduzione dei redditi delle società

Per quanto riguarda i redditi delle società, i dati di due anni fa ci dicono che le imposte delle imprese sono diminuite mediamente in Europa dal 31, 9% al 23,2%. In Italia le tasse sulle società sono scese di oltre 9 punti, e si aggirano intorno al 31%.

L’elenco delle misure che si sono succedute è lungo, tra cui in particolare la riduzione dell’IRAP introdotta dal governo Prodi nel 2007 e poi confermata ed incrementata dai governi successivi. Questa riduzione è valsa per le imprese e le banche un risparmio di circa 8 miliardi all’anno…

E’ utile ricordare che l’IRAP serve a finanziare il Servizio sanitario nazionale; negli ultimi anni ha coperto il 30% del fabbisogno di questa struttura fondamentale della società.

Ma anche l’imposta sulle imprese, IRES, ha subito modifiche profonde a vantaggio dei capitalisti. Questa tassa una volta si chiamava IRPEG (Imposta sul reddito delle persone giuridiche); nel 2000 prevedeva una aliquota impositiva del 37%, scesa poi nel 2003 al 34%. Nel 2004 l’IRES debuttava con una aliquota del 33%, ridotta poi nel 2008 al 27,5%.

Oggi Renzi, se la Commissione Europea gli permetterà, come sembra, maggiore “flessibilità” nella gestione del bilancio, cioè di incrementare il deficit pubblico, ha già inserito nella legge di stabilità una riduzione dell’IRES al 24,5% per poi assestarla nel 2017 al 24%. Si capisce l’entusiasmo e il sostegno del giornale della Confindustria al Primo ministro.

Le diseguaglianze si allargano

In conclusione: un lavoratore della Fiat arriva a pagare aliquote fiscali del 33% sui redditi del suo faticoso lavoro; il suo padrone, anzi il suo datore di lavoro, Marchionne come capo della Fiat, si è regalato tre anni fa un pacchetto di azioni (stock grant in inglese) del valore di 50 milioni di euro, ne ha venduto una parte per pagarsi le tasse, pagando soltanto, per legge, una aliquota del 25%!

Non c’è dunque da stupirsi che l’Italia sia uno dei paesi industrializzati dove la diseguaglianza dei redditi è più alta: il 10% della popolazione possiede ben il 46% del totale della ricchezza nazionale. E ben 8/10 milioni di persone sono sotto la soglia di povertà.

Ecco quindi quale sia il vero significato della parola d’ordine: “diminuire le tasse per tutti”:

  • un grande, ulteriore ed ingiusto regalo per la classi ricche;
  • qualche spicciolo ai lavoratori duramente pagato con un taglio gigantesco della spesa pubblica a partire dalla sanità, la distruzione dello stato sociale, della garanzia a poter vivere una vita degna, la perdita di diritti sostanziali per garantire il futuro ai nostri figli.

Per i padroni solo vantaggi; tasse molto leggere, maggiori profitti, patrimoni che si gonfiano; per quanto riguarda la sanità e i servizi non avranno problemi a ricorrere ai migliori servizi privati. Molti di loro anzi hanno trovato un nuovo filone d’oro investendo nella sanità e nei servizi, settori sicuri e molto redditizi.

La nostra proposta

Meno tasse? Certo, ma per la classe lavoratrice e tutte le classi popolari; più tasse per la classe borghese, i ricchi e gli speculatori di ogni risma.

  1. Ridefinire in modo radicale la struttura dell’IRPEF, cioè un sistema fortemente proporzionale e progressivo di imposizione fiscale garantito anche da strumenti di adeguato controllo per impedire l’evasione fiscale (si parla di oltre 120 miliardi che sfuggono per questa via).
  2. Introdurre un’imposizione patrimoniale basata sull’insieme delle ricchezze immobiliari e mobiliari di un soggetto, anche questa costruita in forma proporzionale e progressiva.
  3. Così si affronta anche il problema delle tasse sulle case. La tassa sulla casa è di fatto una patrimoniale e quindi va collegata alle ricchezze e al reddito complessivo dei soggetti in modo da renderla progressiva, parametrata alla condizione delle famiglie e facilitando le classi popolari.
  4. Abolire le varie regalie (IRAP, IRES, decontribuzioni) che sono state fatte alle imprese e ai profitti dei loro padroni reintroducendo adeguate imposizioni fiscali per quanto riguarda le imposte sulle società ed aziende.
  5. Ridurre radicalmente tutte le forme indirette delle fiscalità (a partire dalla riduzione dell’IVA), che sono la forma più ingiusta di tassazione, perché colpiscono (indistintamente senza tener conto del reddito reale) in particolare i consumi di base fondamentali delle masse lavoratrici e popolari. Ai ricchi non fa molta differenza se i generi alimentari o i vestiti costano di più.
  6. Dotare le strutture di contrasto all’evasione fiscale di adeguate risorse sia di mezzi che di personale, ma anche attivando il controllo diretto dei lavoratori delle aziende e delle società interessate che sono quelli che più di tutti hanno la possibilità di verificare effettivamente i conti e i movimenti finanziari e fiscali impropri che li attraversano.

In questo modo sarà possibile disporre delle risorse necessarie pubbliche per affrontare tutti i grandi problemi che affliggono la società e le classi popolari, il lavoro, i salari, le pensioni e garantire alle amministrazioni pubbliche gli strumenti adeguati – senza che siano strangolate dal cappio del debito – per far fronte a tutte le spese necessarie ad assicurare i diritti democratici e sociali dei cittadini.