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Clima, la catastrofe è in marcia! Ecosocialismo o barbarie!

Dichiarazione del Bureau della Quarta Internazionale

Il clima della Terra cambia rapidamente. Molto più rapidamente di quanto gli esperti pensavano. Sulla causa del cambiamento non c’è alcun dubbio: è il riscaldamento dell’atmosfera provocato dalle emissioni di gas serra, principalmente la CO2 proveniente dalla combustione del petrolio, del carbone e del gas naturale.

La Terra si è riscaldata di 0,8°C nei due ultimi secoli. Questo basterà a fare salire il livello degli oceani di circa due o tre metri nei prossimi secoli. Nessuno potrà impedirlo. Centinaia di milioni di persone saranno costrette a sfollare, milioni di ettari agricoli saranno persi, zone urbane dovranno essere evacuate. I popoli del Sud saranno i più colpiti mentre sono i meno responsabili.

I governi hanno ignorato gli avvertimenti. Ventitré anni dopo il Vertice di Rio, le emissioni mondiali annuali di gas serra aumentano due volte più velocemente che nel decennio 1990. Malgrado la crisi economica! A questo ritmo, il riscaldamento alla fine del secolo non sarebbe di 2°C, ma di 6°C. Ne deriverebbero catastrofi terribili, totalmente inimmaginabili.

COP21, fumo negli occhi delle popolazioni, regali ai padroni

L’urgenza è massima, perché le misure da prendere sono rinviate da decenni. I paesi «sviluppati» devono cominciare immediatamente a ridurre le emissioni di almeno il 10% all’anno ed eliminarle completamente entro il 2050. I grandi paesi emergenti devono seguire rapidamente. Gli altri paesi hanno ancora un margine, che però si riduce a tutta velocità. Se non cambia niente, la quantità di petrolio, di carbone e di gas naturale che possiamo ancora bruciare senza superare 2°C di riscaldamento sarà esaurita nel 2030.

La 21a Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP21) si terrà a Parigi nel dicembre 2015. I responsabili politici cercano di addormentarci dicendo che, questa volta, concluderanno un accordo «ambizioso». Forse concluderanno un accordo, sì, per salvare la faccia. Ma quello che è certo è che tale accordo sarà del tutto insufficiente dal punto di vista ecologico e molto ingiusto dal punto di vista sociale. Il suo contenuto è già determinato in anticipo dagli impegni dei grandi paesi inquinatori: Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone, Australia, Canada. Su questa base, il riscaldamento della Terra sarà almeno da 3,6°C a 4°C entro la fine del secolo.

Tutti questi impegni sono stati negoziati con le lobby industriali e finanziarie. Sono tagliati su misura per i loro interessi. Le multinazionali si fregano le mani alla prospettiva dei nuovi mercati che gli sono offerti: nuovi mercati del carbonio, delle tecnologie «verdi», della compensazione forestale, della cattura–sequestro, dell’adattamento agli effetti del riscaldamento, ecc.

Ma un riscaldamento di 4°C significa un innalzamento del livello dei mari di 10 metri a lungo temine. Senza contare gli effetti più immediati: declino accelerato della biodiversità; più tempeste, cicloni, siccità, inondazioni, canicole; diminuzione della produzione agricola, ecc.

Salvare il capitalismo o il clima?

La verità è stabilita da decenni. Il GIEC [Gruppo intergovernatrivo di esperti sull’evoluzione del clima] è un organismo intergovernativo, le conclusionii dei suoi rapporti impegnano gli Stati. Le soluzioni tecniche esistono, i mezzi finanziari anche. Allora, perché i governi non prendono le misure necessarie? Perché auspicano «soluzioni» false o pericolose? Come i gas di scisto, gli agrocarburanti, il nucleare, la geoingegneria, ecc.?

La risposta è semplice: perché i governi sono al servizio delle multinazionali e delle banche che si fanno una guerra di concorrenza per il massimo profitto, e questa guerra spinge le imprese a produrre sempre più (dunque a consumare più risorse), e perché l’energia è fornita per più dell’80% dal carbone, dal petrolio e dal gas naturale.

Per salvare il clima:

  1. più dei 4/5 delle riserve conosciute dei combustibili fossili devono restare sotto terra;
  2. il sistema energetico basato su queste fonti fossili (e sul nucleare) deve essere distrutto al più presto, prima dell’ammortamento;
  3. le produzioni inutili, nocive o a obsolescenza programmata, devono essere abbandonate per ridurre il consumo di energia e di altre risorse;
  4. il dispotico sistema produttivista/consumista e inegualitario deve essere sostituito da un sistema rinnovabile, economo, decentralizzato, sociale e democratico.

È possibile arrestare la catastrofe climatica garantendo una vita degna a tutte e tutti. A una condizione: prendere misure anticapitaliste. I governi preferiscono distruggere il pianeta, mettere in pericolo la vita di centinaia di milioni di poveri, di lavoratori, di contadini, di donne e di giovani che sono già vittime dei cambiamenti climatici, e minacciare l’umanità di un caos barbaro in cui i mercanti d’armi faranno molti profitti.

Il capitale considera la natura come sua proprietà. Non c’è da scegliere tra urgenza climatica e giustizia sociale, è una sola e una stessa lotta. Mobilitiamoci. Aldilà della COP21 affermiamo il nostro diritto, sviluppiamo le nostre lotte, costruiamo le nostre convergenze, costruiamo un movimento di massa planetario.

Tutti in azione, in comune su tutti i fronti

Le multinazionali dei fossili hanno bisogno di estendere il loro dominio. Blocchiamole. Mobilitiamoci contro i progetti di infrastrutture al loro servizio: i nuovi aeroporti, i nuovi oleodotti, le nuove autostrade, la nuova follia del gas di scisto. Denunciamo i vantaggi, fiscali e di altro tipo, offerti alle compagnie del trasporto marittimo, aereo e stradale.

Le potenze «sviluppate», principali responsabili del riscaldamento, respingono ovunque le/i profugh/e/i che la loro politica di dominio provoca e che il riscaldamento aggrava. Rifiutiamo i muri e i campi dell’Europa fortezza, esigiamo il rispetto del diritto di asilo.

L’agroindustria e l’industria del legno sono responsabili del 40% delle emissioni di gas serra. Mobilitiamoci contro gli OGM , per un sostegno all’agricoltura contadina, biologica e di prossimità, per la sovranità alimentare. Costruiamo reti, associazioni di produttori-consumatori. Sosteniamo i diritti dei popoli indigeni sulle loro risorse e le lotte delle donne che producono l’80% degli alimenti nei paesi del Sud.

Siamo testimoni di una catastrofe della biodiversità. La sesta estinzione, come si dice: la più grande estinzione di specie dopo la scomparsa dei dinosauri. Tra il 40 e il 50 per cento di tutte le specie sul pianeta poterebbe essere scomparse entro il 2050. Un quarto di tutte le specie mammifere sono attualmente in pericolo di estinzione, contro un tasso (naturale) di estinzione di appena una ogni 700 anni. Organizziamoci per proteggere la biodiversità.

Il diritto di tutte e tutti a un’abitazione di qualità, all’acqua, alla mobilità, al riscaldamento e alla luce va bene per il clima e per l’occupazione. Mobilitiamoci per la gestione pubblica dell’acqua, per imprese pubbliche di isolamento-rifacimento degli edifici, per società pubbliche di trasporti in comune. In tutti questi settori imponiamo la gratuità per il consumo di base e il controllo della gestione da parte de/i/lle lavorat/ori/rici, de/gli/lle abitanti e de/gli utilizzat/ori/rici.

La follia produttivista e consumista nell’arredamento, nei tessili nell’elettronica, negli imballaggi … contribuisce molto al riscaldamento. Rifiutiamo i prodotti usa e getta, non riparabili, non riciclabili, a obsolescenza programmata. Organizziamoci per sostenere i/le lavorat/ori/rici di questi settori, in particolare nei paesi a bassi salari.

Il mondo del lavoro non deve fare le spese della transizione. Lavoratrici/tori occupate/i nelle industrie inutili, nocive, inquinanti, mobilitiamoci per la riconversione collettiva senza perdita di salario, in funzioni socialmente utili ed ecologicamente responsabili.

Il diritto al tempo libero va bene per il clima, la salute, e l’occupazione. Mobilitiamoci per lavorare di meno, meno velocemente, con meno flessibilità e per lavorare tutti e tutte, con la riduzione dell’orario di lavoro senza perdita di salario, con assunzioni compensatorie e riduzione dei ritmi.

Le multinazionali e le banche bloccano la transizione. Esigiamo il disinvestimento in questi settori. Cacciamo il privato dall’energia e dalla finanza, senza indennità né riscatto. È la condizione indispensabile perché la collettività abbia i mezzi per organizzare la transizione rapidamente e razionalmente. L’energia è un dono della natura e non deve appartenere a nessuno. Mobilitiamoci per un servizio pubblico dell’energia, decentralizzato, sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti.

Ecosocialismo o barbarie

La crisi climatica conferisce un’attualità bruciante all’alternativa «socialismo o barbarie». È necessaria una vera rivoluzione. Bisogna cambiare tutto! Non solo dividere in maniera ugualitaria il frutto del nostro lavoro, ma anche decidere che cosa produciamo e come lo produciamo – liberate/i dal martellamento pubblicitario e dallo spreco – ma anche rimettere in discussione il ruolo che il capitalismo patriarcale dà agli uomini e alle donne.

Per riassumere, si tratta di un cambiamento di civiltà, di transizione verso una nuova società, ecosocialista, femminista, fondata sulla solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Una società nella quale le grandi decisioni di gestione, le priorità della produzione e del consumo non saranno più decise da una manciata di sfruttatori, di burocrati o di pseudo esperti, guidati dal profitto. Questo cambiamento non verrà dalle elezioni ma dalle nostre lotte. Tutti assieme possiamo imporlo, se lo vogliamo!