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La menzogna di Netanyahu e la faziosità della grande stampa

di Antonio Moscato, da Movimento operaio

Le grossolane farneticazioni di Netanyahu sulla responsabilità del muftì di Gerusalemme comeispiratore dello sterminio degli ebrei hanno avuto qualche possibilità di essere accolte almeno in partesolo grazie alla spaventosa ignoranza di giornalisti e di certi storici o politologi buoni a qualunque uso. Del rapporto tra arabi e sterminio degli ebrei avevamo già parlato sul sito riportando un’intervista a Gilbert Achcar apparsa cinque anni fa: Gli arabi e la Shoah.

Netanyahu non è nuovo a uscite di questo genere, ma forse non è neppure “in mala fede”, èsemplicemente accecato dalla propaganda martellante del suo partito e degli integralisti ebraici concui governa, spesso spalleggiati non solo dai coloni ma anche da una parte relativamente ampia diIsraele; un po’ come Hitler era così allucinato dalle sue ossessioni sul complotto ebraico che perfinonell’immediata vigilia del crollo definitivo della Germania continuava insensatamente a impegnare unaparte notevole delle scarse risorse rimastegli (in veicoli, in combustibile, in soldati) per trasportare aicampi di sterminio i pochi milioni di ebrei ancora vivi. Eppure erano rimasti in gran parte vecchi, bambini, malati cronici e comunque denutriti, che solo una fantasia malata poteva concepire come unpericolo per il Terzo Reich.

Ma lasciamo perdere Netanyahu e il suo maestro. Quello che mi scandalizza e mi angoscia èl’ignoranza della maggior parte dei commentatori. Anche chi ha le migliori intenzioni come l’israelianodi sinistra Zvi Schuldiner, collaboratore storico del manifesto non riesce a inquadrare e spiegare ilrapporto tra il Gran Muftì di Gerusalemme Ami’n al-Husaini e le potenze nazifasciste, che pure vi fu, ma non era dovuto ad affinità o simpatia. Figuriamoci una penna cinica come quella di Adriano Sofri,che su Repubblica avalla la sostanza, se non la forma dell’accusa di Netanyahu, usando come fonteprincipale un altro giornalista proveniente da Lotta Continua e approdato a destra, Carlo Panella,specializzato ormai in islamofobia.

Incredibile è l’assist concesso a Netanyahu da Gian Enrico Rusconi, presentato sul “Messaggero”come “massimo storico della Germania”. In realtà è il più conformista degli “storici di sinistra”: ricordouna discussione disperante perché lui sosteneva che in Germania nel 1918-1919 non c’era statanessuna rivoluzione. Come prova, il fatto che pur avendo spazzato via l’impero e costretto i capimilitari ad accettare la fine delle guerra, quel moto gigantesco di marinai, soldati, operai non avevavinto. Con questo criterio, tolte le due grandi rivoluzioni francese del 1789 e russa del 1917 non cisarebbe stata mai nessuna rivoluzione! Neppure quella russa del 1905, che pure di quella di ottobre fuconsiderata la “prova generale”, anche se fu momentaneamente sconfitta.

Ma quello che sconvolge è il metodo da rotocalco popolare con cui Rusconi difende il premierisraeliano”:

Lui non dice che Hitler non abbia approvato la soluzione finale. Del resto non c’è alcun pezzo dicarta nel quale Hitler dica: io, Adolf Hitler, ordino lo sterminio degli ebrei. Non c’è nemmeno nelMein Kampf”

L’intervistatore è perplesso e domanda se allora è vero che l’idea della soluzione finale non era diHitler ma del Gran Muftì. La risposta è incredibilmente campata in aria, degna di quei fumettonipseudostorici di cui si alimenta la cultura di massa:

È plausibile. È verosimile che il Gran Muftì, avendolo incontrato, gli abbia detto: Se non li faifuori, non risolvi il problema. Probabilmente era preoccupato che gli ebrei si rifugiassero tutti inPalestina. Mi colpisce che autorità religiose abbiano potuto dire o lasciare intendere un’ideacome lo sterminio.

L’ultima frase è semplicemente ridicola, e soprattutto rivela una profonda ignoranza della storia: anchesolo nella seconda guerra mondiale “autorità religiose” cattoliche in Slovacchia (col governo fantocciodi monsignor Tiso) collaboravano attivamente con i nazisti allo sterminio, e nel Regno di Croazia sottotutela italiana i pii francescani collaboravano con i feroci ustascia di Ante Pavelic nello sterminio diserbi e musulmani (lasciando magari l’alternativa della conversione forzata). E non erano i soli. MaRusconi ha rimosso tutte le guerre che, col pretesto della religione, hanno provocato per secolimassacri spaventosi.

Ma di fatto la chiave di lettura era islamofobica. Mentre con Hitler hanno collaborato in tanti… ZviSchuldiner, nell’articolo citato sopra, accennava, come se si trattasse solo di un unico tentativo nonriuscito, agli sforzi di Itzak Shamir e della destra sionista di accordarsi con i nazisti attraverso ilconsole tedesco a Istambul, mentre sono documentati molti altri tentativi di accordi durante la guerra, e Guido Valabrega ha ricostruito in molti lavori la collaborazione di lunga durata tra Mussolini el’organizzazione sionista “revisionista” di Jabotinsky (quel filone del sionismo a cui si riallacciaNethaniahu), che si concretizzò tra il 1934 e il 1938 nella formazione nella Scuola Nautica diCivitavecchia di decine di quadri che formeranno successivamente la struttura portante della marinaisraeliana (mentre l’aviazione si formerà nel Sudafrica razzista).

La vicenda del Gran Muftì in realtà è ben nota e ricostruita con equilibrio da molti storici ancheisraeliani, in particolare da Ilan Pappe, Storia della Palestina moderna, una terra due popoli, Einaudi, Torino, 2005. Ami’n al-Husaini apparteneva a una delle due grandi famiglie di latifondisti palestinesi,che si contendevano l’egemonia sul movimento nazionale, scambiando spesso le parti. Era stato scelto come Gran Muftì da sir Herbert Samuel, governatore inglese della Palestina, ebreo e sionista,perché ritenuto più malleabile di altri aspiranti alla carica appartenenti all’altra fazione, quella deiNashashibi, più legati ad ‘Abd Allah di Transgiordania, che puntava a conquistare una maggiore autonomia rispetto ai britannici. Era stato scelto nonostante fosse risultato quarto in una rosa di nomi uscita da un sondaggio dei principali dignitari musulmani del paese.

Nel 1936 era stato inizialmente contrario alla grande rivolta palestinese, e aveva esercitato una funzione di freno e di mediatore, ma era stato poi sospinto a solidarizzare con gli insorti ed era diventato il nemico numero 1 dell’imperialismo britannico. Si era rifugiato in diversi  paesi arabi vicini e poi in Iran, ogni volta braccato e minacciato, finché non riuscì ad arrivare in Italia via Turchia nell’ottobre 1941 con un passaporto diplomatico falso rilasciatogli a Teheran dal rappresentante diplomatico italiano Luigi Petrucci.

Da allora Ami’n al-Husaini si impegnò a fondo in Italia e in Germania, assumendo un ruolo di difensore dei musulmani nei Balcani, e cercando di ottenere l’appoggio congiunto di Italia e Germania a un suo progetto di uno Stato arabo che doveva comprendere Iraq, Siria, Palestina e Libano. Tuttavia non riuscì a ottenere molto, in primo luogo per le rivalità e le diffidenze tra Berlino e Roma (assai maggiori di quanto si pensi abitualmente), e perché i due Stati fascisti volevano utilizzarlo, ma senza sbilanciarsi troppo. Hitler, per giunta, non voleva irritare i suoi miserabili alleati francesi del governo di Vichy dichiarandosi disposto a riconoscere l’indipendenza di Siria e Libano dalla Francia, mentre Mussolini, che aveva avuto sul suo libro paga giornalisti e politici di vari paesi arabi, sapeva quanta ostilità c’era nei suoi confronti per la brutalità della repressione della resistenza libica. La Germania nazista era stata incapace d’altra parte di assicurare una efficace protezione al governo nazionalista iracheno che le aveva chiesto aiuto.

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Di questo avevo scritto anni fa in un libro Tempeste sull’Iraq, oggi sul sito. Mentre facevo alcuni controlli ho “scoperto” che nel quarto capitolo c’erano alcune delle cose già dette, e molte altre che avrei voluto scrivere. Ho deciso dunque di riproporre uno stralcio che riguarda proprio questo caso, tratto dal capitolo III, L’Iraq cerca l’indipendenza (1940-1958).

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[…] Nell’aprile 1941 in Iraq un colpo di Stato portò al potere Rashid Ali el Kailani, un uomo politico che aveva giocato un ruolo importante nel decennio precedente. Egli rifiutò di schierare l’Iraq al fianco della Gran Bretagna nella Guerra mondiale, e fu abbattuto meno di un mese dopo da un rapidissimo intervento militare inglese. Per molti anni fu considerato da alcuni semplicemente un agente nazista, da altri fu esaltato come un coerente nazionalista. Ancora oggi la propaganda bellicista più becera, che punta a demonizzare un intero popolo, presenta Rashid Ali come precursore di Saddam Hussein, identificando nella storia dell’Iraq un lungo filo nero. Ma la questione è ben più complessa.

L’Iraq subì sempre una forte influenza tedesca, dovuta a molti fattori. Prima di tutto la Germania era stata molto presente negli ultimi decenni dell’impero ottomano proprio in quell’area, dove aveva cominciato a costruire l’asse ferroviario Costantinopoli-Baghdad-Basra, che era in parte già entrato in funzione prima della Grande Guerra. Intorno alla costruzione di una ferrovia si creavano molteplici interessi, da quelli dei lavoratori assunti a quelli dei fornitori locali; nell’area erano stati aperti sportelli bancari che non esaurivano la loro funzione nel fornire un supporto ai lavori, ma raccoglievano i risparmi dei ceti più agiati della zona, con cui si potevano stringere così utili rapporti.[1]

Ditte tedesche avevano anche ottenuto dalla Porta l’incarico di effettuare in una vasta area dell’impero ottomano lavori di bonifica, come il prosciugamento del lago di Karaviran e l’irrigazione della pianura di Qonia, dove arrivava un tronco complementare delle ferrovie turco-tedesche.[2] Ogni presenza di questo tipo lascia tracce, e anche rapporti economici e umani che non si cancellano, neppure dopo la fine del rapporto privilegiato di tipo coloniale o semicoloniale.[3]

Ma c’era un’altra ragione politica semplicissima, che può essere sintetizzata nella frase “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Negli anni Trenta l’insofferenza per la presenza britannica si era fatta più forte in Iraq e si era espressa con il colpo di Stato del generale Bakr Sidqi al-Askari e il governo presieduto da Hikmet Suleiman (definito ancora oggi “progressista” dalla storiografia di derivazione sovietica), e molti settori delle masse e soprattutto dei notabili e del ceto politico guardavano con interesse alla rinascita di una forte Germania in grado di colpire la potenza britannica. I massacri compiuti congiuntamente da britannici e sionisti nei confronti della popolazione palestinese nel 1936-1939 avevano avuto una forte eco in tutti i paesi arabi limitrofi, e non era stato difficile per gli agenti nazisti operanti nell’area indirizzare il malcontento contro i britannici anche in senso antiebraico. Naturalmente sorvolavano sul fatto che il razzismo hitleriano era rivolto non solo contro gli ebrei ma anche contro tutte le “razze inferiori”, come gli slavi, i “negri” e gli stessi arabi momentaneamente corteggiati.

Anche Mussolini aveva tentato la stessa operazione, presentandosi per giunta come difensore dell’Islam (forse per imitazione di quello che aveva fatto Napoleone nel 1798 in Egitto).[4] Aveva messo sul suo libro paga parecchi giornalisti e uomini politici di diversi paesi arabi, come il siriano Shekib Arslan, ma in genere senza troppo successo, per il discredito gettato sulla sua politica dalla feroce repressione del nazionalismo libico. In particolare dopo l’impiccagione dell’indomabile “Leone del deserto” Omar al-Mukhtar, nel settembre 1931, un vasto movimento di ostilità al fascismo si sviluppò tra gli intellettuali arabi. Anche l’aggressione all’Etiopia indipendente aveva reso vani gli sforzi propagandistici del fascismo italiano (anche se qualche arabo auspicò che si mantenesse la “neutralità” nel conflitto dato che la maggioranza cristiana etiopica aveva spesso perseguitato le minoranze islamiche). Qualche maggior successo l’Italia fascista aveva ottenuto nell’ala radicale del nazionalismo indiano di Chandra Bose, che poi, durante la seconda Guerra mondiale si appoggerà al Giappone contro la dominazione britannica.[5]

Subbas Chandra Bose peraltro, che in Italia viene considerato “fascista”, per gli indiani è insieme a Nehru e Gandhi uno dei padri della patria, e dopo l’indipendenza gli è stato eretto un monumento a Calcutta.

E non furono casi isolati. Il più noto, anche perché utilizzato incessantemente in modo distorto dalla propaganda sionista, è quello di Hadj Hamin al-Hussein. Nominato Gran Muftì di Gerusalemme – falsificando il risultato della votazione effettuata dai notabili locali che avevano indicato altri nomi – dal governatore britannico della Palestina, sir Herbert Samuel (un ebreo che pure simpatizzava apertamente per la causa sionista), Hadj Hamin al-Hussein dopo molte esitazioni dovute al suo moderatismo politico e alla sua origine di classe, finì per schierarsi con la rivolta palestinese che pure lo aveva preoccupato inizialmente per il suo radicalismo, per la sua forte componente contadina, per l’ostilità manifestata nei confronti dei proprietari terrieri che vendevano le terre ai sionisti senza curarsi della sorte dei contadini che vi lavoravano da molte generazioni. Quando nel 1937 la rivolta palestinese entrò in una fase più difficile, anche per la interessata “mediazione” dei sovrani arabi chiamati come arbitri dallo stesso Hussein, e si inasprì la feroce repressione britannica – spalleggiata dalle milizie sioniste – che costò la vita a migliaia di palestinesi, Hadj Hamin al-Hussein fuggì all’estero, rifugiandosi inizialmente in Iraq. Dopo il ritorno in forza della Gran Bretagna in quel paese nel 1941, il Gran Muftì dovette abbandonare il Medio Oriente e finì per arrivare in Europa, dove chiese e ottenne protezione all’Italia fascista e alla Germania nazista, che cercò di aiutare a organizzare un reclutamento di fiancheggiatori delle forze dell’Asse tra i musulmani dei Balcani (anche – va detto come circostanza parzialmente attenuante – per ottenere una qualche protezione per le popolazioni musulmane dalla ferocia degli Ustascia, che cercavano di “croatizzarli” convertendoli a forza al cattolicesimo, con la collaborazione di religiosi francescani, come facevano nei confronti dei serbi ortodossi che non sterminavano).[6]

Ma anche il leader nazionalista tunisino Habib Bourguiba, che fino al 1936 era stato molto vicino al Partito comunista francese, e che poi era stato deluso profondamente dal rifiuto di affrontare la questione coloniale dal parte del governo di Fronte Popolare, accettò – sia pur con alcune cautele e senza schierarsi apertamente con le potenze dell’Asse – di collaborare con esse, parlando ai tunisini da Radio Bari.

Lo stesso Achmed Sukarno, il padre dell’Indonesia indipendente e suo presidente fino al colpo di Stato del generale Suharto nel 1965 (che fu accompagnato dal massacro di oltre 500.000 comunisti o presunti tali e di centinaia di migliaia di appartenenti alla minoranza cinese), aveva accettato durante la seconda Guerra mondiale qualche collaborazione con il Giappone, che proclamava “l’Asia agli asiatici” e che comunque faceva parte della coalizione che aveva annientato l’Olanda, la potenza coloniale che dominava da alcuni secoli l’arcipelago indonesiano.[7]

Oggi può sembrare strano e scandaloso che dei movimenti di liberazione nazionale chiedessero o accettassero l’appoggio dei regimi fascisti; ma va ricordato che il comportamento dei Fronti popolari nel 1936 aveva spinto gran parte dei dirigenti dei movimenti nazionalisti delle colonie a considerare le potenze “democratiche” e “antifasciste” che li dominavano non diverse da quelle fasciste, e quindi a ritenere una questione puramente tattica l’utilizzazione di appoggi da parte di queste.

In una pagina metodologica esemplare Renzo De Felice ha posto il problema in questi termini:

La qualificazione di “fascisti” attribuita anche da studiosi di rilievo al Muftì di Gerusalemme, a el-Gaylani, a Chandra Bose e ad altri esponenti dei movimenti nazionali asiatici ed africani che furono in contatto con qualcuna o con tutte le potenze del Tripartito prima e durante la seconda Guerra mondiale non regge a uno studio ravvicinato delle vicende attraverso le quali si svilupparono i loro contatti e la loro collaborazione e alla immagine che di essi hanno i loro rispettivi popoli. […] Per comprendere in termini storici e non ideologici le ragioni effettive di certi contatti e di certe collaborazioni è necessario rifarsi non a schemi di tipo politico desunti dalle vicende europee e proiettati in forza di un “vizio” culturale etnocentrico su realtà storiche e culturali diversissime dalla europea e occidentale in genere, ma alle ragioni profonde di tali realtà e alle loro manifestazioni politiche: in altri termini alle esigenze di lotta per l’indipendenza nazionale che muovevano i movimenti che ebbero quei contatti e stabilirono, in funzione, appunto, dell’indipendenza dei rispettivi paesi, quelle forme di collaborazione. Solo non pretendendo di applicare i nostri schemi e i nostri parametri culturali, ideologici e politici a realtà ed esperienze nate in tutt’altro contesto è possibile evitare fraintendimenti e articolare le posizioni, spesso assai diverse, che all’interno di quelle esperienze pure vi furono e vi sono.[8]

Il breve governo nazionalista di Rashid Ali el Kailani

La morte del re Ghazi nell’aprile 1939 aveva rafforzato i militari e le tendenze antibritanniche in Iraq. Anche se probabilmente la sua morte fu occasionale e dovuta a un banale incidente stradale, e non frutto di un complotto, come si pensò allora, la reazione popolare rivelò che stava maturando una fortissima ostilità alla Gran Bretagna. Appena si sparse la notizia della morte del re, ad esempio, una grande folla si radunò davanti al consolato britannico di Mosul e fece a pezzi il console G. Monck-Mason, che era uscito imprudentemente dall’edificio sperando di tranquillizzare i manifestanti.[9]

Il controllo britannico sul regno si indebolì, anche perché fu proclamato re il figlio di Ghazi, con il nome di Feisal II. Ma dato che aveva solo 4 anni, la reggenza fu affidata al principe Abdulillah, dotato di scarso prestigio anche se a favore della sua designazione si erano pronunciate la vedova e la sorella del re morto.

La sconfitta francese nel giugno 1940 aveva poi diffuso la sensazione che presto anche la Gran Bretagna sarebbe stata sconfitta. Lo stesso Primo ministro Nury Said, pur essendo notoriamente filobritannico, fiutando l’aria nel settembre 1939 aveva dichiarato che l’Iraq, pur consentendo alle truppe inglesi il diritto di passaggio in base agli accordi precedenti, non sarebbe entrato in guerra se non nel caso, definito “improbabile”, di una minaccia diretta al suo territorio.

Tra il 31 marzo 1940 e il 31 gennaio 1941 si forma un governo più nettamente antibritannico, guidato da Rashid Ali el Kailani, che ha preso il posto di Nury Said (costretto alle dimissioni da rivelazioni che lo vogliono complice dell’assassino di Rustum Haydar). Le manovre di Nury Said costringono poco dopo alle dimissioni Rashid Ali el Kailani, ma già il 3 aprile dello stesso anno un colpo militare riporta quest’ultimo alla testa del governo, mentre il reggente Abulillah fugge nascosto in un’auto diplomatica statunitense e viene immediatamente deposto e sostituito da un lontano parente del re, Sherif Sharaf. L’Iraq dichiara che “farà l’impossibile per mantenere relazioni amichevoli con tutti i paesi”, ma intanto il suo nuovo governo faceva circondare dalle truppe l’ambasciata della Gran Bretagna.

La reazione inglese è fulminea e dura. Rashid Ali el Kailani, che è stato appoggiato da appelli alla guerra santa da parte di Haj Hamin al-Husseini, e da altri capi religiosi sunniti e sciiti, si trova presto in difficoltà. Ha chiesto aiuto alla Germania e all’Italia, che hanno perso tuttavia alcune settimane prima di decidersi a intervenire su un fronte così lontano, ma anche per ottenere il diritto di sorvolare la Siria dal governatore francese (che ha aderito al governo di Petain). Il primo pilota tedesco che arriva a Baghdad viene creduto inglese e abbattuto mentre scende dall’aereo, altri 22 aerei arrivano quando è troppo tardi (quelli italiani a battaglia completamente finita). Il governo iracheno deve fuggire in Iran, dopo un mese di combattimenti. Rashid Ali el Kailani raggiunge la Francia attraverso la Siria, poi passa in Germania e alla fine troverà rifugio presso Ibn Saud, sfuggendo alla condanna a morte pronunciata nei suoi confronti.

L’Iraq, riconquistato dalla Gran Bretagna anche con l’aiuto di truppe provenienti dalla Transgiordania (compresi alcuni arabi comandati da Glubb Pascià), sarà utilizzato come base per la riconquista della Siria, che sarà riportata sotto il controllo delle forze fedeli a De Gaulle e degli stessi inglesi. Prima del rientro a Baghdad della famiglia reale e del reggente Abdulillah, e soprattutto di Nury Said, che assumerà di nuovo la carica di Primo ministro, la popolazione si sfoga contro i negozi di ebrei, considerati complici dei britannici. Sarà l’inizio di una lunga tragedia.

Centinaia di esponenti iracheni considerati filonazisti o semplicemente nazionalisti antibritannici saranno imprigionati, deportati in India o costretti all’esilio.

Così il movimento nazionalista si troverà a lungo indebolito, analogamente a quanto era successo a quello palestinese. Anche in Egitto i britannici nel 1940 avevano brutalmente destituito il presidente del consiglio Ali Maher, e disarmato e allontanato dal fronte vari ufficiali (tra cui Aziz el Masri, l’eroe della resistenza arabo turca all’invasione della Libia); avevano poi imposto al debole re Faruk la nomina a Primo ministro di un loro uomo, Nahas Pascià. Alcuni giovani ufficiali – tra cui il futuro presidente Gamal Abdel Nasser e soprattutto quello che dopo la sua morte sarà il suo successore, Anwar el Sadat – accumularono da quella esperienza un profondo rancore contro i britannici, i collaborazionisti e il re fantoccio, che sarebbe venuto alla luce nel 1952. […]

Postilla

Mi scuso per la pigrizia, effettivamente ormai faccio spesso così: quando rileggo qualcosa che ho scritto qualche anno fa che mi sembra ancora utile, lo “riciclo”. Non saprei d’altra parte cosa cambiare a quanto ho scritto e riportato sopra.  Al massimo posso segnalare qualche testo che a suo tempo non avevo utilizzato, come il bel libro di Ilan Pappe, Storia della Palestina moderna, una terra due popoli, Einaudi, Torino, 2005 e un interessantissimo libro di Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, prefazione di Angelo del Boca, Mursia, Milano, 2002, che affronta con nuove fonti il complesso problema del rapporto tra movimenti anticoloniali e conflitti interimperialisti.

Mi scuso, quindi, anche se forse non c’è solo pigrizia. Il fatto è che sono stanco, anche fisicamente, e mi pesa la convinzione che il tempo che mi rimane non è lungo, anche se il male che mi indebolisce non è fulminante. Pesa soprattutto la sensazione di scoraggiamento per la modesta utilità di quel che ho fatto e scritto, in un mondo che si alimenta sempre più di frottole e di banalità. Sto ricevendo ad esempio da diversi compagni sollecitazioni a rispondere ad alcune porcherie staliniste degne del peggiore negazionismo, che circolano in rete, e che continuano a sostenere che Trotskij era al soldo degli imperialisti americani, tedeschi, giapponesi: ma non so da dove cominciare. Sono scoraggiato quando guardo le migliaia di pagine che io stesso ho scritto (a quanto pare inutilmente) su questi argomenti per quasi cinquant’anni, o se penso ai 20 metri quadri di libri della mia biblioteca dedicati soltanto alla società sovietica (un’intera parete), libri che i neostalinisti non hanno mai letto e non leggeranno mai, come i seguaci di Netanyahu che credono che il Gran Muftì abbia ispirato Hitler… Da dove cominciare?

(a.m.22/10/15)


[1]R. Luxemburg, op. cit. pp. 440-446.

[2] Questi lavori erano pagati a carissimo prezzo dal governo ottomano, che assicurava anche un utile chilometrico fisso molto alto alla compagnia ferroviaria, che veniva garantito concedendo alla “Administration de la Dette Publique Ottomane” (l’equivalente del Fondo Monetario e della Banca Mondiale in quegli anni) la riscossione delle imposte (le tradizionali “decime”, aumentate però fino al 12 e 12,5%) in molti vilayet. Ivi, p. 444.

[3] Interessante notare a questo proposito che la Germania, pur privata di tutte le colonie africane alla conclusione della prima Guerra mondiale, ha mantenuto legami all’interno di esse così duraturi che perfino dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta erano stati utilizzati dall’Urss per la penetrazione in quell’area: era infatti alla Germania est che venivano delegati compiti di “intelligence”, di consulenza militare ed economica nei paesi che si avvicinavano al “blocco socialista”.

[4]In quegli anni numerose pubblicazioni in Italia risollevavano la questione palestinese, lamentando che il Mandato della Società delle Nazioni fosse andato all’Inghilterra protestante e non all’Italia cattolica, e rispolverando un’improbabile discendenza di Vittorio Emanuele III da uno degli effimeri re di Gerusalemme del tempo delle crociate.

[5]Renzo De Felice, Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, il Mulino, Bologna, 1988.

[6]Una ricostruzione equilibrata e documentatissima dell’atteggiamento del Gran Muftì si trova in Luigi Goglia, Questione palestinese e nazionalismo arabo, Argalia, Urbino, 1980, in particolare nei capitoli dedicati a La questione palestinese tra le due guerre mondiali e La rivolta araba in Palestina nel 1936.Goglia ricostruisce l’atteggiamento inizialmente filobritannico di Hadj Hamin al-Hussein, e l’appoggio che egli per questo ottenne dal governatore Samuel. Anche Renzo De Felice nel volume citatosmentisce nettamente le interpretazioni ricorrenti di Hamin al-Hussein come “fascista” nella propaganda sionista e riprese da grossolane volgarizzazioni “storiche” come quella di Nicola Garribba,Lo Stato di Israele, Editori Riuniti, 1983, che non meriterebbe neppure di essere nominato se questo libercolo non fosse apparso in una prestigiosa collana della casa editrice del Pci, e diffuso poi in centinaia di migliaia di copie nelle scuole italiane dall’Ambasciata israeliana (e adottato anche da qualche professore universitario sionista). Sulle falsificazioni di Garribba si aprì un appassionato dibattito che si concluse con un incontro dei maggiori studiosi italiani di questionimediorientali con il direttore della collana, Tullio De Mauro. Un promemoria (ma sarebbe meglio dire una totalestroncatura) sul libro, preparato per quella riunione, è stato pubblicato successivamente in Antonio Moscato, Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991, pp. 107-126.

[7]L’attuale presidente dell’Indonesia, la signora Megawati Sukarnoputri, è la figlia di Achmed Sukarno, che fu destituito formalmente nel 1966, qualche mese dopo il golpe militare appoggiato dagli Stati Uniti.

[8]R. De Felice, op. cit., pp. 12-13. De Felice conclude il ragionamento dicendo che la sottovalutazione di questa complessità “in un certo senso – non sembri troppo ardito il confronto – è quasi come prospettare un’immagine del nostro Risorgimento che non tenga conto contemporaneamente di Mazzini, di Cavour, di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II”. Ivi, p. 13.

[9] La reazione del governo britannico fu talmente prudente e moderata da accettare subito senza recriminazioni le scuse dell’Iraq. J. Dauphin, op. cit., pp. 107-108.