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Intervista a Gilbert Achcar: le operazioni militari russe in Siria 

di Ilya Budraitskis*

Ilya Budraitskis: Sono passati già vari giorni dall’inizio delle operazioni militari russe in Siria e gli obiettivi e le strategie di questa operazione sono ancora poco chiari. Le spiegazioni che giungono dal governo russo sono poco chiare. Da un lato sostengono che la contrapposizione all’ISIS è la principale ragione dell’operazione, e dall’altro la presentano, come ha fatto Putin all’ ONU, come un aiuto al legittimo governo di Assad. Cosa pensi del vero obiettivo di questa operazione?

Gilbert Achcar: La ragione ufficiale iniziale dell’ intervento è stata concepita per ottenere il semaforo verde da parte degli Occidentali, ed in particolare dagli americani. Poiché gli Occidentali bombardano l’ISIS in Siria, non sono certo nella posizione di opporsi al fatto che la Russia faccia lo stesso. È con questo pretesto che Putin ha “venduto” l’intervento a Washington prima di avviarlo, e Washington l’ha “comprato”. All’inizio, prima che gli aerei russi cominciassero i bombardamenti, le dichiarazioni da Washington accoglievano positivamente contributo russo alla lotta contro l’ISIS. Ciò era completamente infondato, naturalmente  – una pura illusione. Ma penso che sarebbe sorprendendente se a Washington abbiano veramente creduto che la Russia abbia usato la forza per combattere l’ISIS.

Non potevano ignorare che il vero obiettivo dell’intervento russo era puntellare il regime di Bashar al-Assad. Il fatto è che, comunque, Washington è d’accordo anche sul vero obiettivo dell’intervento di Mosca – impedire il collasso del regime di Assad. Fin dalla prima fase della rivolta in Siria, l’amministrazione USA, persino quando hanno iniziato a dire che Assad avrebbe dovuto ritirarsi, hanno sempre sottolineato che il regime avrebbe dovuto restare in sella. Contrariamente a ciò che credono i critici semplicisti degli USA, l’amministrazione Obama non è per nulla interessata a un “cambio di regime” in Siria – piuttosto è vero il contrario. Vogliono il regime di Assad senza Assad.  Questa è la “lezione” che hanno tratto dal fallimento catastrofico USA in Iraq: con il senno di poi, meglio per loro sarebbe stato optare per un “Saddamismo senza Saddam”, invece di smantellare gli apparati del regime.

Ecco perché l’intervento di Putin è stato visto con un certo favore a Washington. E c’è molta ipocrisia nell’attuale protesta dell’amministrazione Obama per il fatto che la maggior parte degli attacchi russi sia diretta contro l’opposizione siriana non appartenente all’ISIS. Rimproverano la Russia di non colpire sufficientemente l’ISIS: se la proporzione degli attacchi russi all’ISIS fosse stata più alta, gli USA sarebbero stati molto più a loro agio e avrebbero avuto meno obiezioni rispetto ad attacchi che puntano a consolidare il regime di Assad. Inoltre la speranza di Washington è che Putin, non solo impedirà il collasso del regime e lo consoliderà, ma anche possa aiutare a raggiungere una qualche forma di accordo politico in seguito al conflitto. Attualmente è solo un gran pio desiderio.

L’obiettivo chiave dell’intervento militare russo in Siria era puntellare il regime nel momento in cui quest’ultimo aveva sofferto pesanti arretramenti sin dall’ultima estate. Lo stesso Assad aveva dovuto riconoscere lo scorso luglio l’incapacità del regime di continuare a mantenere il controllo di parti del territorio che aveva invece mantenuto sino ad allora. Lo scopo di Mosca è prevenire il collasso del regime e consentirgli di riconquistare il territorio perso la scorsa estate. Questo è l’obiettivo fondamentale di Mosca.

Tuttavia c’è anche un secondo obiettivo che va molto oltre la Siria, e che si traduce nell’invio in Siria da parte della Russia di un importante saggio della sua forza aerea e nel lancio di missili dal Mar Caspio. Sembra trattarsi del “momento del Golfo” dell’imperialismo russo. Intendo dire che Putin sta facendo su scala ridotta ciò che gli USA fecero nel 1991, quando esposero in vetrina il loro armamento di ultima generazione contro l’Iraq nella prima guerra del Golfo. Fu un modo per dire al mondo: “Guardate quanto siamo potenti! Guardate com’è efficiente il nostro armamento!” E fu un argomento di grande peso nella riaffermazione dell’egemonia USA in un momento storico cruciale. La Guerra Fredda stava finendo – il 1991 fu l’ultimo anno di vita dell’URSS, come ben sai. L’imperialismo USA aveva bisogno di riaffermare la sua egemonia nel sistema globale.

Quello che Putin sta facendo ora con questa prova di forza è dire al mondo: “Anche noi Russi abbiamo un sistema d’armi avanzato, che possiamo anche metterlo a disposizione, e in realtà siamo un alleato più affidabile degli USA.”. L’attitudine machista di Putin contrasta molto con la timidezza dell’amministrazione Obama in Medio Oriente negli anni recenti. Putin sta conquistando amicizie nella regione. Ha approfondito relazioni con l’autocrate contro-rivoluzionario egiziano Sisi, e con il governo Irachen. L’Iraq e l’Egitto erano stati finora considerati interni alla sfera d’influenza americana, ma oggi entrambi appoggiano l’intervento russo, ed entrambi stanno acquistando armi dalla Russia e sviluppando relazioni strategiche e militari con Mosca.

Questo è, ovviamente, un grande passo avanti per l’imperialismo russo nella sua competizione con l’imperialismo USA. Da questo punto di vista, l’intervento russo in corso dovrebbe essere visto all’interno di una competizione inter-imperialista. Più di quindici anni fa, analizzavo la guerra in Kosovo come parte di una nuova Guerra Fredda. Quest’argomento fu criticato allora; oggi non mi pare che vi siano dubbi al riguardo.

Molti sostengono che quello a cui assistiamo in Siria, con l’intervento russo, rappresenti il fallimento totale della politica statunitense. Pochi altri sostengono che ci sia un piano segreto americano per coinvolgere la Russia in questo conflitto. E apparentemente assistiamo a una forte divisione nell’ambito dell’elite americana sulla questione siriana. Quale credi sia la posizione USA in questa situazione?

Certamente negli Stati Uniti c’è disaccordo nelle alte sfere riguardo alla Siria. Non è un segreto che, al tempo in cui Hillary Clinton era Segretaria di Stato, ci sia stata una divergenza con Obama sull’opportunità di sostenere l’opposizione siriana: altri, nelle forze armate e nella CIA, condividevano le posizioni della Clinton. Nel 2012, quando questo dibattito ebbe inizio, la principale opposizione, l’esercito libero siriano, ne era ancora la forza dominante. È proprio l’attuale debolezza di queste forze, dovuta alla mancanza di appoggio da parte di Washington e specialmente al suo veto di dotarla di mezzi anti-aerei, che ha permesso ai “jihadisti” islamici di progredire parallelanente e di diventare successivamente la parte preminente nell’opposizione armata al regime siriano. Coloro che chiedevano appoggio all’opposizione “principale”, come Clinton e l’allora direttore della CIA David Petraeus, ora pensano che gli eventi abbiano dato loro ragione, e che i catastrofici sviluppi della situazione in Siria siano, in larga misura, il risultato della politica sbagliata di Obama.

Effettivamente Obama si trova ad affrontare un bilancio terribilmente negativo della sua politica in Siria. È un disastro totale da qualunque punto di vista lo si voglia guardare, umanitario o strategico. I paesi dell’UE sono piuttosto preoccupati dell’ondata di rifugiati, risultato di un disastro umanitario di massa. L’amministrazione Obama cerca di consolarsi dicendo che la Russia stia cadendo in una trappola, che troverà il suo secondo Afghanistan. Non è un caso che, nel suo recente intervento, criticando l’intervento russo, Obama abbia usato il termine “pantano” – un termine applicato agli USA in Vietnam, e all’URSS in Afghanistan. La Russia sarebbe ora nel “pantano” siriano. Si tratta di nuovo di un pio desiderio che prova ad indorare la pillola di un grande fallimento.

 

Ad ogni modo per il momento i grandi alleati degli USA, come la Germania e la Francia, non sembrano avere una reale posizione ostile all’intervento russo. Pensi che quest’ultimo abbia provocato una certa rottura tra gli USA e l’Europa e possa dare alla Russia un’opportunità di accordo con l’UE a prescindre dagli Stati Uniti?

Non credo. Innanzitutto non ci sono grandi differenze tra la posizione francese e quella americana. Sono in realtà piuttosto simili. La posizione della Germania è leggermente diversa perché non è direttamente coinvolta nelle azioni militari contro l’ISIS.  La Francia ha criticato la Russia per aver colpito l’opposizione altra dall’ISIS. Inoltre la posizione francese è molto rigida sulla “questione Assad”. Allo stesso modo di Washington e persino in maniera più categorica, Parigi sostiene un suo allontanamento e che la sua presenza è ostacolo ad una transizione politica in Siria. Ciò è piuttosto ovvio, perchè se una transizione politica deve basarsi su un accordo, un compromesso tra il regime e l’opposizione, non c’è alcuna possibilità che quest’ultima possa accettare qualche forma di governo condiviso sotto la presidenza di Bashar al-Assad. La posizione di Washington e Parigi si fonda su questo. All’opposto Mosca considera Assad  il legittimo presidente e insiste che ogni accordo debba essere da questi approvato. Per il momento esiste una divergenza significativa tra le due posizioni.

Come ti dicevo, Washington e i suoi alleati europei indugiano in pensieri illusori. Sperano che, una volta consolidato il regime siriano, Putin eserciterà una certa pressione per aprire la strada ad un compromesso in base al quale  Assad dovrebbe accettare di cedere il potere dopo un periodo transitorio verso nuove elezioni. Angela Merkel, sebbene abbia rettificato la sua posizione il giorno successivo, aveva detto che in un certo senso la comunità internazionale deve trovare un accordo con Assad.  E abbiamo sentito le stesse posizioni da parte di molti altri, in Europa e negli USA: “Dopo tutto, Assad è meglio dell’ISIS. Possiamo fare affari con lui. Quindi cerchiamo di trovare un accordo transitorio”. Ciò è a tutti gli effetti un autogol, avendo ottenuto come unico risultato di unire le opposizioni diverse dall’ISIS contro questa prospettiva. L’opposizione armata include tutte le sfumature del “jihadismo”, ognuna delle quali compete bella sua opposizione ad Assad. Non ci sono possibilità che alcun settore credibile dell’opposizione possa accettare un accordo che preveda la presenza di Assad.  Il suo allontanamento è la precondizione per qualsiasi soluzione che punti a fermare la guerra in Siria che, in caso contrario, semplicemente proseguirà.

Washington ha fatto molte dichiarazioni ipocrite, condannando l’azione russa, sebbene gli avesse dato luce verde in un primo momento. La ragione principale è che non vuole sembrare apertamente complice della salvezza del regime di Assad, e di conseguenza alienarsi i Sunniti della regione, almeno per come loro la vedono. Gli USA stanno in realtà facendo uso dell’intervento russo per mettere un cuneo tra Mosca e i paesi a maggioranza sunnita. I Sauditi avevano iniziato colloqui con la Russia e si dice che abbiano offerto un accordo per aumentare il prezzo del petrolio in cambio di una modifica dell’atteggiamento russo verso la Siria. Sono ora molto irritati per l’intervento di Mosca, sebbene coltivino ancora la speranza che Putin possa alla fine imporre la dipartita di Assad.

Nel frattempo, comunque, fonti come la Fratellanza Musulmana e il clero islamico saudita hanno chiamato alla Guerra Santa contro il secondo Afghanistan della Russia, in una singolare simmetria con la Chiesa Ortodossa russa, che descrive l’avventura militare di Putin come una Guerra Santa. È da notare la differenza con le precedenti guerre imperialiste in tempi recenti: solo la guerra condotta da islamici era considerata guerra religiosa. Ora, per la prima volta da lungo tempo, abbiamo uno scontro di “guerrieri sacri”! In tal senso, Putin è un “dono del cielo” per i jihadisti: il nemico perfetto.

Probabilmente sai che il generale iraniano Qasem Soleimani ha visitato segretamente Mosca quest’estate. La decisione finale dell’intervento russo è stata presa a seguito di questo incontro. L’Iran ha giocato un ruolo importante in questa decisione. Quale credi sia l’interesse iraniano nell’intervento russo?

L’Iran condivide con la Russia l’interesse comune di preservare il regime di Assad, un alleato strategico per entrambi i paesi. Per l’Iran, la Siria è un collegamento decisivo nell’asse che va da Teheran fino a Hezbollah in Libano, attraverso Iraq e Siria. La Siria è cruciale per i rifornimenti iraniani a Hezbollah e fornisce all’Iran un accesso strategico al Mediterraneo. Per la Russia, la Siria è l’unico paese del Mediterraneo che ospiti basi aeree e navali russe. Ecco perché stiamo assistendo oggi in Siria a una controffensiva che combina le forze del regime di Assad, le truppe iraniane ufficiali e “ufficiose”,  l’appoggio aereo ela potenza di fuoco russi. In ogni decisione, il regime di Assad  è stato  completamente dipendente dall’Iran per un certo tempo. L’Iran conduce i giochi in Siria e ovviamente anche la Russia ha una grande influenza su Damasco, dovuta al fatto di essere il maggior fornitore di armi. L’attuale intervento diretto russo ha enormemente accresciuto il ruolo della Russia. C’è qualcuno in occidente che accoglie favorevolmente la crescita di questa influenza, poiché avverrebbe a spese dell’Iran: ancora un pio desiderio!

I media russi ora dipingono la situazione in Siria come se da un lato ci fosse un legittimo governo e un ordine “normale”, e dall’altro forze di diversa provenienza che cercano di distruggere lo Stato e generare disordine. Ma l’altro punto di vista è quello secondo cui il regime di Assad abbia subito una profonda trasformazione durante la guerra civile e non si può quindi dire che ci sia uno Stato “normale” che si scontra con forze anti-Stato. Si è avuta una degenerazione dello Stato e l’attuale regime di Assad ne è il prodotto. Qual è quindi  attualmente la reale natura di questo regime e come è cambiato durante gli anni della guerra civile?

Lasciami iniziare con la ripetuta definizione, da parte di Putin e Lavrov, del  regime di Assad come governo “legittimo”. Ebbene, tutto ciò affonda le sue radici in una strana concezione della legittimità. Si può dire, ovviamente, che Assad rappresenta il legittimo governo dal punto di vista della legge internazionale, ma certamente non dal punto di vista della legittimità democratica. Può essere il governo “legale” secondo i criteri dell’ONU, ma non è certamente “legittimo” in quanto non è mai stato eletto democraticamente. È un regime che nasce da un colpo di stato avvenuto 45 anni fa. Ê ancora al potere dopo la trasmissione della presidenza per eredità all’interno di una dinastia semi-reale che regge il paese con  mezzi dei servizi di sicurezza e della dittatura militare. La Siria è un paese dove non ci sono elezioni eque né libertà politiche da mezzo secolo. E questo regime si è ulteriormente alienato la popolazione negli ultimi due decenni, con un’accelerazione di riforme neo-liberiste che hanno condotto all’impoverimento di ampi settori della popolazione, specialmente nelle campagne, ed a un brusco aumento della disoccupazione e del costo della vita.

La situazione si è fatta intollerabile, ed ecco spiegato il motivo della rivolta popolare del 2011. Naturalmente, questo brutale regime dittatoriale non avrebbe potuto far fronte alle manifestazioni di massa, che erano molto pacifiche all’inizio, in nessun modo democratico, ad esempio con l’organizzazione di vere elezioni libere: era impensabile. Così l’unica risposta del regime è stata la forza bruta, in graduale aumento, con l’assassinio di un numero sempre crescente di persone ogni giorno e la costruzione di una situazione che ha trasformato la rivolta in guerra civile. Inoltre, è ben noto che il regime, nell’estate-autunno del 2011, liberò i jihadisti che teneva in prigione con l’auspicio che che essi creassero gruppi armati – inevitabile esito del loro rilascio in una situazione di rivolta – per confermare così la menzogna diffusa dal regime fin dall’inizio: che stava affrontando una ribellione jihadista. In effetti si è trattato di una profezia auto-avverantesi, e i militanti che il regime ha liberato sono ora al comando di importanti gruppi johadisti in Siria. È importante essere coscienti del fatto che qualsiasi cosa si possa dire del carattere reazionario di gran parte dei gruppi in lotta contro il regime, è quest’ultimo che in primo luogo ne ha favorito lo sviluppo. In generale, con la sua crudeltà, il regime ha creato il risentimento che ha nutrito la crescita del jihadismo, fino all’ISIS. L’ISIS infatti è una risposta basrbara alla barbarie del regime, in quello che chiamo “scontro tra barbarie”.

C’è un altro aspetto da considerare a tal riguardo. Il regime di Assad è oggi peggiore di quanto non fosse prima della rivolta. Ora non è solo una dittatura, ma un paese nel quale bande di assassini scatenati, gli shabbiha, come si chiamano in arabo, conducono le danze. Terrorizzano la popolazione, e ciò spiega perché la maggior parte della recente ondata di rifugiati siriani che scappano in Europa provenga dalle aree controllate dal regime. SI tratta di coloro che non possono più sopportare ulteriormente di essere sottoposti a questi criminali nutriti dal regime. Il popolo siriano non ha alcuna fiducia nel futuro del regime e di conseguenza tutti coloro che possono permetterselo, decidono di fuggire in Europa. Molti dei rifugiati, come si può vedere nei reportage in televisione, non appartengono agli strati più poveri della popolazione: c’è una significativa percentuale di gente delle classi medie. Spesso hanno venduto ogni loro possedimento in Siria perché non avevano speranza di tornare indietro! Ciò avrà un costo pesante sul futuro del paese. Quanti rimangono in Siria non possono fare altrimenti, o sono sciacalli di guerra.

La situazione è molto fosca. Nessuno può biasimare i siriani per aver deciso di lasciare il loro Paese, visto che ci vuole una grande dose d’ottimismo per nutrire una qualche speranza nel futuro della Siria. Ciononostante, non è la prima volta che nel corso della storia abbiamo assistito a situazioni drammatiche persino peggiori, seguite poi da una ripresa, per quanto di lunga lena. La condizione principale per la fine della guerra e l’inizio di un qualsiasi processo di ricostruzione in Siria è la dipartita di Assad.  Fino a quando resterà in sella, non sarà possibile porre fine a questa terribile tragedia.

I media occidentali parlano ancora dell’opposizione moderata in Siria. Il principale argomento di Putin è che non c’è un confine netto tra jihadisti e moderati nell’opposizione armata. Lavrov ha persino dichiarato di recente che si potrebbe parlare con l’Esercito Libero Siriano, ma il problema è che non è chiaro chi siano i suoi leader e se questo Esercito esista veramente.  Puoi dare un giudizio sui gruppi dell’opposizione diversi dall’ISIS?

C’è un’intera gamma di questi gruppi. Inizialmente dai gruppi armati dell’Esercito Libero Siriano, che erano relativamente laici e non settari,  a tutte le sfumature dei jihadisti fino al ramo siriano di Al Qaeda, Al-Nusra. Tutti i jihadisti condividono l’imposizione della sharia ed effettivamente lo fanno nelle regioni che controllano. Comunque, nessuno di questi gruppi, incluso Al-Nusra, si avvicina neanche lontanamente all’incredibile barbarie dell’ISIS, la caricatura più grottesca di stato fondamentalista che persino in un romanzo sarebbe stata considerata improbabile. L’opposizione islamica al di fuori dell’ISIS è un continuum di forze islamiche fondamentaliste, dai Fratelli Musulmani fino ad Al-Qaeda, tutti in opposizione all’ISIS. Nessuno di loro, ovviamente, ispira ottimismo per il futuro della Siria. Vero è che la barbarie del regime ha ucciso molte più persone di qualsiasi gruppo, incluso l’ISIS. Ma la maggior parte delle forze d’opposizione non sono per nulla entusiasmanti. Comunque, la precondizione per invertire questa tendenza, prodotta come ho spiegato dal regime stesso è liberarsi di Assad. Non sarà possibile senza che ciò avvenga.

Ci sono anche le forze curde in Siria, che sono il gruppo armato più progressista di questa battaglia, se non il solo. La loro lotta principale è stata finora contro l’ISIS, visto che hanno adottato una specie di neutralità tra il regime e il resto dell’opposizione. Fin dallo scorso anno sono stati spalleggiati, e lo sono tuttora, dagli USA con offensive aeree e forniture d’armi. Sono essenzialmente impegnati nel controllo e difesa delle aree a maggioranza curda. Per avere un ruolo nel combattimento oltre le loro regioni, e conseguentemente nella determinazione del destino dell’intera Siria, hanno bisogno di allearsi con gli Arabi e altre minoranze. È ciò per cui Washington ha spinto con un certo successo, prima conducendoli a lavorare insieme ai gruppi dell’ESL e poi con tribù arabe siriane, seguendo il modello che gli USA avevano adottato in Iraq contro Al-Qaeda, e che si sta riproducendo qui contro l’ISIS.

Pensi che qualche tipo di coalizione in grado di prospettare un futuro progressista per la Siria possa giungere alla ribalta nel Paese?

A essere franco, non sono per nulla ottimista rispetto a tutte le forze esistenti. Per ora il meglio che si può sperare è la fine della guerra. Fermare questo massacro e la distruzione del paese è la priorità. Un’alternativa progressista avrà bisogno di essere ricostruita dal potenziale che ancora esiste. Sebbene non ci siano significative forze organizzate che rappresentino un’alternativa progressista, c’è ancora un importante potenziale composto da molti dei giovani che cominciarono la rivolta nel 2011. A migliaia sono oggi in esilio, altri in carcere. Molti altri sono ancora in Siria, ma non possono avere un ruolo determinante nella guerra civile. Prima abbiamo bisogno di fermare la guerra. In qualunque modo la fine della guerra sia raggiunta, sarà positivo da questo punto di vista. Ma ci sarà bisogno della nascita di una nuova alternativa progressista sulla base delle potenzialità esistenti perché la situazione possa ispirare un certo ottimismo.

Ma si può dire che la fine della guerra possa avvenire solo con l’aiuto di un intervento esterno? O pensi che un’intervento straniero, russo o occidentale che sia, in realtà prolunghi la guerra?

L’intervento occidentale ha colpito esclusivamente l’ISIS, finora. Gli attacchi della coalizione a guida USA sono tutti nelle aree ISIS, e hanno completamente evitato le aree controllate dal regime. Mentre pochi sono stati gli attacchi russi contro l’ISIS, la stragrande maggioranza essendo  contro l’opposizione non ISIS in aree in disputa tra il regime e l’opposizione. Quindi c’è una grossa differenza al riguardo. L’intervento russo sta certamente prolungando la guerra civile siriana. Qualsiasi pio desiderio ci possa essere in Occidente sul possibile ruolo della Russia, resta il fatto che, prima dell’intervento russo, il regime era esausto, perdeva terreno e sembrava essere sulla via del collasso. Questa è la vera ragione dell’intervento di Putin, come ha già detto. Sarebbe stata una terribile sconfitta per lui se il regime di Assad fosse crollato.

La spettacolare espansione dell’ISIS ha avuto luogo oltre un anno fa, ma né la Russia, né il regime di Assad hanno fatto nulla di serio per contrastarla. La maggior preoccupazione di Putin, come di Assad, è la sopravvivenza del regime. Puntellandolo, Putin rende la guerra più lunga. E questo è criminale. Alla fine, ovviamente, si può solo sperare che il pio desiderio occidentale non si riveli tale e Putin costringa Assad a fare un passo indietro. È difficile dire quale sia la prospettiva di Putin al riguardo. È vero, comunque, che la Russia corra il grosso rischio di “impantanarsi”, per usare il termine di Obama, se la guerra non finisce a breve termine. Quindi osserveremo come si sviluppano le cose. La visione più rosea della gente comune in Siria è oggi la fine della guerra con il dispiegamento di forze dell’ONU per mantenere l’ordine e ricostruire lo Stato e il Paese.

 

*Gilbert Achcar è docente universitario libanese, scrittore e attivista anticapitlaista e anti-guerra. Ha vissuto in Libano prima di emigrare in Francia nel 1983. Ha insegnato Politica e Relazioni Internazionali all’Università di Parigi VIII fino al 2003, dalla quale passò al Marc Bloch Centre a Berlino. Dall’ agosto 2007, Achcar è Professore of Development Studies and International Relations allaSchool of Oriental and African Studies dell’Università di Londra.

Ilya Budraitskis (1981) è storico, attivista politico e culturale. Dal 2009 è dottore di ricerca all’Istituto di Storia Mondiale della Accademia delle Scienze Russa, a Mosca. Nel 2001-2004 ha organizzato gli attivisti russi nelle mobilitazioni contro il G8 e nei Social Forum Europei e Mondiali. Dal 2011 è un attivista e portavoce del Movimento Socialista Russo.