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Né con lo Stato islamico, né con Assad, per una pace giusta!

Pubblichiamo il testo di un volantino utile per comprendere la  situazione in Siria che i compagni della svizzera romanda dell’MPS hanno distribuito in occasione di una manifestazione tenutasi a Ginevra il 16 ottobre 2015.

ripreso da Movimento per il socialismo.

• Le diverse iniziative militari, in Siria, di una coalizione eterogenea contro il cosiddetto Stato islamico (Daech) assumono il carattere di una riscrittura politica di tipo propagandistico della “primavera araba” in Siria. Il sollevamento di massa e pacifico della popolazione, a partire dal marzo 2011, è cancellato dalle memorie mediatizzate. E di fatto appaiono sempre più nascoste: la terribile repressione ad opera del regime Assad, attraverso i suoi reggimenti “speciali”, i criminali mafiosi al suo servizio (gli chaiba) che si appropriano dei beni degli abitanti delle regioni cosiddette sotto il controllo del regime, i suoi elicotteri che rovesciano barili di TNT. L’arresto e la mostruosa tortura di decine di migliaia di persone sono state confermate da foto e documenti satellitari. A ciò si sommano: la distruzione, per mezzo dei carri armati, di interi quartieri, casa per casa, la devastazione di ospedali e cliniche, l’uso di armi chimiche nell’agosto 2013 (cosa che si è ripetuta nel primo semestre del 2015).
• La realtà di questo “Stato di barbarie”, ben descritto da Michel Seurat (Syrie. L’Etat de barbarie, 1989), non sembra più essere la vera causa della tragedia nella quale da quattro anni è precipitata la popolazione siriana. Detto in altre parole, la propaganda in stile Göbbels della dittatura di Bachar el-Assad, scatenata fin dai primi giorni della rivolta, acquisisce oggi uno pseudo-statuto di veridicità mediatica. In effetti, tutte le potenze militari, così come gli Stati reazionari della regione, fanno di Daech (Stato islamico) il solo nemico da combattere militarmente. Convalidano in questo modo il discorso dittatoriale di Assad: “Sto conducendo una guerra contro dei terroristi manipolati da forze straniere. Dovete riconoscere e comprendere la legittimità dell’autodifesa del regime”.
Presentare il regime di Assad come il pilastro di una “transizione verso la normalizzazione” porta, de facto, a difenderlo contro la stragrande maggioranza della popolazione siriana, che abbia uno statuto di esiliata interna o di rifugiata in vari paesi. Viene dunque sostenuta, da Washington a Mosca, passando da Teheran – al di là degli interessi divergenti– la continuità del regime. Ciò rende impossibile una pace giusta che permetta a un popolo martoriato di riconquistare i più elementari diritti democratici e sociali.
• Dal 30 settembre Putin ha lanciato la sua operazione di bombardamenti in Siria. Le truppe russe appoggiano il nucleo delle forze repressive legate al regime di Assad. Lo scopo del Cremlino è chiaro: rafforzare la posizione militare di un regime che stava sempre più indebolendosi. Per appoggiarlo, Putin fa appello a Vsevolod Tchaplin, capo del Dipartimento degli Affari pubblici della Chiesa ortodossa russa. Quest’ultimo ha dichiarato a Mosca: “La lotta contro il terrorismo è una guerra santa e, ai giorni nostri, il nostro paese, la Russia, è probabilmente quello che la combatte più attivamente”. Dal 2012, Tchaplin ha dichiarato il sostegno al presidente Bachar el-Assad e attribuito alla Russia il ruolo di “difensore dei cristiani del Medioriente che dovevano ormai fare fronte a un genocidio”. Putin trova nella gerarchia cattolica ortodossa la santificazione nazionalista e religiosa del suo intervento imperialista. Il protestante metodista G. W. Bush –adepto delle citazioni di Gesù Cristo– aveva fatto lo stesso dichiarando “la guerra del bene contro il male” in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, due anni prima dell’intervento americano in Iraq del 2003.
Questo genere di “guerra santa” cristiano-ortodossa non è fatta certo per dispiacere gli Assad. Hanno sempre giocato simultaneamente la carta dei “protettori delle minoranze religiose”, di “baluardo” contro l’islamismo (il massacro della popolazione di Hama nel 1982) e di una pretesa laicità. Le forze di Daech non mancheranno di usare questa “guerra santa” moscovita per sostenere la loro “jihad”.
La storia della barbarie coloniale e imperialista nella regione non può essere separata da questo “scontro di barbarie” che è presentato, in modo fraudolento, come un conflitto irrazionale tra sciiti e sunniti. Un conflitto che potrebbe illusoriamente avere fine se degli attori “razionali” – da Bachar a Putin, passando per Obama e Staffan de Mistura (inviato speciale dell’ONU per la Siria) – organizzassero una transizione con Assad o, nella migliore delle ipotesi, un assadismo senza Assad. Con il popolo siriano sacrificato sull’altare dei concreti interessi delle potenze imperialiste, del clan al potere da 45 anni in Siria e degli attori reazionari della regione.
• Il presidente iraniano, Hassan Rohani, durante l’Assemblea delle Nazioni unite a New York, il 28 settembre 2015, ha dichiarato che il regime di Bachar el-Assad “non deve essere indebolito” se “l’Occidente vuole davvero combattere il terrorismo”. Rohani ha sottolineato che il ritiro di Bachar el-Assad trasformerebbe la Siria in un covo per i “terroristi”, termine impiegato dal regime siriano per indicare i ribelli e tutte le opposizioni. Dal mese di giugno 2015, Qassem Soleimani, il patron della forza Al-Qods, divisione speciale del corpo dei Guardiani della rivoluzione, ha dichiarato: “Nei prossimi giorni, il mondo sarà sorpreso, perché ci prepariamo, in cooperazione con i capi militari siriani”. La sorpresa alludeva alla riconquista di città perse dalle forze di Bachar come Idlib, Jisr al Shughour, Palmira. Al contempo, una fonte dei servizi di sicurezza siriani chiariva il senso del rafforzamento della presenza delle truppe iraniane, di Hezbollah libanese e delle milizie sciite irachene: “circa 7’000 combattenti iraniani e iracheni sono arrivati in queste ultime settimane in Siria per la difesa della capitale […]. Il contingente più importante è iracheno. L’obiettivo è arrivare a 10’000 uomini per fiancheggiare l’esercito siriano e le milizie pro-governative, prima a Damasco, in un secondo tempo per riprendere Jisr al-Shughour, perché è la chiave per la costa mediterranea e la regione di Hama, al centro del paese”.
Con l’intervento aperto dell’aviazione russa alla fine di settembre, preparato da mesi, il dispositivo che mira a rimettere in sella la dittatura siriana è evidente. Il potere del Cremlino approfitta del pantano in cui è affondato l’imperialismo americano in Iraq e in Afghanistan per allargare la sua presenza in Siria (Tartus) e nella regione: relazioni con il dittatore Sissi, a cui vengono inviate armi, e con il regime settario e corrotto iracheno di Haider al-Alabadi. Putin può così accentuare una campagna di propaganda nazionalista in Russia. Cosa che controbilancia parzialmente gli effetti impopolari della crisi economica in Russia. Infine, giustifica tutti i mezzi repressivi usati contro i cosiddetti islamisti del Caucaso. Per ora, il possibile effetto boomerang della sua politica nel Caucaso non si è ancora concretizzato.
• L’amministrazione Obama, che da un anno organizza con una coalizione eterogenea bombardamenti contro Daech sulla Siria, critica ipocritamente il potere russo per il fatto che non prende di mira prioritariamente lo stesso nemico. Questa stessa amministrazione, il 10 settembre 2013, denunciava “un dittatore” che “viola la legge internazionale con gas avvelenato”. L’amministrazione Obama, come altre forze imperialiste, si è però sempre rifiutata d’inviare ai ribelli armi efficaci contro gli elicotteri che rovesciano barili di TNT e i blindati siriani. Ebbene, è dal 2011 che le forze ribelli reclamano questo aiuto. Di fronte a quest’assenza di aiuto effettivo, alcuni Stati della regione (Arabia saudita, Qatar, Turchia) hanno giocato le loro carte armando gruppi jihadisti, oggi presi di mira dai missili Sukhoi russi. L’esercito di Bachar usava la stessa strategia. Un serio studio del Jane’s Terrorism &Insurgency Centre (IHS) ha dimostrato che nel 2014 solo il 6% delle 982 operazioni “antiterrorismo” del regime siriano hanno preso di mira Daech.
In altre parole, Daech è stato utile alla diplomazia degli Assad e dei suoi protettori russo e iraniano. Quanto all’aviazione statunitense o francese, esse prendono di mira Daech (con poco successo), ma non toccano le forze del regime. Esistono contraddizioni tra gli interessi degli attori imperialisti, ma in queste tensioni Assad è risparmiato.
• Rimettere oggi Assad al centro di una “soluzione in Siria” ha un obiettivo: arrestare alla fonte l'”ondata dei migranti”. La cecità dei membri dell’UE è rivelata da un semplice fatto. Tutti i rapporti delle organizzazioni umanitarie indicano che quelli che lasciano oggi la Siria provengono dalle regioni ancora controllate dalla dittatura siriana, che però non possono più sopportare la barbarie delle mafie e dei gangster chahiba che li taglieggiano in tutti i modi. Inoltre, molti tra loro vogliono anche scappare alla coscrizione nell’esercito del dittatore. In Libano, in Giordania e in Turchia si trovano già da mesi milioni di rifugiati.
Il regime dell’autoritario Recep Tayyip Erdogan usa la crisi migratoria per negoziare con l’UE. I rifugiati saranno trattenuti in Turchia a condizione che l’UE sopprima i visti d’entrata per i turchi, fornisca un aiuto di miliardi di dollari a questo scopo e, inoltre, accetti in silenzio la guerra che il suo esercito sta conducendo contro il popolo curdo. La costituzione di una zona cuscinetto alla frontiera turco-siriana fa parte della lotta contro i curdi.
• Nessuna pace giusta e durevole sarà possibile lasciando al potere Assad che, ricordiamo, ha fatto più vittime dei criminali di Daech. Gli interventi imperialisti e il salvataggio di Assad prolungano una guerra civile il cui prezzo umano è terribile. Un consistente aiuto ai rifugiati, una pace, anche con le truppe dell’ONU, rispondono certamente, oggi, agli auspici della stragrande maggioranza dei siriani, i quali sperano di partecipare alla ricostruzione del loro paese congiuntamente all’edificazione di una società democratica che assicuri i diritti civici, civili e sociali per tutte e tutti.