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Crisi climatica, per evitare l’impensabile, impegniamoci a fare l’impossibile

di Maxime Combes (economista e membro di Attac France, autore di “Sortons de l’âge des fossiles ! Manifeste pour la transition”, Seuil, Anthropocène, 2015), e Nicolas Haeringer (responsabile presso 350.org, autore  di “Zéro fossile : désinvestir du charbon, du gaz et du pétrole pour sauver le climat”, Les Petits matins, 2015), da Europe Solidaire Sans Frontières

All’inizio di dicembre Parigi accoglierà la 21ᵅ Conferenza delle parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), sei anni dopo quella di Copenaghen. Quasi 190 capi di Stato e di governo erano stati invitati nella capitale danese per mettere fine ad annosi negoziati su quello che era stato presentato come un “accordo storico”, la cui ambizione era, né più né meno, risolvere il problema del riscaldamento climatico. Le imprese dovevamo aprire la via ad una “crescita verde”, creduta capace di conciliare prosperità e protezione dell’ambiente. Le ONG non ne erano fuori, poiché 17 milioni di persone avevano firmato una petizione che affidava ai capi di Stato e di governo il mandato di “salvare il pianeta”. Ahimè, Copenaghen è finita senza “accordo storico”, nella confusione generale, e ha aperto di fatto un nuovo ciclo di negoziati che deve concludersi a Parigi in dicembre.

L’obiettivo ufficiale non è, in realtà, cambiato: si tratta sempre di raggiungere un accordo con il coinvolgimento di tutti i paesi del pianeta per limitare il riscaldamento climatico a 2°C da qui alla fine del secolo. Tuttavia, oggi come a Copenaghen, il conto non torna. La responsabile dei negoziati dell’ONU, Christiana Figueres, lo riconosce apertamente. Gli impegni volontari e non obbligatori, che gli Stati del pianeta stanno per ostentare, portano diritto al caos climatico: +3°C, perfino +4°C, oppure peggio, se continuiamo senza rimedio sulla traiettoria attuale: da +9° a +11° da qui al 2300 – ciò che comporterebbe lo scioglimento completo delle calotte glaciali e provocherebbe un innalzamento del livello degli oceani di 60 metri. Risultato: tranne forse François Hollande, sono rari quelli che osano affermare che Parigi sarà una “conferenza storica”.

Purché la gravità del problema ambientale non sfoci nella rinuncia definitiva ad ogni azione, questo entusiasmo misurato non è in sé una cattiva notizia. Essere lucidi sui negoziati, sulla loro storia e la loro inerzia ci deve servire come punto di partenza per elaborare le analisi e le strategie d’azione di cui abbiamo bisogno. Da quando si è aperto il processo di negoziato dell’ONU sul clima, a Rio nel 1992, le emissioni di gas serra sono aumentate di oltre il 60%. La situazione è dunque come minimo paradossale: più gli Stati negoziano politiche che mirano a contenere o attenuare il riscaldamento climatico, più il disordine climatico aumenta. E questo mentre i rapporti scientifici si accumulano, insistendo ogni volta un po’ di più sull’urgenza e la gravità della situazione.

Di fronte a ciò, gli inquinatori storici (Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Australia, Canada) tergiversano e mettono a confronto le loro proprie responsabilità con quelle dei nuovi grandi inquinatori (in particolare la Cina), e viceversa. L’arena dell’ONU si trasforma allora in uno spazio senza respiro, sclerotizzato negli arcani della ricomposizione geopolitica internazionale. Il carattere storico (a scala geologica) del periodo é espunto dal tavolo dei negoziati, mentre i climatologi non cessano di spiegare che deve essere utilizzata una finestra temporale corta, da 5 a 10 anni al massimo, per iniziare la transizione verso un mondo giusto e sostenibile, a meno di provocare sconvolgimenti maggiori per decine di migliaia di anni.

Possiamo ricavarne una prima lezione: il tempo dell’allerta, quello in cui era necessario fornire dati, dimostrare ipotesi, provare il carattere antropico e la gravità del riscaldamento climatico presso i capi di Stato e di governo, presso i decisori politici ed economici, è finito. La loro inerzia “climaticida” non è il risultato di una mancanza di conoscenze o di una dissonanza cognitiva generalizzata, ma la conseguenza di scelte politiche che conducono al caos climatico. Tergiversare e rifiutare di colpire le cause profonde del riscaldamento climatico non è più un’opzione. E’ un crimine climatico [Per una discussione più approfondita sul termine « crimine climatico », rinviamo il lettore al lavoro collettivo Crime Climatique Stop! L’appel de la société civile, Seuil, Antrhopocène, 2015].

Le attese misurate verso la COP21, anche da parte di molte ONG fino ad oggi concentrate sulla tecnicità dei negoziati, è una opportunità da cogliere per indebolire la narrazione secondo cui la causa climatica riunirebbe l’insieme dell’umanità in una lotta comune per la sua sopravvivenza. Questa narrazione, che non è scomparsa, contribuisce a rendere invisibili le ineguaglianze profonde tra responsabili e vittime del cambiamento climatico – ineguaglianze che si sovrappongono tuttavia quasi perfettamente alle ineguaglianze economiche e sociali, a scala mondiale come nazionale. Essa tende ad ignorare i popoli, le comunità e gli individui che subiscono già le conseguenze del riscaldamento climatico, dal momento che gli effetti della crisi climatica si dispiegano attraverso le dominazioni razziali, patriarcali, imperialiste e capitaliste, rinforzandole. Per di più una simile narrazione nutre l’illusione che il progresso, nuove tecnologie e nuovi mercati, o alcuni super eroi, potrebbero salvare l’umanità dalle conseguenze di queste azioni.

Paradossalmente, può essere il momento in cui lucidità e forme di radicalità politica e sociale potrebbero imporsi a questa narrazione spoliticizzante. Il momento in cui, come scrive Naomi Klein, prendere sul serio il cambiamento climatico “cambia tutto” e implica svelare le cause reali del riscaldamento climatico. Il momento in cui noi possiamo, senza essere confinati nella marginalità, decostruire la forza del pensiero magico della cultura occidentale secondo cui il progresso tecnologico permetterebbe di superare tutte le sfide che ci stanno di fronte. Il momento, infine, in cui si può spiegare che il cambiamento climatico si iscrive in una storia, quella del capitalismo predatore, dominato dalle popolazioni ricche dei paesi occidentali – e ormai dei paesi emergenti – che sottomette il nostro avvenire alla ricerca indefinita di un business as usual [business ordinario n.d.t.] insostenibile, che esaurisce e devasta i territori quanto le popolazioni.

Per ogni dollaro investito nelle energie rinnovabili, 4 dollari sono investiti nelle energie fossili. E’ quello che Robert Bell chiama il “rapporto speranza/diluvio” (hope/doom ratio): “per ogni dollaro che si punta sulla speranza di un mondo protetto dalle catastrofi climatiche ed economiche, sono 4 i dollari giocati secondo il principio “dopo di me, il diluvio”. Le forze motrici del capitalismo mondiale neo-liberista, cioè le multinazionali e il settore finanziario, investono centinaia di miliardi di dollari sul fallimento delle politiche climatiche e nessun governo sembra voler loro impedire di mettere le mani sul filone d’oro. Il settore delle energie fossili ha il potere di cambiare le caratteristiche geofisiche del nostro pianeta e lo sta facendo, a costo di ipotecare il futuro di molti di noi.

Il divario tra la realtà delle politiche climatiche – e dei discorsi – e la realtà di una globalizzazione economica e finanziaria insostenibile, diventa abissale. Questo divario, che alcuni chiamano “scisma di realtà” diventa tangibile per molti. La lista dei crimini climatici commessi in nome della ricerca della crescita e della competitività economica a tutti i costi, e incoraggiata dalla liberalizzazione del commercio internazionale e dai diritti illimitati attribuiti agli investitori privati, non cessa di allungarsi: gas e petrolio di scisto, sabbie bituminose, miniere a cielo aperto di lignite, fattorie-azienda, centrali a carbone, giganteschi oleodotti, ecc. Gli azionisti, i finanzieri e le politiche a monte di questi progetti hanno il dito sul grilletto: 90 imprese, innanzi tutto Shell, BP, Chevron, ExxonMobil o anche Total, sono responsabili dei due terzi delle emissioni di gas a effetto serra dall’inizio della rivoluzione industriale.

Responsabili del cambiamento climatico attuale, queste imprese – e altre ancora – sono anche loro sedute su una vera bomba climatica! Le duecento imprese, private e pubbliche, più importanti del settore fossile dispongono di riserve che, se dovessero essere sfruttate, impiegherebbero il grosso del budget carbone disponibile da qui al 2050. Estrarre queste riserve e metterle sui mercati mondiali come intendono fare queste imprese significa garantire il caos climatico. Tali riserve sono già adesso valutate sui mercati finanziari, e le imprese non hanno previsto di lasciarle sotto terra. Il detonatore della bomba climatica è, dunque, innescato e a noi tocca staccarlo: chiamare per nome i responsabili (all’occorrenza industria fossile), considerarli tali e lottare per arrestare la loro espansione, ecco le tre condizioni per sbloccare ogni possibilità di dare luogo alla transizione energetica necessaria.

Un insieme di fatti che conducono allo spostamento del centro di gravità delle analisi e proposte degli intellettuali e della società civile. Così, il fisico tedesco Hans Joachim Schellnhuber, figura scientifica dell’allarme climatico e del celebre Istituto di ricerca di Potsdam sugli effetti del cambiamento climatico, chiama a fare “implodere” l’industria delle energie fossili e i sistemi economici basati sulla combustione senza limite. Ciò equivale ad affermare che non bisogna limitarsi a lottare per delle promesse – che non impegnano che quelli che ci credono – di riduzione di emissione di gas ad effetto serra: Hans Joachim Schellnhube propone, al contrario, di attaccare al cuore la macchina del riscaldamento del pianeta. Dal canto loro, i ricercatori Christophe McGlade et Paul Ekins propongono che tutte le riserve di idrocarburi non convenzionali, come viene chiamato tutto ciò che si incontra quando si esce dai sentieri convenzionali (petrolio e gas delle grandi profondità oceaniche, petrolio e gas di scisto, sabbie bituminose, idrocarburi delle regioni artiche ecc.), sulle quali si gettano Stati e multinazionali, siano classificate come “non bruciabili”. Essi propongono così una forma di moratoria internazionale su ogni nuova esplorazione e sfruttamento di energie fossili.

Riprendono, con questo, un’idea non nuova. Dagli anni 1990, organizzazioni che lottavano contro l’impatto dello sfruttamento delle energie fossili sui territori e le popolazioni locali, come Acción Ecológica (Ecuador) e la rete internazionale Oilwatch, avevano suggerito una moratoria internazionale dello stesso tipo. Moratoria che era stata spazzata via con un colpo di mano dagli Stati impegnati a negoziare il protocollo di Kyoto, e che non aveva avuto il successo sperato presso altre ONG, (troppo) focalizzate sui livelli di emissione di gas a effetto serra [vedi il capitolo 9 di Maxime Combes, “Sortons de l’âge des fossiles, Manifeste pour la transition”, Seuil, 2015]. Questa proposta di moratoria ha l’immenso vantaggio di afferrare il problema alla radice: al livello della produzione delle energie fossili, dove il carbone contenuto nella litosfera é liberato nell’aria e viene allora a perturbare i processi della nostra Terra.

Proporre di congelare le riserve di energia fossile colpisce frontalmente l’inerzia dei negoziati e delle politiche di lotta ai mutamenti climatici. In più di venti anni di negoziati dell’ONU sul cambiamento climatico, non è mai stata questione di lasciare tutte o parte delle riserve di energia fossile nel sottosuolo. Nessuno Stato, nessuna multinazionale e nessuna istituzione internazionale propone di limitare alla fonte la produzione di carbone, di gas e di petrolio. Come scrivono McGlade et Ekins: « L’istinto degli uomini politici, di sfruttare rapidamente e completamente le energie fossili disponibili sul loro territorio, é incompatibile con l’impegno a mantenere l’obiettivo dei 2° C». I capi di Stato e di governo agiscono come se fosse possibile ridurre le emissioni di gas a effetto serra senza ridurre ciò che li genera. E’ impossibile.

Tocca dunque a noi rendere possibile una vera lotta contro i mutamenti climatici: «we are the ones we’ve been waiting for (Siamo quelle e quelli di cui abbiamo bisogno, ndt)»! come dice l’organizzazione 350.org. Non bisogna essere ingenui di fronte agli ostacoli. Sono troppo numerosi. Le forze politiche ed economiche che non vogliono congelare l’80% delle riserve di energia fossile sono potenti e ben organizzate. La sfida è difficile, è evidente. Alcuni dicono inaccessibile, utopica. Tuttavia è l’alternativa che non é immaginabile e che non è accettabile, cioè un mondo per la maggior parte invivibile a 4°C o più. Un solo scenario è accettabile e desiderabile, quello che ci permetterà di fermare questa macchina infernale del riscaldamento del pianeta. E’ tempo di uscire dall’era dei fossili per riaprire il campo del possibile.

Quando Desmond Tutu traccia un parallelo esplicito tra il regime di apartheid e ciò che è in gioco oggi di fronte al cambiamento climatico, dobbiamo considerarlo con attenzione tutta particolare. Questo arcivescovo sudafricano e premio Nobel per la pace (1984) chiama a “rompere i legami con le società che finanziano l’ingiustizia costituita dai cambiamenti climatici”, considerando che “ non ha senso investire in imprese che minano il nostro avvenire”. Con quest’appello al boicottaggio dell’industria fossile, egli opera un doppio movimento, spostando la lotta contro i mutamenti climatici sul terreno della morale e dell’etica, e insieme politicizzandola: è urgente che ci organizziamo collettivamente per spezzare le catene che ci legano all’industria fossile, al fine di inventare un avvenire altro da quello che Big Oil, Big Gas e Big Coal ci riservano.

“Non nel nostro nome”. Su questo principio il movimento per il disinvestimento del settore delle energie fossili avanza significativamente, spesso ad iniziativa di studenti e cittadini mobilitati collettivamente nelle università e presso le istituzioni da cui dipendono. La logica è semplice: se bisogna preservare la stabilità del clima, allora non si deve trarre profitto dalla sua distruzione. Questo movimento mira ad approfittare dei punti deboli delle “majors” dei combustibili fossili, così come delle banche e dei fondi che le finanziano. La posta in gioco è duplice. Si tratta di togliere la legittimità sociale accordata a questo settore, privandolo poco a poco delle liquidità indispensabili al suo funzionamento. In oltre, il reinvestimento reso possibile dal disinvestimento deve anticipare l’esplosione della bolla carbone e contribuire allo sviluppo di politiche di sobrietà ed efficienza energetica e allo sviluppo di energie rinnovabili.

Dopo Copenaghen, altre due dinamiche cittadine hanno preso slancio. La prima si fonda su resistenze che tendono a fermare l’espansione della frontiera estrattivista (dagli idrocarburi di scisto ai nuovi progetti minerari) e la costruzione di nuove infrastrutture inutili, imposte e  inadeguate (aeroporti, autostrade, dighe, stadi, centri commerciali o industria del tempo libero, ecc.). In seguito alle potenti mobilitazioni in America del Nord contro la costruzione di nuovi oleodotti destinati ad esportare il petrolio ricavato dalle sabbie bituminose di Alberta (Canada), possiamo, con Naomi Klein, chiamare “Blockadia” questa dinamica di mobilitazione internazionale.

In maniera complementare e indissociabile, le lotte di resistenza favoriscono l’emergere di iniziative per alternative concrete, locali o dall’ambizione regionale o globale. Queste iniziative puntano a trasformare profondamente i nostri modelli di produzione e di consumo, oggi insostenibili. Usando il termine lanciato nell’ottobre 2013 a Bayonne (Paesi Baschi) da Bizi! e da decine di organizzazioni basche, spagnole o francesi, possiamo, per estensione, chiamare “Alternatiba” questa dinamica cittadina in corso, in forme differenti, ai quattro angoli del pianeta.

Queste due dinamiche, Blockadia et Alternatiba, incarnano chiaramente una svolta eco-territoriale delle lotte sociali, per riprendere l’espressione che la sociologa Maristella Svampa utilizza per caratterizzare lo scoppio di lotte in America Latina, che mescolano linguaggio ecologista e pratica della resistenza e dell’alternativa iscritta nei territori. Ora, il territorio non é un villaggio chiuso per proteggersi dai guasti del produttivismo. E’ piuttosto lo spazio a partire dal quale si costruiscono resistenze e alternative. Nessun egoismo del tipo “non voglio questo progetto a casa mia, andate a farlo altrove”: la preservazione, la promozione e la resilienza di tutti i territori rappresentano l’orizzonte di insieme. La mobilitazione contro il gas e il petrolio di scisto, in Francia e in numerosi altri Paesi, che gridano “Né qui né altrove” e portano esigenze di transizione energetica radicale, partecipano di questa stessa logica.

Questi due processi, Blockadia e Alternatiba, contribuiscono all’ancoraggio territoriale delle lotte e degli immaginari, inserendosi nella prospettiva di un movimento globale per la giustizia climatica: i punti di contatto tra questi movimenti e le mobilitazioni contro i negoziati di nuovi trattati di libero scambio e di investimento, come il TTIP, sono numerosi. Essi aprono, a partire da punti di vista distinti, spazi di allargamento e radicalizzazione delle dinamiche cittadine per la giustizia climatica. Fondandosi sulla rivolta contro progetti che devastano l’ambiente di vita e su esperienze che migliorano il quotidiano e fanno  intravedere il mondo di domani, essi permettono l’inclusione di frange di popolazione che non sono a priori né esperte né militanti. E’ precisamente nell’azione che si costruisce l’expertise e la presa di coscienza politica e ideologica.

D’altra parte, questi processi autorizzano la giustapposizione di pratiche, tattiche e strategie diverse e varie. Il movimento contro il gas di scisto non avrebbe ottenuto successi di tale ampiezza se non avesse saputo far coabitare azioni di campo e di disobbedienza, manifestazioni, guerriglia giuridica, pressione politica… I cittadini possono scegliere il loro registro di impegno senza conformarsi a un modello militante spesso percepito e vissuto come troppo stretto. Questo allargamento conduce spesso ad un processo di radicalizzazione – nel senso di « andare alla radice ». Confrontarsi con la potenza dei promotori dei progetti climatici o alla resistenza dei poteri contro l’affermazione di alternative concrete a grande scala, permette di comprendere perché la lotta contro il cambiamento climatico non sarà il lungo fiume tranquillo di una umanità riconciliata con se stessa e la natura, ma una tumultuosa battaglia politica ed ideologica. Allo stesso tempo, le lotte di campo riportano spesso delle vittorie e restituiscono potere d’agire ai cittadini.

Idrocarburi di scisto, espansione della frontiera estrattivista, grandi e piccoli progetti inutili, accordi di libero scambio e di investimenti, dispositivi di finanziarizzazione della natura, accaparramento dell’acqua, agro-industria e OGM, geo-ingegneria e bio-ingegneria, nucleare, ineguaglianze crescenti di ricchezza e di potere, lobbing sfrenata delle multinazionali, banche “climaticide” … le lotte locali e globali contro i responsabili dei mutamenti climatici non mancano. Servono a mettere in moto esperienze alternative concrete: sovranità alimentare e agro-ecologia contadina, circuiti brevi, rilocalizzazione, divisione di lavoro e di ricchezze, riconversione sociale ed ecologica del tessuto produttivo, riappropriazione e promozione dei beni comuni, riparazione e riciclaggio, riduzione dei rifiuti, trasporti e mobilità sostenibile, eco-rinnovo, energie rinnovabili ecc. E’ basandosi di volta in volta su queste lotte ed alternative, rafforzandole per renderle ineluttabili, per far rifluire la presa delle multinazionali sulle nostre vite e la natura, per riportare gli Stati e le politiche pubbliche sotto il controllo della società, che costruiamo questo potente fiume della giustizia climatica di cui abbiamo tanto bisogno.

E’ la posta in gioco delle mobilitazioni in occasione della COP21: abbandonare la tecnicità mortifera dei negoziati e trasformare Parigi2015 in una potente cassa di risonanza per far avanzare le nostre lotte e immagazzinare forza. Obiettivo: fare in modo che Parigi2015 sia un momento fondante per il movimento per la giustizia climatica come Seattle per il movimento altermondialista. In qualche modo si tratta, dunque, in nome dell’urgenza climatica, di non limitarsi a battaglie difensive in seno ai negoziati ONU, e mettere tutte le nostre forze nelle mobilitazioni in modo da trasformare durevolmente il rapporto di forza in favore di una transizione ecologica e sociale ampia.

Manifestazioni decentrate sono previste il 28 e 29 novembre nel maggior numero possibile di capitali e grandi città del pianeta per interloquire con i governi nazionali e le autorità locali e porre le basi di mobilitazioni che possano iscriversi in un tempo lungo! Tutta la posta in gioco consisterà in seguito nel far crescere in potenza la determinazione cittadina, fino alle mobilitazioni e azioni di disobbedienza civile di masse organizzate alla fine della COP21, capace di generare tensione politica verso istituzioni internazionali e governi incapaci di prendere le misure che si impongono. Così la collera nata dalle indecisioni e dai limiti dei negoziati potrebbe galvanizzare le energie negli ultimi giorni, e permetterci di essere più forti dopo Parigi2015: “Voi, governi, parlate e negoziate per il peggio, voi, multinazionali, utilizzate i negoziati per mantenere le vostre imprese sul nostro futuro, noi, il popolo, marciamo, agiamo e disobbediamo per cambiare il sistema e non molleremo mai”. La sfida è notevole. Ma come scriveva Murray Bookchin, «se non facciamo l’impossibile, dovremo fare fronte all’impensabile!». Impegnamoci dunque a fare l’impossibile!