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Grecia, un franco dibattito nella sinistra

La posizione di Kostas Lapavitsas sulla transizione a una moneta nazionale

di Sotiris Martalis (ex membro del Comitato centrale di Syriza, militante sindacale e membro di DEA, organizzazione che ha aderito, dopo la rottura di Syriza, a Unità Popolare), da A l’encontre, traduzione di Titti Pierini

All’interno di un programma di transizione chiaro, che soltanto una forza massiccia della sinistra radicale può mettere in atto, l’uscita dall’euro, in una determinata fase, resta sempre una condizione necessaria, ma non sufficiente. Dissociare questo obiettivo dal suo quadro complessivo lascerebbe infatti margini a pericolose illusioni su un qualche ruolo liberatorio della moneta in quanto tale.

L’esperienza di sette mesi di governo Tsipras (25 gennaio-20 agosto 2015) dimostra con forza che, se una politica anti-austerità, in favore delle classi subalterne, non è pronta ad affrontare la rottura con le euro-autorità (Commissione Europea, Eurogruppo, BCE ecc.) e con l’euro è condannata a trasformarsi nel contrario, in una politica “memorandaria” [Memorandum of Understanding, Protocollo d’intesa, vale a dire il III Memorandum attuato dalla coalizione neo-Syriza e ANEL (Greci indipendenti)]. Era una previsione già presente, a mo’ di anticipazione, nel programma di “fondazione” di Syriza: «Nessun sacrificio per l’euro», cioè: se siamo costretti a scegliere tra il perdurare dell’euro (e della sua architettura istituzionale) e la difesa del nostro popolo, sceglieremo di difendere il popolo…

Dopo l’esperienza di Cipro (marzo 2013), sia la Piattaforma di sinistra [costituita, tra l’ altro, dalla Tendenza di sinistra di P. Lafazanis]), sia Red Network [la Rete Rossa, parte anch’essa della Piattaforma di sinistra] hanno radicalizzato questa tesi negli scontri e negli intensi dibattiti di indirizzo interni a Syriza. Lo slogan “Nessun sacrificio per l’euro” era ormai un’arma non più sufficiente. Prepararsi all’inevitabile scontro con l’eurocrazia e l’uscita dall’euro venivano anteposte come «condizione indispensabile» per il buon esito della politica contro la brutale austerità.

Anche questa rottura con l’euro, tuttavia, è una «condizione sufficiente»? A tale domanda un certo numero di compagni rispondono in modo affermativo. Alcuni sostengono addirittura di averne la soluzione «tecnicamente documentata», di avere una “road map” [una guida] per l’uscita dalla crisi in favore delle classi popolari, attraverso la «transizione a una moneta nazionale» [di fatto, la dracma]. Dimitris Belandis [ex membro del Comitato centrale di Syriza, appartenente a Unità Popolare (UP)] ha sostenuto recentemente che la sconfitta elettorale dell’UP [formazione uscita dalla rottura con Syriza, che ha ottenuto il 2,86% dei voti alle elezioni del 20 settembre, non superando la soglia del 3% fissata per l’ingresso in parlamento] si può spiegare, a suo avviso, fondamentalmente con il fatto che «mancava una soluzione tecnicamente documentata dei problemi all’indomani dall’uscita [dall’euro]», soggiungendo inoltre che «alcune forze politiche (in seno ad Antarsya, il Piano B [Alekos Alavanos, che ha creato il partito “Piano B” nel 2013), ecc.] «disponevano già di questa soluzione pratica, che però la Piattaforma di Sinistra e l’UP non hanno ripreso…».

Effettivamente, esistono elaborazioni in tal senso, le più avanzate delle quali sono quelle di Kostas Lapavitsas e di Heiner Flassbeck (“Piano di trasformazione sociale e di ricostruzione nazionale per la Grecia”). Certo, le loro risposte poggiano su una certa «documentazione tecnica». Tuttavia, non è assolutamente evidente che tali risposte si riferiscano al problema della conduzione di una battaglia di classe che sfoci nella vittoria contro la politica d’austerità. Esse si incentrano piuttosto su una probabile rapida uscita dalla crisi dell’«economia nazionale» tramite la transizione da una moneta «forte» (l’euro) a una moneta «debole» (la dracma). Ora, la storia stessa del capitalismo, anche recente, ci insegna che le due questioni non sono identiche, o non sono perlomeno necessariamente identiche. Esaminiamo allora, in maniera più analitica, la prospettiva di K. Lapavitsas, per vedere se potrebbe fungere da guida per l’azione per l’Unità Popolare o, più in generale, per la sinistra radicale.

Qual è lo scopo?

Lapavitsas sostiene (si veda «La transizione alla moneta nazionale») che: a) il “recupero della sovranità monetaria stabilisce le basi per: b) un «piano di sviluppo che si fonderà sugli investimenti pubblici, ma favorirà parallelamente quelli privati», un piano che sarà accelerato dal: c) «recupero del mercato interno rispetto ai prodotti importati, che migliorerà e rianimerà il ruolo delle piccole e medie imprese… e stimolerà le esportazioni». Soprattutto, la sua previsione su quest’uscita dalla crisi è particolarmente ottimista dal punto di vista temporale, in quanto prevede: d) «la possibilità di uno sviluppo accelerato dopo i primi mesi di difficoltà…».

Quale sarà il “motore” di questa ripartenza dinamica dell’«economia nazionale»? K. Lapavitsas risponde senza esitazione: la svalutazione della nuova moneta: «La svalutazione della nuova moneta contribuirà a far ripartire l’economia greca, con lo stimolo della produzione interna e delle esportazioni. Secondo le stime più solide, gli effetti dell’inflazione [connessi alla svalutazione] fluttueranno intorno al 10% per il primo anno e il tasso d’inflazione tenderà a scendere in seguito».

È chiaro che Lapavitsas parla di un «piano» ambizioso per l’uscita del capitalismo greco dalla crisi, una crisi che scuote il capitalismo internazionale a partire dal 2007-2008. Contro quest’approccio, potremmo invocare tutta la discussione internazionale tra i marxisti, ossia il dibattito che insiste in conclusione sul fatto che non esiste una simile uscita pacifica o “facile” da questo tipo di crisi sistemica. Potremmo invocare la stima di una grande maggioranza degli economisti che «prevedono» che se i rapporti di forza creati tra il capitale e il lavoro non si rovesciano grazie a grandi sollevazioni di ordine sociale e politico, l’«uscita dalla crisi» (quando verrà…) avrà tratti tra i più sanguinosi ed amari per le classi sfruttate e oppresse. Ma non vogliamo impegnarci su un terreno di discussioni bizantine.

La posizione di K. Lapavitsas porta a una domanda molto semplice: se esiste un’uscita così facile e rapida dalla crisi del capitalismo greco, allora perché anche solo una frangia minoritaria della classe dominante non si orienta verso questa soluzione? Perché i capitalisti – che, per definizione, conoscono i loro interessi meglio di tutti noi – persistono molto maggioritariamente nell’unico orientamento: «l’euro a tutti i costi»?

Una prima risposta potrebbe consistere nell’insistere su un punto, che cioè hanno questo atteggiamento perché essi [gli elementi decisivi della classe dominante greca] sono «venduti», riprendendo così grossolanamente le teorie della dipendenza. Una risposta diversa consiste nel ricordarsi che i capitalisti non conoscono se non il protezionismo e la svalutazione monetaria come armi della concorrenza. Naturalmente si tratta di strumenti noti, ma di efficacia e durata limitate. Queste misure di svalutazione competitiva vengono infatti piuttosto rapidamente utilizzate da (svariate) «economie nazionali», ma così la crisi si fa poi più profonda e pericolosa per il sistema nella sua globalità.

Quali sono gli strumenti?

Lo scopo cui «si» aspira appare più chiaro considerando su quali mezzi ci «si» basa per raggiungerlo.

K. Lapavitsas mette in rilievo: «Il principale fattore per la riuscita della transizione alla moneta nazionale sta nella decisione del governo, che acquisterà forza grazie al sostegno della partecipazione popolare…». Vediamo qui riproporsi la valutazione di fondo della squadra dirigente di… Tsipras: il motore del cambiamento storico starebbe in maniera centrale nell’orientamento di un governo (che, oltretutto, non si caratterizzerebbe come un effettivo governo di sinistra o come un «governo operaio» od altro). Comunque, per evitare di deformarne la posizione, esaminiamo di quali margini disponga questo indirizzo per combinare la «decisione del governo» e il «sostegno e la partecipazione popolare» indispensabile.

È noto che la classe operaia e le forze popolari si mobilitano o fanno propri i vari «piani» a partire, per la stragrande maggioranza, dalle rispettive condizioni materiali. L’ingenua promessa di Syriza di ristabilire il salario minimo a 751 euro voleva dire: a) l’impegno a compensare, in modo relativamente immediato, le perdite del potere d’acquisto subite dai/dalle lavoratori/lavoratrici negli anni dei due (2010 e 2011) Memoranda; b) la più generale applicazione degli obiettivi annunciati nel Programma di Syriza. Del resto, è per questo che l’aperto abbandono di questo fine ha rappresentato il segnale più chiaro del “tradimento” del governo Tsipras al momento della firma del Protocollo d’intesa del 13 luglio 2015 a Bruxelles.

Nel «Piano di transizione alla moneta nazionale» si fa riferimento a un certo «aumento progressivo del salario minimo», senza precisare tasso e criteri di tale aumento progressivo. Si aggiunge, inoltre, che «è importante aumentare il salario minimo, ma che bisogna anche che il movimento operaio organizzato sostenga lo sforzo di transizione del paese verso una base più sana». Questo non può che creare la presunzione che i bisogni dei lavoratori si considerino subordinati alle priorità di risanamento dell’economia nazionale.

Gli esperti in materia sindacale (e di recente, con grande chiarezza, Elias Ioakeimoglou, economista, consigliere scientifico della Confederazione greca del lavoro – INE/GSSE) hanno dimostrato che l’aumento sostanziale dei salari è una condizione insostituibile per la diminuzione della disoccupazione, contrapponendosi così a quanti delegano la soluzione del problema dei disoccupati agli automatismi di una futura ripresa.

Non so da dove Lapavitsas ricavi la sua certezza circa la stima che la svalutazione della nuova moneta si limiterebbe al 10%. Eppure, chiunque faccia proposte del genere deve proporre l’aumento (almeno pari) dei salari, parallelamente e contemporaneamente; una cosa la cui realizzazione è improbabile in periodo di rapida inflazione, anche tramite il ristabilimento dell’indicizzazione automatica. Se non è così, egli propone, di fatto il finanziamento dell’«economia nazionale» grazie al trasferimento di fondi provenienti dai redditi da lavoro.

Questo «Piano», che prevede la crescita ancora accentuata del turismo e delle esportazioni, ecc., si basa sull’illusione di un’uscita dall’euro «negoziata» con le élites greche. Prevede che esista «la possibilità di rimanere nell’Unione Europea [malgrado l’uscita dall’euro]… La Grecia quindi non si isolerà, ma seguirà un approccio diverso da quello dei paesi del nucleo dell’UE». Il «Piano» si basa sull’illusione di un’uscita dall’euro «d’intesa» con le istituzioni europee, con l’eurocrazia.

Di recente, il compagno Dimitris Belandis ha criticato Red Network [la Rete rossa] attribuendogli – a quel che dice – una certa sottovalutazione del necessario scontro con l’imperialismo. L’idea di un’uscita «negoziata», però, non significa secondo noi tenere conto di un simile scontro con le principali forze imperialista. Al contrario, costituisce un’illusione parallela, diversa ma analoga a quella sviluppata dalla squadra di Tsipras all’epoca in cui sperava in un «onesto compromesso» con l’eurocrazia.

Il valore del lavoro di Kostas Lapavitsas consiste nel fondare la dimostrazione della necessità dell’annullamento del debito, la prova della necessità della nazionalizzazione-socializzazione delle banche, di dare un’assoluta priorità al problema della disoccupazione e allo sforzo per organizzare tutti questi obiettivi in un coerente piano socio-politico. Questi preziosi elementi del suo contributo devono trovare il proprio posto in un programma di transizione chiaro: ma avendo come punto di partenza il conflitto con gli effetti concreti e cumulativi, che si sentiranno in maniera acuta, dei Memoranda e delle misure di austerità che ne derivano; il tutto, nella prospettiva dell’emancipazione socialista complessiva della società. L’affermazione dell’uscita dall’euro (Grexit), non può essere il punto di partenza di una campagna.

Nel quadro di un tale programma e della sua realizzazione – che non può che essere intrapreso da una forza consistente della sinistra radicale e nel contesto del rilancio delle mobilitazioni sociali – l’uscita dall’euro rimane sempre una condizione necessaria, ma non è una condizione sufficiente. Se infatti questo fine si sgancia dal quadro d’insieme e dai colpi subiti dalle classi popolari, lascia margini a pericolose illusioni sul presunto ruolo liberatorio della moneta in quanto tale, con derive in termini di rapporto sociale da costruire.