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In piazza a Roma dopo la strage di Ankara

di Giampaolo Martinotti

Alcune centinaia di attivisti della sinistra antagonista romana si sono radunate ieri in Piazza della Repubblica al presidio indetto dall’associazione ReteKurdistan e dalla Comunità Kurda, in collaborazione con il Centro socio-culturale Ararat, per chiedere di fermare le stragi di stato, ricordando le vittime del gravissimo attentato di sabato 10 ottobre alla manifestazione per la pace organizzata dalla sinistra filo-kurda nella capitale turca.

Il bilancio della strage di Ankara infatti è stato pesantissimo: più di 120 morti e almeno 500 feriti. Un massacro crudele, pianificato per colpire con veemenza le numerose associazioni, sigle sindacali e organizzazioni, tra le quali il Partito democratico dei popoli (Hdp), che da tempo lottano per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo e per la fine dell’ennesimo conflitto voluto dalla Turchia nei confronti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) lo scorso luglio. L’attacco inflitto ai superstiti da parte della polizia, che ha ostacolato i soccorsi con il lancio di lacrimogeni, e il respingimento eseguito dalla Croce Rossa turca ai danni dei tanti donatori di sangue accorsi all’ospedale rappresentano una immagine impietosa della barbarie del regime di Recep Tayyip Erdoğan.
Come a Istanbul, dove domenica scorsa in migliaia hanno invaso le strade proprio per chiedere a gran voce le dimissioni del presidente turco, anche a Roma sono stati scanditi cori contro Erdoğan “l’assassino”, rivendicando giustamente l’indipendenza del Kurdistan e la liberazione di Abdullah Öcalan, leader rivoluzionario del Pkk detenuto nella prigione di massima sicurezza dell’isola di İmralı.

La condanna ufficiale di questi tragici episodi dall’Europa tarda ad arrivare, seppure le tante analogie che legano le bombe di Ankara con le esplosioni del 5 giugno a Diyarbakir e del 20 luglio a Soruç siano sconvolgenti. La Turchia, importante acquirente di armi prodotte nel nostro paese e strategica base Nato per le scorribande statunitensi, e non solo, pare immune da critiche d’ogni sorta. Forse la corte all’Ue da parte di Erdoğan, che promette di arrestare in maniera risoluta i flussi migratori dalla Siria, si sta rivelando proficua.

L’atteggiamento ambiguo del governo turco nei confronti del gruppo Stato Islamico è stato evidenziato in più di una occasione in questi mesi, mentre oggi la guerra sporca del presidente non si contrappone all’avanzata jihadista ma viene perpetrata contro il popolo kurdo e i militanti del Pkk. E proprio questi ultimi, coadiuvando le unità di pro­te­zione popo­lare kurde maschili e fem­mi­nili, hanno dimostrato una forte capacità di autodifesa respingendo gli innumerevoli attacchi di Isis sui propri territori, tanto da rendere Kobane un simbolo internazionale di libertà.

L’attentato di Ankara fa parte di una strategia della tensione che, per quanto ci riguarda, ricorda le dinamiche di Piazza Fontana e della stazione di Bologna. La violenza e la paura vengono ancora una volta utilizzate, in questo caso per favorire l’Akp del presidente in vista delle prossime elezioni turche del primo novembre. Erdoğan, che ha fatto della repressione dei kurdi una sua prerogativa, forse presto si potrebbe accorgere che quel popolo non è solo.