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La Palestina non è una bandiera

di Cinzia Nachira

In questi ultimi anni, in cui la violenza dell’occupazione israeliana si è moltiplicata in modo forsennato sotto tutte le sue forme (colonizzazione, espropri, guerre di aggressione contro Gaza, ebraicizzazione continua e in costante aumento di Gerusalemme est, e l’elenco potrebbe continuare), tutto può sorprendere tranne l’esasperazione dei palestinesi e le sue solidissime ragioni. Non è una novità, purtroppo, che dell’ormai incancrenito conflitto israeliano-palestinese ci si accorga solo quando a restare uccisi o feriti sono ebrei israeliani. Moltissime altre volte è accaduto.

Gideon Levy, in un recente articolo, ha sintetizzato molto bene quella che per i palestinesi è la percezione della negazione della loro stessa esistenza:

“La strada deserta di Elon Moreh invita all’ indignazione, il posto di blocco di Hawara è vicino: i segnali indicano solo gli insediamenti di Itamar e Elon Moreh. Le città palestinesi di Beit Furik e Beit Dajan – molto più antiche e più grandi degli insediamenti – vengono ignorate, come se non esistessero. E lo stesso vale per la maggior parte dei segnali stradali in Cisgiordania, nell’ apartheid segreta e istituzionalizzata che discrimina tra una persona e l’altra, tra una comunità e l’altra.” (Gideon Levy, Is an Israeli’s Blood Redder Than a Palestinian’s?, in Haaretz, 4 ottobre 2015)

Il senso di frustrazione, evidentemente, viene accentuato anche dall’assenza di una qualunque leadership palestinese che sia in grado di offrire una sponda politica a questa esasperazione che più o meno ciclicamente si esprime in atti di violenza individuale. Questa tesi, purtroppo, sembra essere drammaticamente confermata dai fatti sul terreno. In questi giorni, in cui si stanno moltiplicando gli attacchi all’arma bianca da parte di palestinesi, per lo più giovani o giovanissimi, contro ebrei israeliani incontrati casualmente e in cui alle proteste di piazza la polizia israeliana risponde con arresti indiscriminati e l’uso di armi da fuoco, con l’uccisione di diversi palestinesi in tutta la Cisgiordania; si sta ricominciando a parlare di “terza Intifada”.

Questa definizione è stata usata ogni qualvolta in Cisgiordania vi è stato anche solo un accenno di rivolta diffusa sul territorio e prolungata nel tempo. Chiedersi cosa accade in questi giorni non è un esercizio inutile perché sarebbe necessario capire se l’esasperazione è l’unica “risorsa” rimasta ai palestinesi. Per evitare equivoci è bene chiarire che avanzare questa domanda non significa sottostimare le sofferenze, i soprusi e le brutalità quotidiane che da decenni il popolo palestinese subisce, né offrire una qualsivoglia giustificazione o comprensione all’aggressività senza limiti di Israele. Porsi questa domanda in modo serio, significa cercare di capire se l’esasperazione generalizzata dei palestinesi – questa sì comprensibile – troverà, attraverso questo momento di altissima tensione, uno sbocco politico. Usare o non usare una determinata definizione può fare la differenza fra comprendere o il suo contrario.

È quasi inutile osservare che la grande stampa, italiana ed estera, ormai afflitta da una desolante superficialità, definisce questa ondata di scontri in Cisgiordania come l’ “intifada dei coltelli”, facendo seguire analisi che, se non fosse tragico, farebbero ridere. Dare risalto, per esempio, all’invito del sindaco di Gerusalemme rivolto agli ebrei israeliani di “uscire armati” per difendersi significa non conoscere un dato strutturale della società israeliana: tutti gli ebrei israeliani sono armati. Una situazione peggiore di quella degli Stati Uniti. Con la differenza che mentre negli USA la diffusione delle armi provoca stragi di cui restano vittime gli stessi statunitensi, in Palestina a restare vittime sono solo quasi esclusivamente palestinesi. Un detto assai diffuso in Israele dice che tre israeliani non saranno mai d’accordo su nulla, tranne che sulla repressione dei palestinesi. Ovviamente, dare risalto alla presunta dichiarazione del sindaco di Gerusalemme, serve in questi giorni a rappresentare gli ebrei israeliani inermi e esposti ad un’ondata di violenza cieca e incontrollata. Mentre, se questa dichiarazione ha un senso può essere solo quello di giustificare vendette e rappresaglie con l’alibi dell’autodifesa.

I primi attacchi sono stati applauditi da Hamas e, alcuni, rivendicati dal gruppo Jihadi al islami. Ma le vicende vicino orientali di questi ultimi mesi, dovrebbero portare ad essere molto cauti sulle rivendicazioni politiche di qualunque atto da parte di chicchessia. Nell’era di Internet le rivendicazioni possono essere fatte da chiunque e generalmente è impossibile verificarle.
Altrettanto difficile è parlare di un’insurrezione generalizzata in Cisgiordania che deborda anche all’interno della linea verde (i confini ufficiali dello Stato di Israele) interessando molte città israeliane: da Tel Aviv ad Afula, passando per Jaffa con il coinvolgimento dei palestinesi israeliani che sono scesi in piazza in massa.

Sicuramente, questa ondata di ribellione è in gran parte spontanea e non voluta – e tanto meno diretta – dall’Autorità Nazionale Palestinese o da Hamas. Anche i segnali che arrivano dal governo israeliano appaiono contraddittori: se per un verso l’aumento della tensione è utilizzata, come d’abitudine, come strumento per consolidare il consenso verso il governo; per un altro verso gli inviti alla calma ipocritamente lanciati da Benjamin Netanyahu fanno pensare che, in un contesto regionale infiammato dalla crisi siriana, e non solo, il governo israeliano sappia di dover fare i conti non solo con l’esplosione di rabbia dei palestinesi.

Giovedì 8 ottobre il gabinetto del consiglio dei ministri israeliano ha bloccato la costruzione di 500 nuove abitazioni nella colonia di Itamar (nel nord della Cisgiordania) per poter ottenere nuove armi e tecnologia militare dagli Stati Uniti dopo l’accordo sul nucleare iraniano. Questa decisione, per quanto indipendente dai fatti di questi giorni, la dice lunga sul fatto che Israele, per quanto si sforzi di fare il contrario, non può comunque prescindere dall’appoggio esterno e soprattutto da quello del suo alleato strategico. Neanche ora che l’intervento militare esplicito e imponente della Russia nella crisi siriana potrebbe cambiare molto gli assetti politici nel Vicino Oriente. Non a caso lo scorso 21 settembre Benjamin Netanyahu si è affrettato a rendere pubblico un accordo raggiunto con Vladimir Putin su un “coordinamento militare”, trai due Paesi. In buona parte il governo israeliano fa buon viso a cattivo gioco, visto che la Russia è stata parte della regia dell’accordo sul nucleare iraniano e che gli sforzi di Israele per evitare la sigla di quello stesso accordo sono falliti, meglio accordarsi con Putin che avercelo nemico.

Il contesto in cui maturano gli eventi, quindi, non può essere ignorato, né gli sviluppi sul terreno delle diverse e numerose crisi vicino orientali possono essere letti come a sé stanti.

Quando il 30 settembre scorso il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese si è recato a New York per innalzare la bandiera palestinese tra quelle delle nazioni presenti all’ONU, molti si aspettavano un discorso di rottura definitiva con Israele. Soprattutto molti si attendevano che Abu Mazen annunciasse la rottura dei rapporti con Israele in materia di sicurezza: ossia il coordinamento delle forze di polizia palestinesi con quelle israeliane, che dalla firma degli accordi di Oslo nel 1993 ha garantito la sopravvivenza dell’occupazione. Ma questo annuncio non è arrivato per la semplice ragione che Abu Mazen non può permettersi di rompere quei rapporti se vuole evitare che l’immenso e corrotto apparato dell’ANP venga travolto dalle proteste popolari insieme all’apparato di occupazione (esercito e coloni). Ancora una volta a porre la domanda giusta è Gideon Levy:

“Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?” (Gideon Levy, i motivi della rabbia palestinese, in Internazionale, 8 ottobre 2015)

Dovremmo riflettere su un particolare: rispondere a questa sacrosanta affermazione di Hanan Ashrawi non è compito solo degli israeliani. Al popolo palestinese è spesso toccato un tristissimo destino: calcolare gli avanzamenti o gli arretramenti della loro lotta per l’autodeterminazione in base al numero dei morti ammazzati. Fin quando questo circolo vizioso non si interromperà sarà difficile uscire da un’impasse che fa comodo a molti. Dentro e fuori la Palestina.

Coloro, numerosissimi, che ora sono pronti a puntare il dito verso la disperazione che si trasforma in assalti individuali, da sempre tacciono un dato storico incontrovertibile: nessuna possibilità è stata concessa ai palestinesi, da nessuno, di ottenere almeno un decimo delle loro richieste, ritenute legittime anche da decine di risoluzioni internazionali. Durante gli ultimi venticinque anni non poche volte sarebbe stato possibile raggiungere compromessi onorevoli, invece Israele ha sempre e unicamente puntato alla resa incondizionata e disonorevole.

È assai probabile che ora i soliti “esperti” saranno soddisfatti del fatto che Hamas abbia lanciato la “guerra per liberare Gerusalemme”, questi soloni – impuniti per le sciocchezze che spargono senza pudore – penseranno che la realtà gli ha dato ragione, mentre in queste ore tremende si stanno accumulando solo le prove della loro ignoranza. Ma non esiste esercizio più inutile del dire a uno stupido che è stupido e su questo non sprecheremo il nostro tempo.

Non è possibile prevedere cosa produrrà nel medio e lungo periodo questa ondata di ribellione palestinese. Gli scenari possibili sono moltissimi e intrecciati anche con un quadro regionale e internazionale in continuo, almeno apparentemente, cambiamento. Ma questi cambiamenti di alleanze regionali e internazionali non hanno più come questione centrale, ormai da tempo, la Palestina. Ma, allo stesso tempo, la Palestina non è un luogo isolato, non è la luna, quindi inevitabilmente l’influenza degli eventi che si susseguono a livello regionale non possono non avere delle ricadute. Una, per esempio, è già sotto i nostri occhi: né gli Stati Uniti, né l’Europa hanno qualcosa da dire su ciò che sta avvenendo. Ma questo loro silenzio, indubbiamente, non li esime dalle proprie responsabilità. Per quanto in alcuni momenti, sia per gli Stati Uniti che per l’Europa, Israele si sia dimostrato un alleato scomodo e incontrollabile, è pur sempre vero che le relazioni strategiche antiche non sono messe in discussione.

I palestinesi, a causa dei milioni di profughi sparsi nei Paesi arabi, hanno un ruolo di cerniera ed anche se in questo momento la Palestina per gli altri popoli arabi non rappresenta l’elemento centrale, altrettanto errato è pensare che ad egiziani, tunisini, libanesi, giordani e perfino ai siriani dei palestinesi non interessi più nulla. Altrettanto infondato è ritenere il contrario, soprattutto riguardo alla Siria. Nel quarto anniversario dall’inizio della rivolta siriana contro il regime di Bashar al Assad, Bodour Hassan, un’attivista palestinese che vive a Gerusalemme, in un suo intervento ha dato il senso di quanto la vicenda siriana pesi tra i palestinesi:

“I siriani, io credo, non devono sventolare quella bandiera per provare di sostenerci, perché la Palestina non è una bandiera. La Palestina è molto, molto più di questo. ‘Palestina’ sono i rifugiati di Yarmouk che hanno sostenuto la rivoluzione siriana sin dal primo giorno; che hanno aiutato i siriani rimasti senza casa, che hanno preso parte alle proteste, che hanno documentato la rivolta e aiutato come hanno potuto. Parte della rivoluzione siriana sono anche i rifugiati palestinesi del campo di al-Raml, a Latakia, che sono stati colpiti molto duramente dal regime sin dall’estate del 2011. ” (Budour Hassan, La vostra Palestina non è la mia, in Osservatorio Iraq)

E più avanti Budour Hassan rileva una contraddizione:

“Ma sfortunatamente, per tanti qui in Palestina, non è altrettanto chiaro, anche a causa della polarizzazione che stiamo vivendo, qui come in molti altri paesi arabi. Dobbiamo ripeterlo ancora e ancora, ai nostri compagni o ex-compagni: devono smetterla di sostenere il regime siriano, tutti dovremmo essere consapevoli che le sue parole in nostro favore non sono altro che propaganda. Eppure, sembra non bastare. Rispetto a questa situazione la maggior parte della gente sembra rimanere attaccata alla propria posizione. Le reazioni dei palestinesi alla rivoluzione siriana sono state varie. Sfortunatamente però la sinistra mainstream sostiene il regime di Assad. E qui sta l’ironia: uno dei suoi più convinti sostenitori è il Partito Comunista israeliano, che lo giustifica con il fatto che Assad è ‘contro l’imperialismo’. Un partito che però, allo stesso tempo, non ha alcuna difficoltà a manifestare insieme ai sionisti a Tel Aviv senza ravvisarvi alcuna contraddizione.” (Ibidem)

Le ragioni per le quali il popolo palestinese è rimasto ai margini delle rivolte arabe iniziate nel 2011 sono molte e complesse. Ma Budour Hassan, giustamente, individua nella polarizzazione politica tra i palestinesi una delle ragioni principali.

Se l’escalation di violenza dovesse aumentare ancora di più e, soprattutto, se le tre componenti del popolo palestinese oggi coinvolte (Cisgiordania, Gaza e palestinesi israeliani) resteranno attive in questa rivolta potrebbe per paradosso invertirsi il percorso che dagli attacchi individuali porta ad un’insurrezione vera e propria. Altro conto è l’interrogativo centrale di quale componente politica palestinese può essere in grado di innescare questo meccanismo e in quale direzione indirizzare tutto questo.

Come spesso è avvenuto nella tormentata storia della lotta del popolo palestinese, è possibile che, non essendo in grado di fermare le proteste, i gruppi politici cerchino di prendere le redini di questa ondata di rabbia. Un comunicato del Fronte popolare per la Palestina di questi giorni, per esempio, invita le altre forze politiche a creare una direzione politica unificata per intensificare le azioni di lotta. Temiamo, però, che quest’invito all’unità cadrà nel vuoto per due ragioni essenziali: il peso politico insignificante del FPLP e gli interessi divergenti e concorrenti di Hamas e dell’ Autorità Nazionale Palestinese.

Inoltre, anche se questo invito sembra ricordare ciò che avvenne durante la Prima Intifada, nel 1988, oltre al mutato scenario politico, è bene ricordare che il Comando Unificato dell’Intifada, che all’epoca coordinava la rivolta, non nacque dopo lo scoppio di quest’ultima ma prima. Il Comando Nazionale Unificato fu il risultato dell’unificazione non tanto e non solo delle forze politiche palestinesi (che vi aderirono solo in un secondo tempo), quanto dell’unità di coordinamenti locali preesistenti allo scoppio della rivolta, nei quali questa maturò e si evolse. Inoltre, all’epoca della prima Intifada, l’unificazione delle organizzazioni palestinesi in Cisgiordania e Gaza fu paradossalmente facilitata dal fatto che la direzione politica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina era in esilio.

Percorrere la strada al contrario non significa ottenere lo stesso risultato, può anche dare esiti opposti a quelli sperati.
Ciò che sicuramente emerge dalla rivolta diffusa di questi giorni è che i giovani palestinesi che sono scesi in campo stanno cercando un modo per porre la questione vitale della loro generazione: la necessità di avere una prospettiva possibile in cui inscrivere il proprio presente e il proprio futuro. Può sembrare, questa, una deriva filosofica, invece è il punto veramente in comune tra le diverse porzioni del popolo palestinese diviso dalla colonizzazione e dalla concorrenza tra le due leadership palestinesi al governo a Gaza e in Cisgiordania. Entrambe, peraltro, costrette dai grossolani errori compiuti in questi anni a dover “contenere” queste aspirazioni delle generazioni figlie di molte sconfitte spacciate per vittorie. Altri errori di questo genere non potranno che continuare ad esasperare la popolazione palestinese che sa bene una cosa, come dice Budour Hassan: la Palestina non è una bandiera.