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Vigilia ad Atene (terza puntata)

Pubblichiamo la terza ed ultima corrispondenza di Checchino Antonini da Atene, dove si trova in delegazione con Nicoletta Dosio e Eliana Como per portare la solidarietà dei sottoscrittori dell’appello No al memorandum alle compagne e compagni di Unità Popolare. Leggi la prima corrispondenza e la seconda corrispondenza.

da Atene, Checchino Antonini

“Il cuore batte a sinistra” titola “Il Giornale dei Redattori” (Efmeridi ton sintakton), esperienza di giornalismo nata dall’autogestione di chi era stato licenziato da Elefterotipia, testata vicina alla sinistra. Ma a sfogliare il numero di ieri, sabato, si trovavano paginate per quasi tutti, Pasok e Kke compresi, eccetto che per Lae, Unità popolare, coalizione di forze provenienti da Syriza (tra cui la Dea), da Antarsya e altre ancora che non avevano mai preso parte a cartelli elettorali. Nessuna menzione neppure per l’endorsement di Varoufakis in favore di Nadia Valavani, la sua vice ai tempi in cui era ministro dell’Economia, e che si candida, appunto per Laiki Enotita, Unità popolare. Sembra passato un secolo anzichè 75 giorni, da quando il docente universitario ha lasciato la compagine di governo, per la velocità che Tsipras ha impresso alla vicenda greca per impedire alla sua sinistra di mettere radici più di tanto e andare alle urne prima che il memorandum targato Syriza inizi ad avvelenare la vita dei greci.

Il comizio finale dell’ex premier tiene banco nei commenti del giorno dopo ma ci si chiede anche se quello di Varoufakis sia un assist oppure un boomerang. L’ex ministro sembra parecchio popolare, uno che quando andava a teatro si alzavano tutti a tributargli un applauso. Ma è gente coi soldi quella che può permettersi un biglietto di questi tempi, così dice qualcuno stigmatizzando il profilo un po’ troppo mondano del personaggio. La discussione si svolge in un caffé di Exarchia, quartiere popolare e studentesco a ridosso del Politecnico, frequentatissimo da militanti dell’etrema sinistra. Tra loro, gli animatori della delegazione italiana dell’appello No Memorandum, guidata da Nicoletta Dosio, NoTav della ValSusa, a cui s’è aggiunta Eliana Como della Fiom, venuta a incontrare i sindacati conflittuali greci. Dalle discussioni continuano a trapelare frammenti della vita quotidiana al tempo della crisi: due settimane fa sono bruciati vivi tre pazienti del principale ospedale psichiatrico dell’Attica. Le indagini sono faticosissime ma stanno facendo venire fuori con forza le carenze della sanità pubblica squassata dai precedenti memorandum, personale insufficiente, misure antincendio inadeguate, servizi in balìa dei tagli. Si reagisce come si può. Ci sono i famosi ambulatori autogestiti che, dopo la vittoria di Syriza, a gennaio, si sono messi in rete (Solidarity for all) e ora sono in rotta di collisione con il partito che guidava il governo ma che li finanziava col 30% dello stipendio dei suoi parlamentari. Non tutti hanno devoluto quella cifra ma ora si aggiungono le ricadute della scissione che complicano la vita di queste strutture di mutualismo. C’è chi lascia Atene per tornare in campagna dove, almeno, può contare sull’economia di sussitenza delle zone rurali. Qualcun altro, invece, si è inventata la cucina sociale: ogni giorno in un posto diverso, i cittadini portano gli ingredienti, loro cucinano e si mangia tutti insieme in parchi, centri sociali. «E anche a Lesbo dove preparano mille porzioni a volta», spiega Eleni Papageorgiu, giovane ottica e responsabile della Ksm, la scuola domenicale dei migranti, un progetto di Kar, Deporta il razzismo, l’intervento antirazzista dei compagni di Dea, la sinistra internazionalista dei lavoratori.

Eleni ci spiega la condizione dei transitanti e il lavoro politico per costruire solidarietà e arginare il razzismo. Il telefono le squilla in continuazione e lei risponde a chi si offre di dare una mano dopo aver letto una delle trenta pagine fb con le quali Ksm e Kar comunicano sui social network. «E’ tutta gente che non conosciamo, che vediamo per la prima volta quando viene a sistemare con noi il magazzino dove confluiscono gli aiuti donati da altri cittadini». Da lì è partito un Tir diretto alle isole ed Eleni ci mostra con comprensibile orgoglio la foto del bisonte della strada. «Il processo è duplice: la società, con l’avanzare della crisi, è più razzista e spaventata, i media conducono campagne di intimidazione ma, dall’altro lato, i settori sociali antirazzisti e solidali si organizzano sempre di più». La scuola domenicale, che funziona da 12 anni, ha visto raddoppiare i volontari che insegnano greco, inglese e tedesco ai migranti e li aiutano a sbrigare le pratiche e altre questioni legali.

Eleni racconta un fenomeno che si potrebbe definire “solidarietà selettiva”: «C’è, ad esenpio, chi viene a portarci cibo e vestiti e, nel nostro magazzino incontra bambini rom che vengono a cercare aiuto a loro volta. In parecchi si stupiscono e si arrabbiano, “ma come? noi li abbiamo portati per i profughi e voi li date agli zingari?”». Ma poi succede anche che nei sobborghi siano gli amministratori locali a opporsi alla deportazione degli insediamenti di popolazione rom. Come a Chalandri, uno dei comuni della cintura dove governa Syriza.

Prima delle elezioni, il 12 e il 16, anche Atene ha visto grandi manifestazioni di piazza legate alla vertenza degli “uomini scalzi”. Il governo ha aperto tre strutture per i transitanti (quei migranti che cercano di non farsi identificare, come previsto dal trattato di Dublino, perché cercano asilo altrove) nel Nord del paese e intorno ad Atene però, irrazionalmente, continua a identificarli tutti anche se poi li lascia passare.

Nella capitale, chi, tra i profughi afgani, non ha soldi si concentra ogni giorno in Piazza Victoria, e piazza Omonia è il punto d’incontro per chi è scappato dalla Siria. Assieme all’Italia, la Grecia è la porta d’ingresso per chi fugge dal Medio Oriente. Da Lesbo, Kos, Leros, Kalimnis la costa turca sembra quasi di toccarla. Soprattuto da Lesbo dove, una volta sbarcati, i profughi devono percorrere 45 chilometri prima di arrivare all’unico centro abitato. Il governo Tsipras, almeno, ha abolito la norma che equiparava agli scafisti chiunque dava un passaggio a questa povera gente. Così adesso è possibile che tutta quella strada possano farla nelle macchine dei volontari. «Ma la polizia continua a fare problemi a chi scappa e a chi porta solidarietà», continua Eleni. Nessuna traccia della promessa elettorale di sciogliere almeno i Mat, le squadre più feroci di poliziotti picchiatori. La polizia non è stata intaccata dalla breve stagione della sinistra al governo e i giornali di oggi riportano la notizia dell’irruzione dei robocop ellenici in case private di Keratsini, a caccia di manifestanti nel sobborgo del Pireo dove si teneva la commemorazione di Pavlos Fyssas, il cantante rap ucciso da sgherri di Alba Dorata. La notte prima, i Mat erano entrati in azione anche a Exarchia contro giovanissimi anarchici sospettati di aver preso parte a un’azione dimostrativa contro la locale caserma della polizia. Video e foto documentano visi sfigurati di ragazzini. La versione ufficiale è piuttosto grottesca: “tafferugli corpo a corpo dopo l’arresto”.

Ad Atene e nelle isole, Alba dorata prova a soffiare sul fuoco ma abitanti e rifugiati hanno lo stesso programma: fare in modo che quella gente possa transitare al più presto verso Nord.

Anche il movimento antirazzista, specularmente a quanto avviene a sinistra, è piuttosto frammentato e litigioso ma la richiesta è quella di guastare la festa agli scafisti abbattendo il muro che separa il confine di terra con la Turchia.

Eleni ci conferma che i sindaci hanno molta responsabilità sulla qualità dell’accoglienza nelle isole. Come a Kos dove, oltre a concentrarli in uno stadio, come Pinochet, il sindaco di Nuova democrazia ha anche sigillato i bagni pubblici. Lesbo, governata dal Kke, è l’isola più vicina e più toccata dall’emergenza. Un mese fa c’erano 17mila profughi, ora – grazie alla semplificazione delle pratiche e alle condizioni del mare più difficili, quel numero è diminuito ma è tutt’altro che finito l’intreccio tra crisi umanitaria frutto della guerra e crisi umanitaria determinata dai memorandum, il nome della guerra ai poveri nell’Europa della Troika.

Fra poche ore ogni greco, ogni soggetto politico e sociale, farà i conti con gli scenari disegnati dai risultati elettorali.