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Diario da Atene (seconda puntata)

Da Atene, Checchino Antonini (leggi la prima corrispondenza: Atene a pochi giorni dal voto)

La Grecia resta un laboratorio politico – per questo ci sono in questi giorni militanti da mezzo mondo a seguire la campagna elettorale – ma il memorandum firmato dal governo di Syriza rischia di azzerare il sedimentato di un formidabile ciclo di lotte. E’ evidente la necessità del conflitto per trasformare i processi ma la delusione è fortissima. Il memorandum è un mostro insaziabile, un pozzo senza fondo, e la stabilità politica resta un miraggio.

La sede di Dea, sinistra internazionalista dei lavoratori, organizzazione molto vicina a Sinistra anticapitalista, si trova dalle parti di Attiki, il quartiere dove ha preso corpo, prima per i migranti, poi per moltissimi greci, l’incubo di Alba dorata, partito nazista che potrebbe essere la terza forza della politica ellenica. Dalla crisi si può uscire con le lotte o con la guerra dei penultimi contro gli ultimi.

La delegazione italiana no memorandum è lì per incontrare Sotiris Martalis, uno dei responsabili delle relazioni internazionali di Dea. Ci ringrazia per la solidarietà espressa dalle centinaia di firme e da un appello che è stato subito tradotto in greco. Martalis ci chiede se è vero quanto dice Avgi, l’organo ufficiale di Syriza, che Rifondazione starebbe tutta con Tsipras. In realtà nella base di quel partito, ci sono compagne e compagni che hanno manifestato apertamente le divergenze dall’acritico sostegno al “ragazzo”, com’era chiamato Tsipras dai greci al tempo della luna di miele. Decine di dirigenti intermedi hanno firmato l’appello lanciato da questo sito e altri hanno dei maldipancia che, prima o poi, potrebbero esprimersi nero su bianco nel partito e nell’Altra Europa, ex soggetto unitario che pare destinato a traghettarsi nel nuovo che avanza di Civati, Vendola e Fassina. Martalis ascolta le ragioni del movimento No Tav, così come le racconta con passione Nicoletta Dosio, e, a sua volta ripercorre le tappe della deriva di Syriza a partire dal congresso che Tsipras ha evitato come la peste per bruciare le tappe verso il ritorno anticipato alle urne. Un po’ per evitare che il dissendo a sinistra mettesse radici, un po’ per anticipare gli effetti del memorandum. Così da sfruttare in pieno il voto di chi ritiene che sia possibile una “gestione di sinistra” del memorandum. Agli italiani, chi brandisce la minaccia di un possibile ritorno di Nea Dimikratia ricorda molto l’espediente retorico di chi paventava il ritorno di Berlusconi se non avesse vinto la logica del voto utile. «Proletari senza rivoluzione», commenta Nicoletta Dosio, della delegazione no memorandum, considerando con amarezza che ancora una volta bisogna accantonare «il grande sogno» per abbracciare il «meno peggio». Per lei vale quello che recitava uno striscione durante il primo corteo contro il nuovo memorandum: “H elpida fegeui, erxontai oi agines”, la speranza fugge, tornano le lotte.

C’è stata una settimana di intensa battaglia nei circoli prima dell’ufficializzazione della scissione e, alla fine, s’è dato vita a Unità Popolare, Laiki Enotita, Lae. «Una questione di differenze politiche evidenti e una questione di democrazia – spiega Martalis – magari la scissione fosse stata preparata con cura, come ci viene rimproverato dalla versione ufficiale di Syriza. Tsipras ha voluto giocare d’anticipo».

«In Brasile dopo la svolta di Lula ci sono voluti due anni perché prendesse corpo un altro soggetto politico fuori dal Pt, in Italia lo sapete bene cosa sia successo dopo le piroette di Bertinotti. Tsipras puntava alla nostra sparizione dalla rappresentanza, punta a un'”italianizzazione della sinistra”». E’ così che in Grecia sintetizzano la vicenda della diaspora di Rifondazione. Tsipras ha mostrato la stessa mancata cura di quella relazione che chiamiamo partito: il 60% dei rappresentanti regionali, la maggioranza della gioventù, tre ministri, la presidente del parlamento, la maggioranza del comitato centrale s’erano pronunciati contro la linea dell’abbandono dell’Oxi ma “il ragazzo” è andato avanti come una ruspa. Qualcuno, al contrario, pensa che la mutazione genetica sia iniziata da lontano, all’indomani del successo alle europee. La mutazione la possiamo chiamare “pasokizzazione” – Martalis approva – perché fu all’epoca che qualcuno, nel gruppo di Dragasakis (moderatissimo e molto influente su Tsipras) teorizzò l’idea che ormai, a sinistra, più di così non si potesse sfondare, così si sarebbe dovuto andare a pescare altrove. Martalis fa i nomi, nomi controversi di personaggi legati alle stagioni oscure della socialdemocrazia che sarebbero finiti a rimpinguare le liste di Syriza per le politiche e le amministrative. Un nome per tutti, quello dell’ex viceministro della Sanità del governo Papandreu che firmò la legge che spediva in galera i sieropositivi. Era la fine degli anni 80. Ora è un candidato di Syriza a Salonicco. Con buona pace di quel che resta della Brigata Kalimera che anche stavolta ha fatto di tutto per entrare nel cono di luce proiettato dal giovane leader greco e dal suo omologo spagnolo di Podemos, Pablo Iglesias che ieri erano assieme al palco di chiusura della campagna elettorale. Con loro anche Kammenos, leader di Anel, partito di destra dei “Greci indipendenti” a cui Tsipras ha voluto offrire l’assist della sua ribalta nella speranza che anche stavolta superino lo sbarramento del 3% per entrare in Parlamento. Ad Anel sono stati affidati i ministeri chiave di Polizia e della Difesa e forse ci sarà una relazione tra questo e il fatto che le famigerate squadre di polizia continuino a scorazzare a piedi e in motorino per manganellare ragazzini vestiti di nero nelle notti di Exarkia oppure nelle strade del Pireo, come ieri pomeriggio che in cinquemila erano andati a manifestare nell’anniversario dell’omicidio di Pavlos Fissas, in arte Killah P, popolarissimo cantante rap, antifascista, ucciso da una squadraccia di centauri di Alba dorata. Ieri proprio, il conducator dei nazi, Michaliolakis, ha ammesso in un’intervista la responsabilità politica del gesto. La madre del cantante lo ha maledetto e gl’ha risposto con un verso di suo figlio: «Figurati se ho paura».

Attorno al cippo che ricorda il cantante ci sono lumini, birre, un piatto di penne al pomodoro e qualche fiore. Unità popolare è in coda al corteo con un uno spezzone di 4-500 persone, soprattutto giovanissimi. Più avanti, nell’indifferenza o nell’irritazione degli abitanti del quartiere a ridosso della Capitale, gruppi di tute nere ripetono la lugubre liturgia dei cassonetti ribaltati, delle vetrine spaccate, dei rifiuti dati alle fiamme.

Così Lae, nata dal nulla, sembra già un piccolo successo, una prospettiva per le lotte che, grazie all’invasione della scena pubblica dell’ennesima campagna elettorale, scontano un’empasse che potrebbe sbloccarsi già la settimana successiva alle elezioni. Solo nei boschi e nelle montagne della Calcidica resiste si fa sentire il movimento popolare che si oppone alle devastazioni dell’industria mineraria, qualcuno li ha chiamati i No Tav greci, Nicoletta chiede continuamente di loro. Il memorandum incombe, così spiegano tutti gli interlocutori di questo nostro viaggio, che siano ancora dentro o già fuori da Syriza.

Lae non sarà una seconda Syriza, sarà un fronte e i dettagli sarà possibile discuterli solo dopo le elezioni. Il cartello guidato da Panagiotis Lafazanis è composto da due soggetti centrifugati da Syriza (la piattaforma di sinistra e il Red Network di cui fa parte Dea), due gruppi che stavano in Antarsya (Aran e Aras) più altre 13 organizzazioni. Una delle differenze interne, ci viene spiegato, è sulla questione della moneta. Per Dea, uscire o restare nell’euro sarà la conseguenza di misure sociali che vengono prima: il blocco delle privatizzazioni, delle tasse sui ceti meno abbienti, della maggior parte del debito. Dea è stata più chiara di altri soggetti a rifiutare l’idea di sciogliersi nel momento in cui Syriza, da coalizione, ha voluto trasformarsi in partito. I suoi rappresentanti in Parlamento sono stati gli unici a non votare per il nuovo presidente della Repubblica, pezzo grosso di Nuova democrazia, e a rifiutare la cooptazione in posti chiave dell’Amministrazione. Ora si ricomincia da capo ma senza aver perso pezzi nella diaspora di Syriza. Si ricomincia dall’Oxi, anche se gli stessi comitati del No che avrebbero dovuto organizzare la resistenza sono stati bruciati sul tempo dall’indizione delle elezioni. Anche se si fa strada che Tsipras avrebbe preferito che avessero vinto i Sì così da essere legittimato a imporre un altro memorandum. Il 26 giugno, in un proclama, ha scritto che avrebbe rispettato qualunque cosa avessero votato i greci. Un po’ bislacco per uno che aveva stravinto sulla base di un preciso programma antiausterity.

La mutazione di Syriza Ogm è un rompicapo che nutre lo psicodramma collettivo di un popolo di sinistra costretto ad agire o ad assistere alla scissione di un partito largo che aveva sollevato moltissime speranze anche al di là dell’Egeo e dello Ionio. Chi ha governato Syriza non ne ha avuto cura, il comitato centrale è stato convocato rarissimamente e l’integrità del partito è stata sacrificata al moloch delle larghe intese per gestire il memorandum. Dentro quel partito non è raro trovare chi è perfettamente consapevole di quello che è accaduto ma che, per cultura politica e per ragioni legate alla vicenda storica della sinistra greca, non ha voluto seguire gli scissionisti. Il gruppo dei 53, in larga parte, è quel che resta della sinistra interna: «Se proprio dovremmo uscire lo faremo tutti insieme – ci viene detto – ci sono compagni che non possono essere lasciati soli». Le dinamiche sono molteplici e complesse. Un esempio: che succederà alla rete di ambulatori autogestiti (Solidarity for all, una sorta di partito sociale) che era finanziata col 30% dello stipendio dei parlamentari di Syriza ma dove parecchi dei volontari che la animano sono apertamente contrari al nuovo corso?

La discussione prosegue fuori da sedi ormai irrespirabili, coinvolge gli ambiti della convivialità. Dopo il corteo antifascista al Pireo ci si incontra con qualcuno che è voluto andare ad assistere alla kermesse finale di Tsipras a piazza Syntagma, ci sono anche compagni del Kke. La scena finale di questo diario è ambientata nel giardino di una casa occupata da 30 in Patissia. C’è una festa per sostenere le spese mediche di una compagna ammalata. Il tavolino all’ombra di una magnolia secolare è cosparso di bottiglie. Intorno a noi ci sono tutte le nostre “guide indiane” di questi giorni, compagne e compagni generosissimi, al di là della loro collocazione. Si balla al ritmo di musiche popolari struggenti, «come un blues», ci viene spiegato.

Una di loro, ancora in Syriza, dice: «E’ meglio che il memorandum venga gestito da noi». Un altro le risponde: «Ma se sei tu a mettere la corda al posto del boia, diventi boia».

Domani si vota.