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La disgregazione dell’Europa e l’impatto dei rifugiati

di Gippò Mukendi

Sarebbe dovuto essere l’incontro della svolta, il consiglio europeo dei ministri degli interni riunitosi a Bruxelles il 14 settembre, soprattutto dopo la decisione della Merkel di sospendere in Germania il Trattato di Dublino e accogliere i profughi siriani. In molti erano convinti che i governi europei avrebbero trovato un accordo sulla ridistribuzione urgente di 120 mila profughi, un numero pari allo 0.032% della popolazione europea, e approvare per il futuro un sistema di quote obbligatorie permanenti, sulla base di quello che prevede il piano Junker.

Nulla di tutto ciò è avvenuto. La decisione sulle quote è stata di nuovo rinviata ad ottobre.  L’esodo di chi fugge da guerre, fame, miseria e persecuzioni sta disvelando tutte le contraddizioni dell’Unione Europea, la fragilità delle sue istituzioni e l’incapacità  delle classi dominanti e dei suoi dirigenti di costruire una visione comune internazionale e solidale. Al contrario, si assiste al processo opposto. I singoli Stati tornano a trincerarsi nelle proprie frontiere. Germania, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Olanda hanno infatti sospeso i trattati di Schengen ristabilendo i controlli alle frontiere, cosa che del resto è spesso avvenuta da quando sono entrati in vigore, sia per motivi di “ordine pubblico” sia nel tentativo di controllare il flusso di migranti. A questi paesi si stanno aggiungendo proprio in queste ore la Polonia e il Belgio, mentre la Francia sta nuovamente rafforzando i controlli alla frontiera con l’Italia.

In questa situazione, l’ungherese Orban, fino a poco fa sempre più isolato, si sente più che legittimato ad imporre lo stato d’emergenza che prevede l’arresto immediato per chi entra “illegalmente” nel proprio territorio, nonché l’uso di containers per ospitare i tribunali pronti a giudicare come criminali i profughi che nel frattempo verranno rinchiusi in veri e propri campi di detenzione con metodi che richiamano gli anni più oscuri del continente.

I governi dei paesi dell’est mostrano di essere preoccupati per l’impatto sociale e politico dell’apertura ai profughi. Proprio in questi paesi si sono svolte diverse manifestazioni anti-rifugiati ed una grossa fetta della popolazione è preoccupata per il rischio di un’ulteriore abbattimento del costo del lavoro di fronte alla concorrenza di una nuova manodopera. I “cinguettii” di Renzi rimangono, al contrario, inascoltati.

Le uniche decisioni comuni sono state sulla scia dell’ “Europa fortezza” il varo della fase 2 della missione navale EunavForMed che permette l’uso della forza contro gli scafisti e che, in realtà, costituisce un vero e proprio atto di guerra contro i migranti, in mancanza dell’apertura immediata di corridoi umanitari. É stato, inoltre, confermato il programma presentato a giugno per la ricollocazione di 40 mila persone (24 mila già presenti in Italia e 16 mila in Grecia) che dovrebbero essere ripartite in base alle offerte che verranno dai singoli paesi.

Il pragmatismo e l’umanitarismo di facciata della Merkel

Eppure proprio quest’estate l’Europa fortezza è cominciata s scricchiolare di fronte all’inarrestabile flusso di migranti e rifugiati.

Le importanti mobilitazioni di “benvenuto ai rifugiati” che si sono svolte in Europa, così come in Italia, anche se in tono minore e tardivo, la scorsa settimana avevano destato molta speranza nel ricondurre a miti consigli i dirigenti europei. Solo una settimana fa il cantante Bono, voce “umanitaria” sempre più spesso a servizio dei potenti, duettando con il “ragazzo di Rignano”, Renzi, di sicuro in preda a gelosia, disse: “Angela Merkel è diventata un simbolo morale per l’Europa … Le immagini che abbiamo visto, con i bambini che portavano i loro orsacchiotti ai piccoli siriani, i genitori che donavano cibo e vestiti, resteranno nella storia d’Europa. Questi sono momenti che non verranno dimenticati. Potremmo davvero essere a un punto di svolta per quel che l’Europa vuole essere nel Ventunesimo secolo…”.

In effetti la Cancelliera tedesca ha cercato di cavalcare l’onda di solidarietà che in Germania si è fortemente manifestata anche in reazione ai veri e propri assalti che l’estrema destra ha organizzato contro diverse strutture che ospitano i profughi. Non solo, aprendo ai profughi siriani, la cancelliera tedesca, spesso dipinta in maniera caricaturale come una nuova Hitler per le sue ferme posizioni nei confronti della Grecia, ha tentato di ribaltare la propria immagine presentandosi appunto come “un simbolo morale per l’Europa”.

Finita la commozione, poco è cambiato, se non per le migliaia di migranti che, grazie alla loro forza, sono finalmente riusciti dopo molte peripezie a raggiungere la Germania. Vedremo ora come sarà gestita l’accoglienza. La realtà che ci troviamo di fronte si ripresenta in realtà nelle sue tinte più fosche. L’umanitarismo della Merkerl si è rivelato un umanitarismo di facciata. La cancelliera tedesca, in realtà, ha tentato di assecondare attraverso un’abile mossa che l’ha riportata alla ribalta della scena politica europea il pragmatismo di settori della borghesia europea che vogliono trarre comunque profitto dalla nuova ondata migratoria. Marcel Fratscher, direttore dell’istituto di ricerca Diw di Berlino ed economista vicino al governo tedesco, ha d’altronde spiegato che sebbene “i rifiugiati costeranno tra i 6 e 10 miliardi di euro aggiuntivi per il bilancio tedesco…, quello che ci aspettiamo è un effetto tra lo 0,2 e lo 0,3% in più di crescita economica già dal prossimo anno”, in caso di una loro rapida integrazione nel mercato del lavoro. La Merkel, infatti, ha sempre tenuto a precisare che vi è una distinzione tra “profughi reali” e semplici “migranti economici”, tra coloro che hanno bisogno di accoglienza e protezione e coloro che vanno espulsi. Pur nel dramma, permane, infatti,la volontà  di selezionare i migranti come forza-lavoro da sfruttare cercando di assecondare settori preoccupati dell’opinione allargando la schiera di coloro che possono essere cacciati. Altro che umanitarismo! Non a caso ora la Germania ha deciso di ripristinare i controlli alle proprie frontiere, preoccupata soprattutto di selezionare dall’origine i profughi e migranti che provengono dall’Est.  

La “coscienza infelice” della borghesia europea

La divisione tra “migranti economici” e “profughi reali” mette in luce la “coscienza infelice” dei della borghesia europea e dei suoi principali dirigenti, ossia una coscienza sdoppiata, che, pur consapevole delle profonde ineguaglianze che essa produce, non vuole attribuirle a se stessa e al proprio sistema politico ed economico, omettendo le proprie responsabilità storiche e  presenti di quel che avviene nel sempre più martoriato Medio Oriente, così come nel saccheggio e nell’appropriazione delle terre in Africa. Una coscienza infelice che vorrebbe mettere in pratica quei principi di cui si vanta essere la primogenita, i diritti umani, universali e intangibili, consapevole di non poterlo fare in fondo per non rimettere in discussione il sistema che la fa prosperare. E’ impossibile, d’altro canto, non ricordare il silenzio dell’Europa nei confronti crimini perpetrati dal sanguinario Assad contro il popolo siriano, quando era sceso in piazza per conquistare democrazia e e diritti sociali, pur di salvare il proprio scettro, favorendo così l’ascesa della controrivoluzione islamica portata avanti dall’Isis. Ora i dati di questo conflitto sono drammatici: più di 4 milioni sono coloro che hanno lasciato la Siria per fuggire in paesi vicini, quasi 8 milioni coloro che hanno dovuto abbandonare il proprio domicilio all’interno del paese. Tra i rifugiati solo il 10% ha chiesto asilo in paesi europei, mentre sono stati accolti da paesi meno ricchi: oltre due milioni in Turchia, 250 mila in Iraq, 600 mila in Giordania, 150 mila in Egitto e oltre un milione in Libano. 

E’ necessario ribadirlo, le migrazioni internazionali, raddoppiate in poco più di trent’anni, vengono ulteriormente alimentate dalle diseguaglianze provocate dall’attuale divisione internazionale del lavoro, dalle guerre, dalla penetrazione delle multinazionali in agricoltura, dai disastri ecologici.

La distinzione tra profughi “buoni” e migranti “cattivi” non regge. Respingendo coloro che provengo dall’Eritrea, dalla Nigeria, dal Mali, dal Gambia, dall’Afghanistan, dal Pakistan, paesi dai quali provengono gran parte di coloro che cercano un primo rifugio in Italia, li si condannerebbe alla fame, alla morte e alla tortura. Perseverare nell’Europa fortezza significa perseverare nella politica criminale che sta ancora ora producendo stragi nel Mediterraneo. Altro che rispetto dei diritti umani e diritto all’accoglienza!

Per fermare questo crimine occorrono, al contrario, alcune misure semplici e urgenti senza le quali saranno condannate a morte altre migliaia di persone nei prossimi anni: l’apertura delle frontiere e la garanzia immediata di corridoi umanitari; l’istituzione di un diritto di asilo senza confini, che abolisca la logica del Regolamento di Dublino; la chiusura dei centri di detenzione e la garanzia di un’accoglienza degna per tutte e per tutti; la soppressione di leggi come la Bossi-Fini con la rottura del legame perverso tra lavoro e permesso di soggiorno.

Rompere le divisioni

E tuttavia, sempre più urgente trovare una serie di misure che rompano la divisione tra i migranti e i lavoratori autoctoni europei, per costruire assieme un’alternativa continentale all’Europa dell’austerità e a all’Europa fortezza, impedendo che settori popolari associno gli aiuti ai profughi e ai migranti con i tagli alle spese sociali in generali, cosa che farebbe gioco all’estrema destra. Contro il comune avversario, vanno rivendicati diritti eguali per tutte e tutti così come una redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso. La lotta contro l’austerità così come la solidarietà ai migranti devono più che mai marciare assieme.  

È ora di reagire uniti! Non lasciare soli i migranti preda dei deliri razzisti e xenofobi dell’estrema destra e che l’umanitarismo di facciata istituzionale tenta di dividere. È ora di riprendere quello spirito internazionalista che le istituzioni europee stanno sgretolando. Ciò è più mai possibile, oltre che auspicabile. Lavorando fianco a fianco, condividendo le stesse fatiche, studiando negli stessi banchi di scuola, lavoratori e giovani di diverse nazionalità cominciano ad apprendere ciò che li accomuna, al di là delle differenze culturali o religiose, e a sperimentare, nonostante il tentativo di dividerli, il valore ideale e materiale della solidarietà. Non sarà un percorso semplice e lineare, sarà attraversato da tensioni e incomprensioni, ma è proprio questo l’incubo delle classi dominanti europee.