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Anche in Gran Bretagna qualche cosa si muove

di Andrea Martini

Con il 60% dei voti, Jeremy Corbyn è inaspettatamente diventato il nuovo leader del Partito laburista britannico, sconfiggendo i candidati più quotati e sostenuti dalla corrente blairiana che ha dominato il partito fino ad oggi e che continua a egemonizzare il gruppo parlamentare. I timori di una radicalizzazione della politica inglese si esprimono negli editoriali dei giornali borghesi.

La brutalità dell’offensiva padronale (che in Gran Bretagna si è scatenata fin dagli ultimi anni 70, costituendo un modello per tutte le altre esperienze neoliberiste) anche in Inghilterra provoca tra i ceti popolari la ricerca di una soluzione elettorale alternativa, come è già accaduto con Syriza in Grecia, o con Podemos in Spagna.

Naturalmente, per noi non si tratta di trovare un nuovo “papa straniero” per una sinistra che spesso si affida troppo affrettatamente a modelli o a riferimenti che poi non tardano a rivelarsi fragili. Certo è che, come afferma Tariq Ali in questo articolo pubblicato da The Indipendent che anche noi pubblichiamo, Jeremy Corbyn costituisce una novità vera dopo una sequela di leader laburisti che avevano profondamente trasformato l’immagine e la natura del Labour.

Non a caso anche le principali forze dell’estrema sinistra britannica (tra le quali anche Left Unity, il partito creato attorno all’appello lanciato tempo fa dal regista Ken Loach) si sono schierate a favore dell’elezione di Corbyn. A parte pubblichiamo il comunicato con cui Left Unity saluta la vittoria di Corbyn.

La politica inglese sembrava congelata dopo la bufera thatcheriana e dopo l’era del “new” Labour blairiano. Ma già parecchi sintomi si erano accumulati. Dagli importanti risultati elettorali scozzesi, all’emergere del Partito verde che rompeva il macigno del bipartitismo, alle mobilitazioni delle scorse settimane attorno alla campagna elettorale di Corbyn.

Ora inizia la vera partita. Tutto l’establishment del paese tenterà di correre ai ripari, sia cercando di evitare una vittoria di questo Labour alle elezioni, favorendo in tutti i modi gli avversari conservatori, sia cercando di far saltare dall’interno del Labour la nuova leadership. Le “quinte colonne” non mancheranno.

Ma il fatto che la stragrande maggioranza dei laburisti inglesi (in gran parte i giovani) si siano schierati risolutamente a favore di un candidato apertamente pacifista, ecologista, internazionalista, un candidato che aveva ed ha nel suo programma scelte contro le privatizzazioni, a favore di una politica fiscale che colpisca i ricchi, scelte per il disarmo, rappresenta comunque un fatto nuovo, non solo per il Regno unito ma per l’Europa intera.