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La crisi non è ecologica, è sistemica

di Daniel Tanuro, autore di «L’impossibile capitalismo verde», coordinatore dello speciale «Clima: la sinistra con le spalle al muro» nella rivista Politique , da Europe solidaire Sans Frontières, tratto da LaLibre.be, traduzione di Anne Marie Mouni

Il vertice dell’ONU di dicembre a Parigi (COP21) permetterà di concludere l’accordo globale sul clima atteso dopo il fiasco di Copenhagen nel 2009? Si, un esito positivo sembra abbastanza probabile … All’occorrenza, questo accordo permetterà di arginare la catastrofe climatica? No, sembra escluso!

Prendiamo l’ipotesi più favorevole: l’Unione Europea rispetta il suo impegno (insufficiente) di ridurre le sue emissioni del 40% entro il 2030; gli altri paesi sviluppati si allineano sull’impegno statunitense (un obiettivo per il 2025 analogo a quello che gli Stati Uniti avrebbero dovuto raggiungere nel 2012 nel quadro di Kyoto), e i paesi «emergenti» si allineano su quello della Cina (nessuna riduzione assoluta delle emissioni prima del 2030). In tal caso, il probabile aumento di temperatura sarà dai 3,6°C ai 4°C entro il 2100. Quasi due volte la soglia di pericolosità «ufficiale».

Ottimismo irragionevole

Il segretario generale delle Nazioni Unite vuole però rassicurare. L’essenziale per il sig. Ban Ki-moon è che si vada avanti: «Non bisogna vedere Parigi come una destinazione. Non è la fine di un processo: è un inizio. Quindi sono piuttosto ottimista» (Le Monde, 27/08/2015). Questo ottimismo non è ragionevole. Per due motivi. Uno, non è vero che ulteriori vertici potrebbero facilmente e tempestivamente rialzare le ambizioni troppo deboli del COP21 per tornare su una traiettoria di emissioni compatibile con i 2°C. Dal 1992, le decisioni sono state rimandate e i gas serra non hanno smesso di accumularsi. La «finestra di opportunità» per stare al di sotto dei 2°C si sta chiudendo. Bisogna organizzare la transizione subito e completamente prima che sia troppo tardi.

Due, la situazione è più grave del previsto. I paesi più minacciati hanno chiesto che il riscaldamento massimo sia fissato a 1,5°C. Gli esperti che il vertice di Doha ha incaricato di pronunciarsi gli hanno dato ragione. Consegnata nel maggio scorso, la relazione del «dialogo strutturato degli esperti» sottolinea che gli effetti attuali sono già significativi e che qualsiasi aumento del fenomeno «accrescerà i rischi di cambiamenti gravi, generalizzati ed irreversibili.» Il Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (GIEC/IPCC) lo ripete da un quarto di secolo: senza riduzione immediata e drastica delle emissioni (che sbocchino su emissioni negative prima del 2100!), il riscaldamento avrà conseguenze che superano l’immaginazione. Le cinque relazioni pubblicate dal 1988 si differenziano soltanto dai livelli di probabilità aumentati di queste proiezioni … Ciò non toglie che oggi le emissioni aumentano due volte più in rapidamente che negli anni 1980!

Cattivo modo di procedere

Perché i decisori rimangono incapaci di agire? E’ così difficile da tracciare la via da seguire? No, è ovvia: in funzione della soglia di pericolosità, si tratta di stabilire il «budget carbone» disponibile globalmente (la quantità di CO2 che può ancora essere mandata nell’atmosfera), poi di dividere il budget equamente, tenendo conto del fatto che ricchi e poveri non hanno la stessa responsabilità storica nel riscaldamento, né le stesse capacità di adattarvisi.

Il modo di procedere della COP21 sta all’opposto: le discussioni si fanno sulla base… di ciò che ogni governo intende fare… in mancanza di qualsiasi accordo preciso sull’equità… e quindi senza nessun obbligo di partecipare a raggiungere realmente l’obiettivo. I 2°C? Un sonaglino agitato nel vuoto. I negoziatori sono come escursionisti in pericolo che disporrebbero di una riserva di acqua limitata per superare il deserto e che si lanciassero nell’avventura senza accordo sulla strada da percorrere né sui bisogni quotidiani di ognun*.

Crescita e sostenibilità

Tale irrazionalità non cade dal cielo, deriva dalla concorrenza per il profitto, che provoca la corsa alla crescita. «Un capitalismo senza crescita è una contraddizione nei termini» diceva Schumpeter. Ecco il nodo del problema. Infatti, salvare il clima esige riduzioni delle emissioni così drastiche che implicano una diminuzione importante del consumo energetico; e questa non è possibile senza ridurre sensibilmente la produzione, e questa diminuzione della produzione a sua volta non è possibile senza mettere in discussione la libertà d’intraprendere e la concorrenza per il mercato. Gli scenari che pretendono conciliare crescita e sostenibilità sono tutti viziati dalla non considerazione di queste realtà.

Crisi sistemica

Parlare di «crisi ecologica» è fallace. Bisogna comprendere la situazione globalmente in termini di crisi sistemica. La catastrofe può essere arginata soltanto se la logica dispotica di competizione, di saccheggio e di appropriazione, che è quella del capitalismo, lascia il posto a una logica democratica di cooperazione, di spartizione e di messa in comune. Questi valori sono quelli della sinistra, ma quest’ultima viene sfidata a rompere con il produttivismo. Ne sarà capace? È in corso una grande mobilitazione, che deve conoscere un primo punto culminante durante la COP21.

Gli organizzatori vogliono farvi convergere tutti i movimenti sociali. Hanno ragione. I sindacati contadini e i popoli indigeni sono in prima linea di una lotta articolata sulla gestione comune delle risorse, dove le donne ricoprono una parte fondamentale. Ampi strati della gioventù si mobilitano, in particolare contro i grandi progetti di infrastrutture. Ma il sindacalismo rimane ancora esitante. Però, questa lotta è anche quella dei lavoratori e delle lavoratrici. Credere che salveremo il nostro lavoro e quello dei nostri figli distruggendo il pianeta è ancora più assurdo che credere che l’austerità risolverà i nostri problemi.

Il nostro lavoro, quello dei nostri figli e il pianeta possono essere salvati soltanto insieme. Lottando contro l’austerità e per una transizione giusta, basata sui valori di aiuto reciproco, di solidarietà, di cura e di cooperazione che dovrebbero essere quelli del movimento operaio.

È l’ora della convergenza dei movimenti e questa sottolinea la necessità di un progetto di società non capitalista, adatta alle sfide del nostro tempo. Un progetto che mira alla soddisfazione dei bisogni umani reali, determinati democraticamente nel rispetto prudente delle costrizioni ecologiche. Un progetto ecosocialista, femminista e senza frontiere, che vive e cerca la propria via nelle lotte per l’emancipazione. Non c’è un compito più urgente del suo rafforzamento.

La Via Campesina invita all’azione per COP21 a Parigi (leggi)