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Turchia – La guerra di Erdogan e la resistenza curda

Di Uraz Aydin, da npa.org

Crisi politica, operazioni militari, resistenza armata ; due mila e mezzo sotto custodia cautelare, più un centinaio di morti dalle due parti e quasi 50 civili uccisi. Possiamo riassumere in questo modo l’atmosterca di quest’estate 2015 che era iniziata, pur nonostante, con l’immensa speranza popolare dovuta ai risultati elettorali delle legislative del 7 luglio. Il 13%  ottenuto dall’Hdp (Partito Democratico dei Popoli – affiliato al movimento curdo) aveva obbligato l’Akp a formare un governo di coalizione, in grado di spezzare il suo dominion nelle sfere dell’apparato statale e di impedire l’instaurazione del regime autocratico tanto desiderato da Erdogan.

Erdogan aveva già dallo scorso marzo dato segnali della sua svolta verso un nazionalismo duro e puro con l’obiettivo di colmare la probabile perdita di voti nella regione curda cercando di guadagnare voti provenienti dall’estrema destra. “La questione curda non esiste”; così aveva dichiarato nella migliore tradizione del nazionalismo turco, proibendo al contempo ogni visita ad Ocalan e sospendendo così nei fatti lo svolgimento dei negoziati in corso dal 2013.

Scontento per i risultati delle legislative, l’Akp, con l’auspicio di Erdogan, non ha fatto di meglio che dichiararsi a favore delle elezioni anticipate fingendo di essere alla ricerca di un alleato in vista di un governo di coalizione. L’indebolimento dell’Hdp era, tuttavia, per l’Akp la conditio sine qua non per uscire vincitori alle prossime elezioni. E’ così che in modo sospetto, l’attentato di Suruc (ancora oggi non rivendicato dall’Isis a cui è stato attribuito) e le rappresaglie immediate del Pkk che hanno causato la morte di due poliziotti (che quest’ultimo ha in un primo tempo rivendicato, ed in seguito non riconosciuto dichiarando che era stato condotto da “unità locali”) sono stati il pretesto per intraprendere nuovamente la guerre contro i curdi e criminalizzare al contempo l’Hdp come braccio legale dell’ “organizzazione terrorista”.

I  bombardamenti aerei contro i campi del Pkk, le operazioni militari nelle città del Kurdistan turco e gli arresti di massa hanno provocato una reazione violenta armata da parte delle milizie urbane curde composte principalmente dalla gioventù indignata dalla strumentalizzazione delle negoziazioni che fino ad ora non hanno apportato a nulla e dall’isolamento del loro leader nazionale in prigione nell’isola d’Imrali. Di fronte agli appelli incessanti dell’Hdp a favore di un cessate il fuoco, Duran Kalkan, membro del comitato esecutivo del Pkk ha replicato seccamente: “ Che hanno ottenuto loro, per farci un appello. Se si fossero occupato dei loro affari, delle vicende parlamentari e raggiunto una soluzione ci sarebbe stata la condizione per una politica democratica e non per la guerra”. La radicalizzazione, tuttavia, si sta estendendo a tutta la popolazione del Kurdistan. I municipi diretti dal Dbp (Partito delle Regioni Democratiche – partito fratello dello Hdp nel Kurdistan) stanno dichiarando uno alla volta la loro autonomia (“autogestione”). Ironia della sorte: il governo in carica fino alle elezioni anticipate del 1° novembre è stato obligato ad integrare nel proprio gabinetto ministeriale due deputati dello Hdp!

Tuttavia, i popoli della Turchia, di ogni tendenza, non hanno più dubbi e sono coscienti che siamo di fronte alla  guerra di Erdogan per il mantenimento del proprio potere. I funerali dei soldati, che in genere sono state usati come manifestazioni nazionaliste, si stanno trasformando oggi in luogo di contestazione dell’Akp. I rappresentati del partito vengono fischiati e sono spesso costretti ad abbandonarli. “Perché coloro che parlavano di risoluzione [della questione kurda]  dicono oggi ‘guerra fino in fondo’ . Non devono far altro che loro stessi la guerra”, esclama un luogotenente-colonnello durante i funerali del suo fratello. Secondo i sondaggi i voti dell’Akp stanno calando, mentre quelli dello Hpd sono in leggiera crescita. Non si può prevedere fino a dove sia capace di arrivare Erdogan per salvare il suo sultanato, ma sappiamo che l’unica strada in grado di fermarlo passa attraverso la costruzione di un potente movimento per la pace e la democrazia.

Uraz Aydin, il 29.08.2015