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Di fronte all’urgenza ecologica, progetto di società, programma, strategia

Quella che segue è la trascrizione della relazione (abbreviata e rivista dall’autore anche in base agli interventi nel dibattito) svolta da Daniel Tanuro durante il 32° Incontro internazionale dei giovani della Quarta Internazionale tenutosi in Belgio a fine luglio.

di Daniel Tanuro, da Europe solidaire sans frontières, traduzione di Titti Pierini

Urgenza ecologicaNell’aprile 2014, due distinte squadre di glaciologi americani specialisti di Antartico, con metodi differenti basati sull’osservazione, sono giunti alla medesima conclusione: a causa del riscaldamento globale, una parte della calotta glaciale ha iniziato a spostarsi, e lo spostamento è irreversibile.

Per quanto gli scienziati siano restii ad affermare che le loro proiezioni siano sicure al 100%, questi due sono stati categorici: «Si è superato il punto di non ritorno», hanno dichiarato nel corso di una conferenza stampa in comune. A loro avviso, niente può più impedire l’innalzamento del livello degli oceani di 1,2 metri nei prossimi 3-400 anni. Ritengono assai probabile che il fenomeno comporterà la destabilizzazione accelerata della zona adiacente, il che potrebbe tra l’altro provocare l’ulteriore innalzamento del livello degli oceani di oltre 3 metri (vedi nytimes.com).

La catastrofe silenziosa è in marcia

Le conseguenze sociali degli innalzamenti di questa portata dei livelli degli oceani non possono sfuggire a nessuno. Basti ricordare che 10 milioni di egiziani vivono al disotto di un metro d’altezza [sul livello del mare], 15 milioni di bengalesi, una trentina di milioni di cinesi, circa 20 milioni di vietnamiti… . Senza contare tutte le grandi città situate nelle zone costiere: Londra, New York, San Francisco…

Si possono sicuramente costruire dighe di un metro d’altezza – purché se ne abbiano i mezzi finanziari e tecnologici. Ma non se ne possono costruire di dieci metri d’altezza. E, pur potendolo, poca gente sarebbe disposta a viverci dietro.

Ora per rendersi pienamente conto della minaccia, occorre sapere che lo spostamento della calotta antartica è solamente una delle quattro cause dell’innalzamento del livello degli oceani: Le altre tre sono: la dilatazione termica delle masse d’acqua, lo scioglimento dei ghiacciai montani e lo spostamento della calotta della Groenlandia. Se la quantità di ghiaccio accumulata sulle terre sommerse dovesse sciogliersi completamente, ne seguirebbe l’innalzamento del livello dei mari di oltre 90 metri.

Uno degli autori responsabili del capitolo “sea level rise [innalzamento del livello del mare]” del IV Rapporto del GIEC [Gruppo di esperti intergovernativi sullo sviluppo del clima], Anders Levermann, ha provato a globalizzare le proiezioni di innalzamento che i modelli imputano a queste quattro cause. La sua conclusione è inquietante: ad ogni grado Celsius di innalzamento della temperatura media di superficie rispetto alla fine del XVIII secolo corrisponderebbe un innalzamento del livello degli oceani di 1,3 metri, all’equilibrio (vedi realclimate.org).

Il differenziale di temperatura rispetto al periodo di riferimento è attualmente di +0,8°C. Se ha ragione Levermann, è inevitabile fin d’ora l’innalzamento di 1,84 metri.

Fatih Birol, capo economista all’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), non è né un bolscevico né un ecosocialista. Ha ammesso di recente che l’attuale tendenza in materia di emissioni di gas a effetto serra è perfettamente coerente con un riscaldamento di 6°C di qui a fine secolo, che può anche arrivare fino a 11°C (vedi washingtonpost.com).

Nell’ipotesi che siano esatte le conclusioni di Levermann, staremmo dunque creando le condizioni dell’innalzamento del livello dei mari di 13,8 metri, o di più, all’equilibrio. È una delle ragioni per cui è impossibile qualsiasi adattamento a un riscaldamento di questa portata in un mondo di 9 miliardi di abitanti (vedi Corinne Le Quere, Tyndall Centre for Climate Change Research, University of East Anglia, “The scientific case for radical emissions reductions”).

In queste proiezioni, l’espressione «all’equilibrio» vuol dire: nel momento in cui sarà raggiunto un nuovo punto di equilibrio tra la temperatura media di superficie e la quantità di ghiaccio presente nel globo. In concreto, questo ritorno all’equilibrio energetico del sistema Terra richiederebbe da mille a duemila anni circa.

Mille-duemila anni sono lunghi. Ma il punto rilevante è che il processo, una volta innescato, non si può arrestare: a una concentrazione atmosferica X di gas a effetto serra corrisponderà inevitabilmente un aumento Y della temperatura, la quale comporterà inevitabilmente una dilatazione Z delle masse d’acqua e lo scioglimento di una quantità Z’ di ghiaccio che, trasformato in acqua, ingrosserà i mari.

L’unico modo per fermare questa concatenazione di cause ed effetti sarebbe quello di mettere il pianeta in congelatore. Una sorta di congelatore naturale esiste: sono le glaciazioni. Evidentemente, però, queste non scattano a comando. Gli astrofisici pensano che la prossima interverrà nel giro di 30.000 anni, al più presto.

Finora, mi sono limitato a richiamare l’impatto del riscaldamento sull’innalzamento del livello degli oceani, che fornisce un’immagine impressionante del tremendo pericolo – irreversibile alla scala umana dei tempi – che si va silenziosamente accumulando sulle nostre teste. Ma è solo, come sapete, una delle conseguenze dei mutamenti climatici. Ne cito solo rapidamente alcune altre, già percettibili, che a breve scadenza sono più minacciose dell’innalzamento delle acque:

  • Il calo della produttività agricola Si stima che, fino a 3°C di riscaldamento rispetto al XVIII secolo, la produttività globale aumenterebbe. Tuttavia, già da ora, essa scende in certe regioni tropicali, in particolare nell’Africa subsahariana;
  • Gli eventi metereologici estremiSe questo campo giovani fosse cominciato due settimane prima sareste piombati qui [in Belgio] in piena canicola, con temperature superiori a 35°C per più di una settimana, cosa che una volta era del tutto eccezionale in queste zone, ma tende invece a verificarsi sempre più di frequente:
  • Le ripercussioni sulla salute – Se riprende il bel tempo e vi addormentate nel sottobosco, fate attenzione alle zecche. Questi acari portatori del morbo di Lyme [borreliosi] sono molto più numerosi di prima, poiché gli inverni son sempre più miti. Nelle zone subtropicali, l’estensione della zona propizia allo sviluppo della malaria rappresenta ormai un serio problema sanitario.

Un accelerato degrado di tutti i parametri ecologici

Allo stesso tempo, il cambiamento climatico non è che una manifestazione, tra le altre, dell’accelerato degrado dell’ambiente circostante. Si parla al riguardo di «crisi ecologica». Spiegherò più avanti perché questa espressione, secondo me, è inappropriata. Limitiamoci per il momento a mettere agli atti che la “crisi ecologica” comporta numerosi risvolti, i principali dei quali sono i seguenti:

  • L’acidificazione degli oceani Questa costituisce una grave minaccia per numerosi organismi marini, il cui scheletro esterno in carbonato di calcio non resisterebbe a un’eccessiva acidità;
  • Il declino della biodiversità Oggi conosciamo quella che i biologhi chiamano «la sesta ondata di estinzione» del vivente, ed essa è più rapida della precedente, corrispondente alla scomparsa dei dinosauri sessanta milioni di anni fa;
  • La perturbazione dei cicli dell’azoto e del fosforo Essa potrebbe provocare un fenomeno poco conosciuto di morte improvvisa degli oceani, che già sembra essersi verificato naturalmente nella storia della Terra;
  • La distruzione dello strato di ozono stratosferico, che ci protegge dai raggi ultravioletti – è l’unico importante fascicolo ambientale rispetto al quale si siano segnati dei punti positivi (vi ritornerò più avanti);
  • Il degrado e il sovrasfruttamento delle riserve acquifere Attualmente, il 25% dei corsi d’acqua non arrivano più al mare, a causa dei rilevantissimi prelievi, specie nell’agricoltura irrigua.
  • L’avvelenamento chimico della biosfera In un secolo, l’industria chimica ha creato centomila molecole inesistenti in natura, un certo numero delle quali – soprattutto composti tossici – non riescono ad essere decomposti da agenti naturali;
  • La distruzione dei suoli e la perdita di terre arabili.

Sono tutti fenomeni interconnessi e il cambiamento climatico occupa una posizione centrale. L’acidificazione degli oceani, ad esempio, deriva dalle concentrazioni atmosferiche crescenti di diossido di carbonio, che al tempo stesso è il principale gas a effetto serra. Il declino della biodiversità è anche dovuto in parte al riscaldamento. È così rapido che certe specie non riescono a salvarsi con la migrazione.

Soprattutto, tutti questi fenomeni hanno in comune il fatto che la loro rappresentazione grafica consente di osservare curve analoghe, di tipo eccezionale – in tutti i casi, con una netta accelerazione a partire “dai Trenta gloriosi” [il trentennio dello sviluppo industriale postbellico]:

  • la curva delle concentrazioni atmosferiche di gas a effetto serra in funzione del tempo è esponenziale;
  • la curva del numero di specie che spariscono in funzione del tempo è esponenziale
  • l’aumento dell’acidità degli oceani in funzione del tempo è esponenziale;
  • la quantità di suoli distrutti è esponenziale;
  • la quantità di fosfati e nitrati sversati nei mari, idem.

Il comune profilo di tutte queste curve indica con ogni evidenza un’origine comune. Si impone la domanda: quale è questa origine?

Sì alla transizione demografica, no ai diversivi

A questa domanda, un andazzo reazionario e misantropo, molto presente nei mezzi di comunicazione di massa, risponde puntando il dito sulla natura umana o sulla popolazione, o su entrambe. La Terra sarebbe “malata di umanità”, come dice James Lovelock a conclusione del suo saggio su Gaia. “Patriarcato oblige”, le donne in particolare si trovano nel mirino di questi signori.

Dobbiamo essere molto fermi su questa questione. Va da sé che il numero di esseri umani sulla Terra è un fattore dell’equazione ambientale. Sarebbe sciocco negarlo. Siamo peraltro favorevoli alla stabilizzazione della popolazione – la cosiddetta “transizione demografica”. Ma mettiamo in guardia dalle soluzioni autoritarie e barbare che l’ossessione demografica semina in certi cervelli – ad esempio, la proposta di istituire “diritti di procreare” scambiabili, sul modello dei “diritti di inquinare”.

La transizione demografica dipende fondamentalmente da due elementi: il diritto delle donne al controllo della propria fecondità (incluso con il diritto all’aborto gratuito e in buone condizioni sanitarie), a un’assistenza sociale degna di questo nome (soprattutto un sistema pensionistico che permetta agli anziani di vivere adeguatamente senza il sostegno di numerosi figli).

Se si escludono le soluzioni barbariche – ed è evidente che vanno escluse! – la transizione demografica è un processo lento, che non riesce a rispondere all’urgenza ambientale. Per questo occorre essere vigili: il più delle volte, coloro che cercano una soluzione alla crisi ecologica sul versante della popolazione vogliono creare un diversivo rispetto alle cause reali.

Ora, non è perché siamo troppo numerosi che il 50% del cibo prodotto a livello mondiale non finisce mai né nei nostri piatti né nei nostri frigoriferi.

Non è perché siamo troppo numerosi che la parte che finisce nei nostri piatti o nei nostri frigoriferi vi arriva dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri, il più delle volte inutili.

Non è perché siamo troppo numerosi che questa parte comporta sempre più carne, soprattutto di bue, mentre un’alimentazione con eccesso di carne danneggia la salute.

Non è perché siamo troppo numerosi che le grandi società spendono patrimoni in pubblicità per indurre artificialmente in noi bisogni di consumo alienati, miserabile compensazione per la povertà dei rapporti umani in questa società.

Non è perché siamo troppo numerosi che le aziende rivaleggiano in ingegnosità perché le merci che ci vendono si usurino in fretta e non si possano riparare.

Non è perché siamo troppo numerosi che gli Stati investono fortune e sperperano masse di risorse in armamenti e in materiali di sorveglianza e sicurezza.

Non è perché siamo troppo numerosi che, per finire, i decisori economici e politici, pur se perfettamente consci dei pericoli, si rifiutano da un mezzo secolo di organizzare seriamente la transizione verso un sistema energetico esclusivamente basato sulle rinnovabili, che sono largamente sufficienti a soddisfare i bisogni energetici dell’umanità.

Un duplice vicolo cieco del capitalismo

In realtà – lo avete capito – la causa di questa serie di fenomeni non è né la popolazione né la natura umana, ma il capitalismo e la “natura” di questo modo di produzione contro-natura. In realtà, le curve esponenziali del degrado ambientale altro non sono se non l’espressione della legge di fondo del capitalismo: «Sempre di più».

Un capitalismo inconsapevole è una contraddizione in termini. La spiegazione è semplice: in questo sistema basato sulla concorrenza per il profitto, ogni privato proprietario dei mezzi di produzione è costretto a cercare in permanenza di ridurre i suoi costi, in particolare sostituendo lavoratori con macchine che aumentano la produttività del sistema. Si tratta di un obbligo assolutamente tassativo: chi volesse sottrarvisi sarebbe immediatamente condannato alla morte economica.

Il capitalismo è dunque per essenza produttivista. Produce sempre più merci, il che comporta il fatto di appropriarsi delle risorse naturali e di saccheggiarne sempre di più, di sfruttare sempre più la forza lavoro (sia direttamente nella produzione, sia indirettamente nei servizi e nella riproduzione della forza lavoro), distruggendo sempre più saperi e logiche alternative alla sua propria “logica” bulimica.

In questa insensata logica capitalistica, la stessa “crisi ecologica” è vista soltanto come «una formidabile occasione per nuovi mercati». È così che la stampa economica esagera i meriti delle potenzialità del mercato delle rinnovabili, del mercato dei diritti di inquinamento, del mercato dell’agricoltura (pseudo)bio, ecc. Sparisce la globalità del problema, sparisce anche la soluzione globale, fagocitata dagli appetiti di profitto dei capitalisti privati.

È evidente che le pseudosoluzioni di questo «capitalismo verde» attraverso i meccanismi di mercato e il produttivismo che ne sono la causa. non risolveranno nulla. Non spreco tempo a spiegarlo qui. Come diceva Albert Einstein, non si risolve il problema con gli strumenti che lo hanno causato. Non si risolverà la crisi ecologica con i meccanismi di mercato e il produttivismo che sono all’origine della crisi ecologica.

Su questo, fate bene attenzione: come ho accennato, il solo aspetto della crisi ecologica in cui la dinamica esponenziale della distruzione è stata cancellata è la scomparsa dello strato di ozono. Le emissioni di gas responsabili del fenomeno sono in effetti diminuite moltissimo dopo il Protocollo di Montréal (1987). È, appunto, l’unico ambito in cui i governi (per una serie di ragioni che qui non approfondirò) sono ricorsi a misure di regolamentazione anziché a meccanismi di mercato (vedi esrl.noaa.gov).

La conclusione balza agli occhi: non è la natura ad essere in crisi, lo è la società capitalista. Siamo pervenuti a uno stadio in cui l’assurdità di questo modo di produzione perturba molto gravemente i rapporti tra l’umanità e la natura di cui questa fa parte, al punto di far gravare minacce mortali su buona parte del genere umano. È per questo che non mi piace l’espressione “crisi ecologica”.

Del resto, il termine “crisi” è scorretto. Una crisi è un momento di passaggio tra due stati di un sistema. Secondo me, non si può parlare di “crisi” per descrivere il complesso dei fenomeni esponenziali di degrado ambientale che ho richiamato e che si vanno amplificando da due secoli.

Non abbiamo a che fare con una “crisi”, ma con un duplice vicolo cieco del capitalismo, sul piano ambientale e su quello sociale al contempo (per farla breve: la caduta tendenziale del saggio di profitto e il modo in cui il capitale cerca di arginarla).

È sorprendente come, su entrambi i piani (ambientale e sociale) il sistema inciampi contro limiti che lui stesso non è in grado di individuare. Questo avvalora completamente l’analisi di Marx, che sosteneva che «il solo limite del Capitale è il Capitale stesso», concludendo che questo Moloch, se non lo si elimina in tempo, esaurirà «le due sole fonti di ogni ricchezza: la Terra e il lavoratore».

Lotta ecologica, lotta di classe

Quest’approccio consente di inquadrare la lotta che dobbiamo portare avanti. Non si tratta di una “lotta ecologica” – nel senso di una specie di lotta di lusso per chi non ha troppi problemi sociali. È una lotta sociale per salvare le condizioni di esistenza su questo pianeta, in particolare per il mondo del lavoro, le donne, i giovani, i contadini, i popoli indigeni – in breve, gli/le sfruttati/e e gli/le oppressi/e, che il capitalismo minaccia di sacrificare in massa.

La lotta che dobbiamo fare per l’ambiente è una lotta di classe, una lotta anticapitalista che ingloba per così dire tutte le altre lotte e che ha la potenzialità di unificarle tutte. Una lotta il cui esito deciderà della scelta tra un’umanità degna di questo nome – che si prenda amorevolmente cura di se stessa e della natura di cui fa parte – o un caos barbarico di distruzioni sociali e ambientali

È una lotta al tempo stesso poetica – è carica di emozioni e passioni, perché si tratta di salvare l’incanto di questo mondo che fa di noi degli esseri umani a parte intera – ed eminentemente razionale. Ma non facciamoci alcuna illusione: non la si vincerà né con la poesia né con la ragione, quali che siano le bellezze della prima e il rigore della seconda.

Vista l’attualità delle ultime settimane, illustrerei questa mia affermazione con una parabola greca: che cosa avevano di comune Yanis Varoufakis e le principali associazioni ambientali? L’illusione di credere che drammi umani e argomenti ragionevoli, appoggiati da premi Nobel, potessero convincere l’avversario che la sua è una politica assurda, persino dal punto di vista degli stessi interessi capitalistici.

Questa convinzione è infatti illusoria. Non si tratta innanzitutto della stupidità o della disinformazione dei “decisori”, ma di interessi materiali. Per salvare il clima, 1) le compagnie del petrolio, del gas e del carbone dovrebbero rinunciare a sfruttare i quattro quinti delle riserve di combustibili fossili di cui sono proprietarie e che determinano le loro quotazioni in Borsa, e 2) la maggior parte del sistema energetico mondiale – che equivale all’incirca a un quinto del PIL globale – andrebbe liquidato come rottame prima di essere ammortizzato. In entrambi i casi, questa distruzione di capitale comporterebbe un’enorme crisi finanziaria.

Si può quindi fare un’altra comparazione alla greca: che cosa c’è di comune tra Schäuble, Lagarde e gli scettici sul clima? La ferrea determinazione di proteggere il loro sistema, quello della classe capitalistica in cui rientrano e che ha costruito l’essenziale della propria potenza da secoli sullo sfruttamento delle energie fossili.

Questo sistema, gli Schäuble e le Lagarde di tutti i paesi sono pronti a mantenerlo in piedi al prezzo di immani distruzioni, del sacrificio di centinaia di milioni di esseri umani, ed anche precipitando il mondo in un caos ingestibile se non con strumenti che non avranno più nulla a che vedere, né da vicino né da lontano, con la cosiddetta “civiltà”.

Quando il male sarà fatto, gli Schäuble e le Lagarde verseranno lacrime di coccodrillo sulle vittime, parlando di “catastrofe naturale”. Gente simile infatti, lo vedete, crede che le leggi del mercato siano leggi naturali, non meno intangibili – se non di più – di quelle della fisica.

L’economista borghese Schumpeter diceva che il capitalismo esce dalla sue crisi periodiche tramite la «distruzione creativa». Quello che Ernest Mandel chiamava il «capitalismo della terza età» non può uscire dal suo doppio vicolo cieco sociale ed economico se non tramite la «distruzione distruttiva».

È dunque di una lotta che si tratta, non di un dibattito accademico, e l’esempio della Grecia dimostra in piccolo fino a che punto essa sarà spietata.

Spiegare, bloccare, «socializzare»

«Che fare?», come diceva qualcuno… [Lenin]. Che cosa fare per ridurre al minimo la catastrofe climatica?

La prima cosa da fare è spiegare instancabilmente ed ovunque la gravità della situazione e la sua causa, in particolare nelle organizzazioni popolari, nel movimento sindacale, nelle organizzazioni di donne e nei movimenti giovanili. È indispensabile un enorme lavoro di educazione permanente, al quale dobbiamo partecipare. Parlare è già agire, è seminare il germe dell’indispensabile grande collera.

La seconda cosa da fare è battersi ovunque contro i grandi progetti d’investimento al servizio dell’industria fossile: i nuovi aeroporti, i nuovi oleodotti e gasdotti, le nuove autostrade, le nuove trivellazioni, la nuova follia del gas di scisti, le nuove ubbie dei geo-ingegneri che sognano di dotare la Terra di un termostato… di cui avrebbero loro il controllo.

Naomi Klein ha completamente ragione di fare appello a rafforzare ovunque questa contestazione che chiama «Blokadia». Ha ragione, perché questo blocco ha infatti un’importanza strategica: l’attuale livello di sviluppo delle infrastrutture non consente al capitale di continuare a bruciare le masse di combustibili fossili che ci mettono sulla via del riscaldamento di 6°C di qui al 2100 Le mobilitazioni del tipo di quelle di Notre-Dame des Landes, o dell’oleodotto Keystone XL, o del parco Yasuní sono altrettanti catenacci che sbarrano la strada. Difendiamoli e coordiniamoci per difenderli.

La terza cosa da fare è sostenere le iniziative alternative collettive, sociali e democratiche che fanno avanzare il concetto di “comune”, dei beni comuni e della gestione comune della Terra “come buoni padri e buone madri di famiglia”. Non guardiamo con sufficienza i gruppi di acquisto di prodotti locali dell’agricoltura organica ed altre iniziative tendenti alla sovranità alimentare, ad esempio. Non crediamo ovviamente che così si possa rovesciare il capitalismo, per contagio. Questo non toglie che iniziative del genere possano fungere da leve di presa di coscienza, in particolare quando organizzano il dialogo e cancellano quindi la separatezza – generalizzata dal capitale – tra produttori e consumatori, o quando coinvolgono il movimento sindacale.

Va da sé, tuttavia, che l’educazione permanente, i blocchi e le iniziative di conquista dell’elemento “comune” non bastano. La lotta richiede un progetto di società alternativo, un programma e una strategia. Passerò rapidamente in rassegna questi tre aspetti.

Progetto di società: l’aggiornamento ecosocialista

Diciamo gatto al gatto: il progetto di società alternativo non può che essere di tipo socialista. Si tratta di eliminare la produzione di valori di scambio in funzione del profitto della minoranza capitalista e di sostituirlo con la produzione di valori d’uso in funzione della soddisfazione dei bisogni umani reali, democraticamente stabiliti. Non vi è altra possibile scelta, altra possibile alternativa a questo modo di produzione. Ora, questa prospettiva corrisponde fondamentalmente alla definizione del socialismo.

Il movimento autonomo delle donne interpella le nostre organizzazioni per farci capire bene la portata del fatto che il socialismo non implica solo la soppressione dello sfruttamento del lavoro salariato ma anche la lotta contro l’oppressione delle donne. Il lavoro domestico gratuito al servizio del mantenimento e della riproduzione della forza lavoro costituisce un pilastro del sistema, accuratamente nascosto dal patriarcato, che opprime anche gay e lesbiche. Il nostro movimento cerca di ricavarne tutte le conclusioni sul tipo di socialismo che vogliamo noi.

Allo stesso modo, dobbiamo esplorare le implicazioni della gravità della crisi ecologica per il nostro progetto socialista. Anche qui, un aggiornamento [in italiano nell’originale] è indispensabile. Citerò brevemente tre punti:

  • La tecnologia Lenin diceva che «il socialismo sono i soviet più l’elettricità». Oggi è chiaro che si tratta di una definizione insufficiente. Come si produrrebbe l’elettricità? Con il carbone, il petrolio, il gas naturale, l’energia nucleare? Un socialismo degno di questo nome esige un’elettricità prodotta esclusivamente da fonti energetiche rinnovabili e utilizzate con il massimo di efficienza. In altri termini, la “crisi ecologica” ci porta a concludere che le tecnologie non sono neutre;
  • I limiti Engels esaltava lo «sviluppo illimitato delle forze produttive». Che diventerebbe possibile, secondo lui, una volta che l’umanità si fosse sbarazzata degli «intralci capitalistici». Si può discutere sull’esatta interpretazione della frase, dell’importanza data da Engels alle forze produttive immateriali quali la conoscenza, ecc. Una cosa, però, è chiara: il progetto socialista è ingombro di quelle che Daniel Bensaid chiamava «scorie produttivistiche». Eliminiamole. Noi ci battiamo per un socialismo che rispetti i limiti delle risorse, i ritmi e i modo di funzionamento degli ecosistemi nonché dei grandi cicli naturali. Un socialismo che applichi il principio di precauzione e rinunci al “predominio sulla natura”.
  • Il decentramento A proposito della Comune di Parigi, Marx aveva detto che era stata «la forma politica finalmente trovata dell’emancipazione del lavoro». Sulla base di quell’esperienza rivoluzionaria, egli abbandona concezioni più accentratrici, pronunciandosi per una federazione di comuni come alternativa allo Stato e prende a studiare le forme comunali delle società precapitalistiche. Una reale democrazia dei produttori associati non è infatti concepibile senza la distruzione dello Stato e la sua sostituzione con una federazione di strutture di autorganizzazione decentrate, coordinate tra loro. L’indispensabile transizione energetica ci incoraggia ad optare in modo molto più ardito per questa concezione, perché le rinnovabili implicano un decentramento spinto, che facilita la gestione da parte delle comunità, o sotto il loro controllo. Possiamo quindi completare la formula di Marx: «La Comune è la forma politica finalmente trovata dell’emancipazione del lavoro e della sostenibilità ecologica» (nel vero senso della parola).

Questi tre punti sono sufficienti, credo, a dimostrare come l’ecosocialismo non sia una nuova etichetta su una vecchia bottiglia; è un progetto emancipatore che comprende in se le nuove sfide di fonte a cui si trova l’umanità a causa della distruzione capitalistica dell’ambiente e della disastrosa esperienza del “socialismo reale”.

Programma: una radicalità inaggirabile

Per quanto riguarda il programma, direi che sbaglino quanti/e pensino che la questione ecologica rischi di dirottarci dalle risposte anticapitaliste da contrapporre all’austerità. È vero il contrario: in realtà, l’urgenza e la gravità della crisi ecologica forniscono una forte legittimazione a un programma estremamente radicale, rivoluzionario, la cui chiave di volta sta nella duplice espropriazione/socializzazione dell’energia e del settore finanziario, senza indennizzo né riacquisto e sotto controllo operaio.

Entrambi i settori sono intrecciati molto a fondo, soprattutto perché i giganteschi investimenti del settore fossile (prospezioni, trivellazioni, miniere, raffinerie, centrali elettriche, linee dell’alta tensione, ecc.) sono investimenti a lungo termine, finanziati dal credito. Visto quel che si è detto sopra sulla liquidazione del sistema energetico prima del suo ammortamento, nonché sulle riserve fossili da lasciare sottoterra, la nazionalizzazione è la condizione sine qua non perché la collettività abbia a disposizione leve e strumenti che consentano di organizzare la transizione energetica indipendentemente dagli imperativi del profitto, in un quadro decentrato.

Sotto questa chiave di volta, è possibile organizzare numerose rivendicazioni più immediate, su cui qui non mi soffermo. Direi soltanto che due questioni mi sembrano di grande rilevanza, in una duplice prospettiva di risposta all’austerità e di diffusione dell’idea di “comune”.

La prima è quella della gratuità – ad esempio, la gratuità dei servizi di base corrispondenti ai bisogni socialmente necessari in materia di accesso all’acqua, alla luce, al trasporto e al riscaldamento (combinata con un sistema di tariffe rapidamente progressivo al di là di tali bisogni).

La seconda è quella dell’arretramento della sfera del mercato a vantaggio di un settore pubblico democratico, con meccanismi di controllo e di partecipazione della popolazione: società pubbliche di isolamento-rinnovo degli alloggi, società pubbliche di trasporti in comune, ecc.)

Strategia: convergenza delle lotte contadine, indigene, operaie e femministe

Terminerò con la strategia. È chiaro che l’umanità non riuscirà ad uscire dal vicolo cieco in cui la ha trascinata il capitalismo se non con mezzi rivoluzionari. È altrettanto chiaro che la lotta anticapitalista da combattere implica necessariamente il ruolo centrale della classe operaia (vale a dire di tutti/e coloro la cui esistenza dipende dallo sfruttamento diretto o indiretto della loro forza lavoro da parte del capitalismo nella produzione, nei servizi o nella riproduzione della forza lavoro).

La rivoluzione, tuttavia, non significa due eserciti ben delimitati – la classe operaia e la borghesia – che si schierano uno di fronte all’altro su un campo di battaglia. Ogni situazione rivoluzionaria è il prodotto di una crisi dell’intera società, del ribollire confuso di iniziative della classi, ma anche di settori delle classi, di strati sociali, ecc. In seno a tale ribollimento, la classe operaia deve conquistare l’egemonia dimostrando nella pratica che il suo programma fornisce risposte ai problemi di tutti/e gli/le sfruttati/e ed oppressi/e.

Questa messa a punto è particolarmente opportuna perché la “crisi ecologica” è come la minaccia della guerra atomica: interpella e mette in moto milioni di uomini e di donne di tutti gli strati della società, perché preoccupati/e del futuro del pianeta e di quello dei loro figli.

Per questo le grandi mobilitazioni ecologiche, come le grandi mobilitazioni pacifiste, hanno spesso un aspetto interclassista. Certo, i lavoratori e le lavoratrici vi sono spesso in maggioranza (perlomeno nei paesi cosiddetti “sviluppati”, in cui la classe operaia costituisce la maggioranza della popolazione), ma non vi partecipano in quanto lavoratori e lavoratrici, con la consapevolezza del loro specifico ruolo.

Secondo me, il ruolo dei rivoluzionari in questo contesto, non è quello di rimanersene ai bordi del percorso per distribuire volantini che chiamano a una risposta socialista. I volantini sono indubbiamente utili, ma il nostro compito è anche quello di costruire il movimento di massa ed orientarlo verso soluzioni anticapitalistiche.

La discussione sulla strategia è tanto più importante in quanto oggi la classe operaia si trova nella retroguardia della lotta sul clima, mentre i contadini e le popolazioni indigene sono in prima linea con obiettivi anticapitalistici – con le donne che svolgono un ruolo chiave in entrambi i casi.

Costruire il movimento di massa: dobbiamo farlo con la preoccupazione strategica di coinvolgervi il mondo del lavoro, che avrà un ruolo decisivo. Per far questo, però, dobbiamo capire le ragioni specifiche che spiegano la relativa sotto-partecipazione del movimento operaio alla lotta ecologica in generale, climatica in particolare.

La spiegazione non è complicata. Oggi, quando i piccoli contadini lottano per le proprie condizioni di esistenza contro l’agro-business, gli obiettivi immediati da loro avanzati coincidono largamente con il  programma agrario da applicare per salvare il clima. Sanno per giunta di aver bisogno di sostegni nella popolazione in generale per affrontare un avversario potentissimo che li vuole distruggere, per cui sono più disposti all’alleanza “operai-contadini” che non a un programma piccolo-borghese. Lo stesso vale, mutatis mutandis, per i popoli indigeni nella difesa del loro modo di vivere, basato ad esempio sulla simbiosi con la foresta.

Non stupisce che in queste due categorie le donne giochino un ruolo chiave. Non in virtù di un “essenza femminile” ecologica ma perché le donne assicurano l’80% della produzione alimentare mondiale, per un verso e, per altro verso, perché il ruolo di “cura” che il patriarcato ha attribuito loro nella divisione del lavoro le pone direttamente di fronte ad alcuni degli impatti più brutali del cambiamento climatico, ad esempio la rarefazione delle risorse acquifere.

Le cose si presentano diversamente per i lavoratori e le lavoratrici. Non vi è infatti coincidenza ma tensione, se non addirittura apparente contrapposizione – a prima vista – tra le rivendicazioni immediate che avanzano spontaneamente per difendere il loro sostentamento, da un lato, e il programma che si dovrebbe applicare in materia ecologica, dall’altro lato.

Naturalmente, la contrapposizione è solo apparente, ma non per questo non è un ostacolo, soprattutto nelle lotte condotte fabbrica per fabbrica. Spesso lavoratori di industrie inquinanti si dicono d’altronde lacerati tra la coscienza della natura ecologicamente nociva della loro attività e la necessità che hanno di conservare il proprio posto di lavoro.

Questa lacerazione non può che essere superata da risposte anticapitaliste, le sole che consentano di rispondere sia alle esigenze sociali sia alle costrizioni ecologiche. È questo il modo strategico generale di procedere dell’ecosocialismo.

Non stilerò l’elenco di questi obiettivi – sono in larga misura da inventare nel corso delle lotte concrete, a partire soprattutto da quelle per la salute sui luoghi di lavoro – ma uno mi sembra cruciale: la riduzione radicale dell’orario di lavoro senza perdita di salario, con occupazione compensativa e forte diminuzione dei ritmi di lavoro, sotto controllo operaio.

Si tratta di un obiettivo decisivo, in quanto la drastica riduzione dell’orario di lavoro con diminuzione dei ritmi costituisce il miglior modo di battersi contro la disoccupazione e, al tempo stesso, contro il produttivismo. Per capire l’importanza strategica di questo obiettivo dal punto di vista ecologico si deve sapere in particolare che ridurre la produzione materiale e i trasporti è una condizione sine qua non per la transizione energetica verso le rinnovabili nel rispetto degli equilibri climatici.

Numerosi sono gli elementi che si oppongono al diffondersi di queste rivendicazioni ecosocialiste nel movimento operaio. Uno di questi è ovviamente l’esistenza di una burocrazia sindacale che pratica la collaborazione di classe e spera, per questa via (un’altra illusione!) di accompagnare una “giusta transizione” verso un capitalismo sociale ed ecologico.

Impegnarsi in prima persona nella costruzione di un movimento di massa in difesa dell’ambiente in generale, del clima in particolare, significa mettersi in condizione di riuscire a porre sotto accusa la logica capitalistica a partire da questo movimento, nell’azione pratica, su scala di massa. Questo non può che spingere i lavoratori e le lavoratrici ad unirsi alla lotta con le proprie armi , svolgendovi un ruolo decisivo che sarà il loro, in definitiva.

La strategia rivoluzionaria non è l’operaismo o l’economicismo denunciati da Lenin. Non si tratta di rincorrere i Verdi, Si tratta di rispondere globalmente al vicolo cieco globale del capitalismo, su tutti i terreni e in tutti gli ambiti. Si tratta di riannodare con le migliori tradizioni rivoluzionarie del movimento operaio, così come si esprimono in quel bel canto degli operai viennesi, un canto ecosocialista ante litteram: «Siamo noi i costruttori del nuovo mondo/ Siamo noi i campi, il seminatore, il grano/ Siamo noi  che mieteremo le prossime messi/ Siamo noi il futuro e siamo noi la vita».