Per un Ecosocialismo rivoluzionario

di Marco Ciccarella, del Collettivo ecosocialista di Sinistra Anticapitalista Roma

EcosocialismoIntroduzione

Intento di questo breve articolo è delineare prospettive ecosocialiste, da uno sguardo irriducibilmente anticapitalista e marxista. Questo vorrebbe essere l’inizio di un percorso di definizione teorico, politico e pratico su cosa si possa intendere per Ecosocialismo. Tutto questo non per intenti autoreferenziali, bensì per determinare ipotesi politiche che non vedano nell’Ecosocialismo derive ambientaliste, decresciste, ecumeniche, riformiste o, nella peggiore delle ipotesi, contaminazioni con un Capitalismo verde emendabile e virtuoso. Scorrendo, infatti, i principali testi dell’Ecosocialismo, a partire dai manifesti, si scoprirà con sorpresa, forse, che raramente il concetto di Rivoluzione si affaccia come soluzione per un rovesciamento dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro, si scoprirà che, persino nei manifesti fondativi, si omette la soluzione rivoluzionaria, per affidarsi a più equivoche soluzioni, a dubbie conversioni, a salti inspiegabili, o, in ogni caso, a esiti che non facciano esplicitamente del conflitto di classe la dimensione propria delle dinamiche sociali, politiche ed economiche contro il Capitale.

Non è mai neutrale circoscrivere il campo di esistenza di un modello politico, vuol dire comprenderne e, quindi, determinarne la natura, gli obiettivi, la linea teorica che ne sostenga la prassi rivoluzionaria. I limiti circoscrivono lo spazio politico all’interno del quale ci si vuol muovere, le definizioni di questo spazio sono la natura stessa del modello che si vuole costituire. Ecco perché procederò ad analizzare e proporre i vari passaggi che potrebbero, e dovrebbero, segnare un Ecosocialismo rivoluzionario, marxista e internazionalista.

Ecosocialismo, marxismo e rivoluzione

Come potremmo immaginare un movimento ecosocialista? Rivoluzionario, marxista, ecologista e internazionalista. Sembrerebbe ovvia questa definizione, ma non lo è, poiché spesso ci si muove tra posizioni autorevolissime dell’Ecosocialismo che dispiegano sfumature equivoche e indebolite. Mancano due parole chiave, a mio avviso, nel presentare l’Ecosocialismo da parte di Löwy, Kovel e Tanuro: «Rivoluzione» e «Stato». L’impressione è che ci sia una sorta di tabù ossessivo rispetto alla possibilità di associare l’Ecosocialismo al Comunismo continentale, neanche si fosse negli Stati Uniti di J. R. McCarthy, cosicché, volentieri e troppo spesso, i documenti, gli articoli e i libri ecosocialisti parodiano concetti quali «Stato» e «Rivoluzione» in formule più ambigue che sfumano in conclusioni ben poco convincenti. Così, in luogo dello Stato vi è «l’esercizio della libertà di decisione dell’insieme della società», come scrive Löwy, e in luogo della Rivoluzione c’è «un’azione sociale politica e collettiva», come scrive Tanuro.

Ma andiamo con ordine, analizzando gli elementi che ritengo indispensabili per un Ecosocialismo compiutamente marxista e rivoluzionario, che lasci alle sue spalle timidezze e paure di sembrare non compatibile con una cultura come quella statunitense. Ci interessa questa compatibilità? Cerchiamo forse approvazione dagli ambienti borghesi e capitalisti? Immaginerei di no, così come immaginerei, di contro, che in una organizzazione anticapitalista e marxista non ci sia il tabù ossessivo di non sembrare l’Unione Sovietica. Scrivo questo perché nei testi ecosocialisti, a partire dal primo manifesto di Kovel e Löwy, ci sono prese di distanza anche grossolane, e francamente offensive, dal socialismo novecentesco. Cito una frase per tutte, presente nel primo Manifesto ecosocialista del 2001: «Tuttavia, perché il Socialismo, perché rivivere questa parola in apparenza destinata all’immondezzaio della storia, a causa dei fallimenti delle sue interpretazioni nel XX secolo?». Ora, se si deve cominciare così un documento socialista, sinceramente, viene da chiedersi perché aderiscano al Socialismo, prendendone le distanze così vistosamente. Ovviamente, e per fortuna, la risposta che segue nello stesso Manifesto è: «Solo per una ragione: per quanto sia lontana dalla realizzazione effettiva, la nozione di Socialismo continua ad esprimere il superamento del Capitale». Insomma, dobbiamo fare attenzione, perché il rischio continuo è quello di uno smottamento verso un movimentismo post-ideologico, anziché la costruzione di un Socialismo finalmente maturo e consapevole della priorità ecologista nel suo moderno dispiegamento. Un Socialismo della contemporaneità deve fare i conti con l’esigenza della difesa dell’ambiente e avere la consapevolezza che il Capitale sta celebrando sulle rovine e sulle macerie dell’umano e della Terra le sue immense fortune!

«Vediamo l’Ecosocialismo non come la negazione, ma come la realizzazione dei socialismi del primo periodo del XX secolo, nel contesto della crisi ecologica. Come quei socialismi, il nuovo si costruisce a partire dalla percezione del capitale come lavoro oggettivato e si fonda sul libero sviluppo di tutti i lavoratori o, per dirlo in altre parole, sulla fine della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione», continua il primo Manifesto. Ripartiamo da qui, dunque, da categorie marxiane inequivoche, dall’esigenza di abbattere il Capitale, come sopraffazione di classe, come sete continua di pluslavoro e plusvalore, come modo di produzione che celebra il proprio trionfo con l’uso ed abuso della forza lavoro, con la sua negazione, ed infine con la distruzione dell’ambiente in cui quel profitto prospera e si riproduce. Capitale e ambiente non sono compatibili, sono realtà inversamente proporzionali, così come Capitale e benessere dei lavoratori. Il Capitalismo è un sistema irredimibile ed inemendabile, parassita di vite e di risorse, la distruzione è l’espressione più propria della produzione. Un punto chiaro che ci appartiene indelebile è che il Capitalismo non può essere riformato, va solo abbattuto e superato dialetticamente.

«Che cosa è dunque l’Ecosocialismo?», si chiede Löwy. «Si tratta di una corrente di pensiero e di azione che fa proprie le acquisizioni fondamentali del marxismo – liberandolo delle scorie produttivistiche. Per gli ecosocialisti, tanto la logica del mercato e del profitto quanto quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, sono incompatibili con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente naturale» (1). Le recenti analisi dell’IPCC dimostrano inconfutabilmente che il modo di produzione capitalistico porterà a un punto di non ritorno in pochissimi anni. Non c’è più tempo per un’illusione riformista e socialdemocratica, solo una radicale messa in discussione del Capitale può portare a una giustizia sociale e a una sostenibilità ambientale. «È solamente cominciando a riappropriarsi collettivamente dei mezzi di produzione», scrive Tanuro, «che gli sfruttati e gli oppressi potranno riappropriarsi anche, finalmente, del primo mezzo di produzione dal quale sono stati separati dal Capitalismo nascente – la natura e le risorse – ed è solo attraverso questo processo che potranno inventare la gestione responsabile dell’ambiente, senza che per questo ci sia bisogno di una burocrazia incontrollabile» (2). Come ci si riappropria dei mezzi di produzione? Come fare per strappare al Capitale le nostre vite e rigovernarle in una prospettiva socialista ed ecologista? È qui che latita il concetto di rivoluzione, sostituito sistematicamente da formule più rassicuranti e, per, questo, non comprensibili, come il già citato: «l’esercizio della libertà di decisione dell’insieme della società», per esempio. C’è uno spaventoso vuoto logico e politico tra la comprensione della rifiutabilità assoluta del Capitale e l’attuazione della «pianificazione democratica ed ecologica» come «controllo pubblico sui mezzi di produzione» (3). In altri termini, il Capitale non cederà di un centimetro, sarà l’offensiva popolare a poterlo piegare e a convertire il modo di produzione capitalistico in una economia socialista.

Stato e comunità

Stato o comunità plurali e decentramento. Che governo immaginare per un modello ecosocialista? «La pianificazione ecosocialista», continua Löwy, «deve essere fondata su un dibattito democratico e pluralista a ciascun livello di decisione. Organizzati sotto forma di partiti, di piattaforme, o di qualsiasi altro movimento politico, i delegati degli organismi di pianificazione sono eletti, e le diverse proposte sono presentate a tutti quelli che ne sono oggetto. In altri termini, la democrazia rappresentativa deve essere arricchita – e migliorata – dalla democrazia diretta, che permette alle persone di scegliere direttamente – a livello locale, nazionale, e in ultima istanza internazionale – tra diverse proposte» (4). Chi governa una nazione, un continente e, infine il pianeta? Scorrendo le proposte ecosocialiste rimane un grande assente: lo Stato, anche in una forma transitoria. Uno Stato inteso come espressione socialista della comunità, s’intende, non certamente uno borghese a cui siamo tristemente assuefatti. Ma perché in tutte le proposte manca la soluzione statale? Immagino perché sia più disimpegnativo parlare di comunità di produttori autonomi, di pianificazione democratica, di democrazia diretta. Ma se vogliamo costruire una reale pianificazione socialista ed ecologista, ritengo debba essere avvertita l’esigenza di uno Stato che sovrintenda organizzazione e sviluppo, pianificazione e redistribuzione. In altri termini, è vero che si dovrà tendere verso un’associazione di donne e di uomini in cui il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti, ma è altrettanto vero che l’esproprio di mezzi di produzione e proprietà borghesi, «per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante» (5), rimane un passaggio cruciale e irrinunciabile nella pianificazione anche di un modello ecosocialista. Ecco, su questo punto, credo, ci si debba esprimere in una posizione esplicita e non equivoca. Il rischio è di sembrare volutamente ambigui e di rimandare la propria linea a una moda movimentista e, soprattutto, irriproducibile. Statalismo ha ancora senso? Io credo che, se non lo si intende nelle degenerazioni autoritarie e burocratizzate, l’espressione statale rimanga, per grandi comunità, la più efficace garanzia di uguaglianza sociale. Allora sì che l’espressione di un potere rappresentativo e diretto da parte del popolo può essere la sintesi di una complessità amministrativa che non può ridursi a realtà laboratoriali, assolutamente affascinanti, certo, talvolta straordinarie, ma marginali ed eccezionali, rispetto a modelli internazionalisti. Pianificare una economia mondiale abbisogna di governi evoluti. Rimuovere disuguaglianze e ingiustizia abbisogna di una comunità vigile e consapevole che esprima il suo controllo attraverso istituzioni riconosciute, elette e dipendenti, attraverso un voto continuo, libero e indipendente.

Desideri e bisogni

Un passaggio decisivo per modellare un Ecosocialismo compiuto passa attraverso un ridimensionamento della produzione materiale, eliminando le produzioni inutili e dannose. Ovviamente, chiave di volta di questa proposta è il raggiungimento di una maturità del consumo e del suo controllo: proprietà ostentativa, accumulazione ossessiva, acquisizione compulsiva e, soprattutto, spreco di massa vanno superati. Si pensi solo che l’80% dei beni immessi sul mercato sono utilizzati una sola volta prima di finire nella spazzatura (6). Il tema, pur ricorrendo spesso nei dibattiti di teoria politica, non è di ovvia soluzione, poiché la distinzione tra bisogni naturali e indotti, in una società di massa, complessa e articolata come la nostra, è quanto mai delicata, rischiando ad ogni passo di scadere verso un ingenuo essenzialismo dei bisogni. «Come distinguere i bisogni autentici dai bisogni artificiali, falsi o simulati?», scrive Löwy, «L’industria della pubblicità, – che esercita la sua influenza sui bisogni tramite la manipolazione mentale – è penetrata in tutte le sfere della vita umana delle società capitaliste moderne. […] Il criterio per distinguere un bisogno autentico da un bisogno artificiale sarebbe la sua permanenza dopo la soppressione della pubblicità. È chiaro che le vecchie abitudini di consumo persisteranno per un certo tempo, dato che nessuno ha il diritto di dire alle persone di che cosa hanno bisogno. Il cambiamento dei modelli di consumo è un processo storico e una sfida educativa» (7). Il passaggio löwyano sui bisogni autentici e artificiali è, contemporaneamente, un nodo cruciale e una difficoltà costitutiva di qualsivoglia modello socialista, ancor più, come in questo caso, ecosocialista. Perché ci si dibatte aporeticamente tra un libero e incondizionato desiderio di ognuna e ognuno e, tuttavia, un’esigenza comunitaria di una regolazione di appetiti e consumi che esca dal vortice eterodiretto dal Capitale di un consumismo compulsivo. Comunismo o consumismo? Ci basta un criterio di distinzione basato sulla permanenza del desiderio dopo la rimozione della pubblicità, come ingenuamente sottolinea Löwy? E soprattutto, è possibile distinguere nel 2015 tra bisogni naturali e indotti? Mangiare è un bisogno naturale? Certo, ma mangiare cosa è altrettanto naturale o indotto? In altri termini, la complessità della produzione capitalistica ha raccolto desideri e costituito bisogni e riconoscimento, come mai nessun modello sociale aveva fatto prima. Una conversione dal valore di scambio al valore d’uso basterebbe a regolare una possibile soluzione ecosocialista? Forse no, perché bisogna fare i conti con un valore di scambio simbolico, come acutamente e subdolamente sottolinea Baudrillard, che raccoglie proiezioni e simboli degli oggetti e del loro consumo. Scrive, infatti, in Per una critica dell’economia politica del segno, «Perciò gli oggetti, la loro sintassi e la loro retorica, rinviano a degli obiettivi sociali e a una logica sociale. Essi non ci parlano tanto del loro uso e delle pratiche tecniche, quanto di ambizioni sociali e di rassegnazione, di mobilità sociale e di inerzia, di acculturazione o di fissità culturale, di stratificazione e di classificazione sociale» (8). In altri termini, la merce o il semplice oggetto ci investono di una loro sintassi, di grumi simbolici di significati, che vanno ben al di là del valore d’uso e ben oltre il puro bisogno, definito semplicisticamente autentico. E allora un modello ecosocialista, marxista e rivoluzionario del XXI secolo dovrebbe costruire a sua volta una sintassi di nuova specie, che superi e ricostituisca un universo simbolico che troppe volte è rimasto vittima di derive riduzioniste. Non si può immaginare di sostituire il poderoso, ed effimero, apparato simbolico del Capitale con una frugalità naturalistica come spesso si ammicca in ambienti ecologisti, talvolta, anche di area socialista. Il decrescismo, che non è evidentemente annoverabile nell’area più propriamente ecosocialista, si muove all’interno di dinamiche riduzioniste che non colgono la complessità del nemico, fino a diventarne (involontari?) complici. Un esempio lampante lo si trova nelle parole di Hoogendijk, citato con entusiasmo da Latouche: «Anche se attualmente esiste un atteggiamento comprensibilmente ostile dei sindacati nei confronti delle agenzie interinali, che sono invece popolari sia presso gli imprenditori che presso molti lavoratori – nel caso di questi ultimi proprio per la diversità dei lavori che propongono – queste agenzie sono un passo nella direzione giusta» (9). Il Capitale si colpisce con gli strumenti della lotta, certo, ma intendendo per lotta anche la sostituzione di un immaginario vile, subordinante e dis-identificativo, eppure totalizzante come pochi, come quello capitalistico, con un apparato simbolico capace di trasmutare rassegnazione in mobilitazione sociale permanente, egoismo sociale in comunità solidale e autogovernante, spreco in rinnovabilità, abusi in diritti inalienabili, consumismo in Comunismo, appunto.

Per un Ecosocialismo rivoluzionario e internazionalista

Quali obiettivi immaginare per un Ecosocialismo rivoluzionario e internazionalista? Questi i punti principali su cui discutere, risultato di una sintesi tra i princìpi marxiani e quelli dell’Ecosocialismo costituente:

  1. Esproprio delle proprietà fondiarie e dei mezzi di produzione
  2. Esproprio dei monopoli del settore dell’energia e completa conversione a energie rinnovabili
  3. Nazionalizzazione delle banche e degli istituti di credito e conseguente accentramento del credito in mano allo Stato, mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo
  4. Salvaguardia dell’ambiente e controllo di produzione e consumo
  5. Pianificazione socialista della transizione a tutti i livelli
  6. Abolizione del diritto di successione
  7. Istruzione statale, pubblica e gratuita
  8. Sanità statale, pubblica e gratuita
  9. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

E intanto? Un programma di transizione

Nel frattempo, cosa fare? È possibile essere massimalisti, come siamo, e avanzare al contempo strategie transitorie? Direi di sì, altrimenti si rischierebbe un immobilismo difficilmente comprensibile all’esterno e, persino, all’interno del movimento. E qui alcune posizioni ecosocialiste sono condivisibili e applicabili, persino in un’ottica di riformismo illuminato e soprattutto temporaneo, ossimori permettendo.

Un piccolo programma di transizione, di punti irrinunciabili e irriducibili, senza condizioni, è pensabile e, probabilmente, indispensabile. Provo ad elencare una serie di punti, alcuni dei quali già presenti nelle opere di Löwy e Tanuro:

  1. Ridimensionare la produzione materiale, in ogni paese, e quindi globale, eliminando le produzioni inutili e dannose.
  2. Riduzione del tempo di lavoro come risposta alla disoccupazione e come visione della società che privilegia il tempo libero rispetto all’accumulazione dei beni.
  3. Lotta contro il sistema del debito e degli “aggiustamenti” ultraliberisti imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale ai paesi del Sud, con conseguenze sociali ed ecologiche drammatiche: disoccupazione di massa, distruzione delle protezioni sociali e delle colture alimentari, distruzione delle risorse naturali per l’esportazione.
  4. Promozione di trasporti pubblici – treni, metro, autobus, tram – a basso prezzo o gratuiti come alternativa al soffocamento e all’inquinamento delle città e delle campagne da parte delle auto individuali e del sistema dei trasporti su strada.
  5. Difesa della Scuola statale pubblica e dell’Università, gratuite per tutte e tutti.
  6. Difesa della sanità pubblica, contro l’inquinamento dell’aria, dell’acqua (falde freatiche) o degli alimenti causato dall’avidità delle grandi imprese capitaliste.
  7. Aumentare l’efficienza energetica e passare alle energie rinnovabili.

Conclusioni

«Un programma anticapitalista degno di questo nome ha il dovere di consentire che gli sfruttati e gli oppressi decidano non solo la società, ma anche la natura che vogliono, per sé e per i loro figli. Visto il rapporto tra questi due aspetti, la vera sfida non è comprendere l’ecologia nel socialismo, ma integrare il socialismo all’ecologia» (10). Qualunque delle due inclusioni si voglia privilegiare, il socialismo nell’ecologia o l’ecologia nel socialismo, ciò che appare incontrovertibile è l’affermazione di una ecologia anticapitalista e, quindi, primariamente socialista. Sia una prospettiva antropocentrica, come il Socialismo, sia una prospettiva geocentrica, come l’ecologia, hanno per la propria sopravvivenza, prima, e vittoria, poi, bisogno l’una dell’altra. Questa reciprocità complementare può essere il segreto della sconfitta del Capitale, della sua ὕβϱις e, infine, la via per il suo definitivo superamento. Capitalismo e sopravvivenza del pianeta sono incompatibili. Gli oppressi e il pianeta devono stringere un’alleanza ineludibile, con lo scopo di abbattere il Capitale e invertire drasticamente produzione e conseguente inquinamento. Il modo di produzione capitalistico non è riformabile e non è sostenibile, né da una prospettiva socialdemocratica, tantomeno da tetre e grottesche prospettive neomalthusiane. La lotta di classe può e deve abbattere un sistema che si nutre di disuguaglianze ed abusi, di sfruttamento e sopraffazione, di vite rubate e di falsi sogni venduti. «Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per la enorme maggioranza della società. In una parola, voi ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, questo vogliamo» (11).

Note

  1. Löwy,. Écosocialisme, Mille et une nuits, 2011
  2. Tanuro, L’impossibile capitalismo verde, Edizioni Alegre, 2011
  3. M. Löwy, Op. cit.
  4. Ibid.
  5. K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Einaudi, 1998
  6. N. Hulot, Pour un pacte écologique, Calmann-Lévi, 2006
  7. M. Löwy, Op. cit.
  8. J. Baudrillard, Per una critica dell’economia del segno, Mimesis, 2010
  9. Si vedano a tal proposito: W. Hooggendijk, Let’s Regionalise the Economy, 2003; S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2008
  10. D. Tanuro, Op. cit.
  11. K. Marx, F. Engels, Op. cit.