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Expo Milano 2015  –  Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

di Cinzia Capolupo, del Collettivo ecosocialista di Sinistra Anticapitalista Roma

EcosocialismoIl 6 aprile 2008 il sindaco Letizia Moratti, sostenuto dalla Regione e dal Governo allora diretto da Romano Prodi (centrosinistra), depositava la candidatura del capoluogo della Lombardia per l’organizzazione dell’Esposizione universale, per rimarcare il centenario del primo Expo di Milano. Rho e Pero, due Comuni dei sobborghi di Milano, venivano designati per accogliere i padiglioni.

Dopo anni di stagnazione, l’evento  diventa  urgente come fosse conseguenza di un terremoto o un’inondazione. E chi dice urgenza, dice meno controlli delle gare (su 1,55 miliardi di euro di lavori attributi nel solo 2014, 474 lo sono stati grazie a delle deroghe delle regole del mercato).

Una prima inchiesta è condotta dal 2012. Alcune aziende propongono di fare per 50 milioni di euro lavori stimati per un valore di 100. Queste si impegneranno per recuperare il ritardo dei contratti di sistemazione ma si accorgeranno che l’offerta era troppo bassa e il tempo troppo breve, come per il padiglione italiano il cui costo è passato da 60 a 90 milioni di euro.

Lo stop ai lavori si verifica il 20 marzo 2014 quando arrivano i carabinieri, visitatori inattesi mentre si stanno elevando le prime gru. I carabinieri arrestano, tra gli altri, tre uomini importanti accusati di aver pilotato, mediante mazzette/commissioni, l’attribuzione di alcuni lavori per farne beneficiare imprese amiche. Due di essi sono conosciuti: Gianstefano Frigerio, ex-deputato di Forza Italia, e Primo Greganti, ex-membro del Partito Democratico, che già aveva svolto l’opera di “facilitatore” di affari all’epoca dell’operazione “Mani Pulite” agli inizi degli anni 1990. Il terzo non è altri che Angelo Paris, responsabile dell’Ufficio contratti dell’Expo, altrimenti detto direttore dei lavori, il braccio destro di Giuseppe Sala.

“Quello che io voglio -dice uno dei corruttori ad un imprenditore- è di essere l’arbitro per i prossimi sette o otto anni. Per questo ti darò tutti i cantieri che tu vuoi”. “Quello che più colpisce è che la corruzione sia ordinaria, quasi naturale.

Expo 2015 dovrà pagare più di 900 mila euro alle aziende arrivate seconde all’appalto vinto da Maltauro  (sentenza Tar della Lombardia) per incapacità di assicurare  la legalità della procedura di gara e perché nulla ha fatto per porvi immediato rimedio una volta emerso il malaffare. Ironico sottolineare che Expo2015 ha firmato i protocolli di legalità che tra l’altro obbligavano a denunciare alla magistratura ogni minima illegalità.

Finanziamento

Expo2015 è un megaevento sostenuto quasi interamente da soldi pubblici. Si estende su più di un milione di metri quadrati e, durante sette anni, ha assorbito 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico, 300 milioni di investimenti privati, 350 milioni di sponsor e 1 miliardo degli Stati che vi partecipano. In aggiunta a circa 3 miliardi di euro spesi per le due bretelle autostradali all’ingresso nord-ovest del capoluogo lombardo e ad altri 6 per le nuove linee della metropolitana.

Cinque milioni di euro erano già stati spesi in una campagna di informazione/pubblicità per la candidatura di Milano come sede di Expo2015.

I terreni agricoli di Rho e Pero, i due Comuni dei sobborghi di Milano sede dell’expo, appartengono alla fondazione Fiera di Milano (coi bilanci in rosso), di cui la Regione Lombardia e la città di Milano sono azionisti. Si stima il loro costo tra 20 e 25 milioni di euro. Una società mista finisce per acquistare questi terreni, nel 2011, per un importo di 142,6 milioni di euro..

Occorre aggiungere altri centinaia di milioni di euro se si considerano anche le operazioni legate indirettamente ad Expo, ovvero le operazioni di restyling urbano e l’organizzazione di eventi collaterali ad Expo, legati ad esso ma da svolgersi fuori dal sito Expo.

Infine le spese non preventivate e quelle legate ai ritardi per la costruzione delle opere, (guarda caso come per Italia90), che con Expo2015 sta rischiando di superare ogni record (un’ultima gara per un totale di 2 milioni di euro era rivolta a trovare un’azienda specializzata nel “camuffamento” dei cantieri in corso ed per il maquillage dei padiglioni non pronti per l’apertura dei cancelli).

Le stime più ottimistiche sulla vendita dei biglietti (in questi ultimi giorni offerti a prezzi scontati) parlano di incassi dell’ordine di 500 milioni di euro che, oltre alle entrate provenienti dalle sponsorizzazioni, costituiscono la sola voce attiva: il resto è debito.

Uno dei risultati di questo sforzo economico è, quindi, un nuovo importante aumento del debito pubblico.

Il Comune di Milano partecipa ad Expo spa col 20% mentre detiene il 34,67% di Arexpo spa, il cui valore supera i 300 mln di euro (valore ballerino, una parte dei fondi sono stati anticipati da alcune banche).

Nel frattempo i tributi locali in due anni sono raddoppiati.

Contemporaneamente sono crollati i crediti derivati dai trasferimenti dallo Stato. I bilanci, in generale, dal 2011 al 2013 sono diventati più leggeri, da 9 mld. di euro a 7,6 mld. di euro. Da una parte quindi abbiamo un flusso centro/periferia che si interrompe, dall’altra aumenta vertiginosamente la quota di entrate di diretta responsabilità dell’ente prelevata alla cittadinanza. Se dobbiamo quindi attribuire un nome ai finanziatori della quota del Comune di Milano per Expo2015, in prima istanza questi sono stati i cittadini milanesi.

Ma il finanziamento è stato a carico più o meno di tutti, indistintamente dal proprio reddito. Va infatti ricordato come la tassazione a livello locale sia scarsamente “progressiva” (le addizionali Irpef, ovvero l’imposta più progressiva, incidono ben poco sul totale delle entrate tributarie). Anche le imposte che potenzialmente potrebbero essere più progressive, come quelle sulle proprietà immobiliari (IMU), non lo sono, e percentualmente anzi pesano molto di più su chi ha redditi più bassi piuttosto che su chi ha di più. L’effetto quindi del federalismo fiscale, nel Comune di Milano ai tempi di Expo2015, è stato quello di costringere la città ad uno sforzo immane per organizzare un evento che parte già con una prospettiva di debito a cui seguirà nuovo debito generato dalla vicenda dell’acquisto scellerato dei terreni su cui si organizza il megaevento.

Anche le società controllate non se la passano meglio: vendita delle quote di Sea e Serravalle, aumento dei biglietti ATM (nel 2012) e dibattito in queste settimane per un nuovo ulteriore aumento. Mancano 50 milioni di euro (dal ministero sono arrivati 60 dei 110 milioni di euro richiesti) a servizio delle attività di Amsa, Atm, Polizia Locale e servizi del Comune di Milano collegati ad Expo2015 ed all’aumento di lavoro che ci sarà inevitabilmente durante i 6 mesi dell’esposizione.

Alla fine del  2015, l’Expo lascerà in eredità il solo padiglione italiano, l’unico che resterà montato.

Nutrire il Pianeta

La Carta Milano, il protocollo che dovrebbe governare il volto “umanitario” dell’EXPO (*), è stato scritto e viene gestito interamente dalla Fondazione “Barilla”, la struttura culturale della grande multinazionale alimentare.  Il Protocollo su un tema così delicato non è stato affidato alle numerosissime Organizzazioni non governative che si occupano con serietà e abnegazione ad alleviare la fame, ma a una industria privata che lucra sulla fame.

Alla faccia della sovranità alimentare:

  • L’Italia, importa il 65% di grano tenero (pane, pizza) e il 30% di grano duro (pasta). Sul suo sito Barilla, grande promotore di Expo e del Protocollo di Milano per l’Alimentazione nel mondo, ammette di utilizzare il 30% di grano non italiano. Non ritiene necessario indicarlo sull’etichetta, ma assicura che è grano ottimo.
  • Viene Importato il 20% di mais, che si usa in massima parte per la zootecnia, insieme a quello prodotto in Pianura Padana, nelle grandi monoculture intensive, che negli ultimi 50 anni l’hanno quasi completamente desertificata
  • L’import di carni bovine precisa (dati COOP) che importiamo  il 24% di quelle consumate, il 56% di latte, e di pesce fresco, addirittura il 60%.
  • l’Import Record è quello della soia, quasi il 90% del totale, un dato comune ai principali paesi UE, usata in massima parte per la zootecnia. Il Sole 24 ore dell’11 Aprile scorso riferisce un dato poco conosciuto: “Mangimistica in allarme: dipende per il 90% da varietà OGM”. L’industria mangimistica europea importa ogni anno 34 milioni di Ton. di soia al 90% OGM.” La soia OGM, fatta ingurgitare (insieme al mais), proviene per oltre il 50% da Argentina e Brasile, dove è coltivata in enormi monoculture, irrorate da aerei, con pesticidi (alcuni proibiti nella UE), tra cui fondamentale è il Glifosate (Roundup Monsanto), venduto insieme ai semi OGM.

Giorni fa lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS) ha posto il Glifosate in Classe 2A, cioè Probabile Cancerogeno per l’uomo. Il glifosato è l’erbicida più usato al mondo, non solo nell’agricoltura OGM, anche nella nostra, dove si usa ad es. come disseccante prima della raccolta di cereali. Già 14 Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica hanno chiesto al Governo di proibire il Glifosate.

In Italia il Rapporto ISPRA 2014 sui Pesticidi nelle acque conferma un forte inquinamento delle acque superficiali (57% dei campioni) e profonde (31%), da parte di pesticidi vecchi e nuovi. Il glifosato è il più alto inquinante delle acque superficiali (54%), ma è stato monitorato, scandalosamente, solo in Lombardia.Nel 5% dei campioni di acque sotterranee, specie nell’area padano-veneta, si trova ancora l’atrazina, proibita dal 1992.

Questa è l’acqua che si beve e si usa per ogni prodotto alimentare e ogni cibo.

Energia per la Vita

Gli studi di Via Campesina indicano che il 44-57% di tutte le emissioni di gas serra provengono dal sistema alimentare globale. La restante parte è attribuita a: Deforestazione: 15-18%, Agricoltura: 11-15%, Trasporti: 5-6%, Lavorazione & imballaggio: 8-10%, Congelamento & Dettaglio Retail: 2-4%, rifiuti:3-4%.

La produzione industriale di cibo (in particolare gli allevamenti intensivi) è la principale responsabile del Riscaldamento globale in atto ( il 24 marzo 2015 in Antartide sono stati registrati ben 17,5 gradi centigradi!).

Non a caso il Protocollo di Expo2015 tace totalmente su tutte le principali responsabilità (OGM, brevetti, filiera alimentare, sovranità alimentare, invasione e distruzione dei mercati nazionali degli alimenti…).

Le ONG, al contrario, tutte, anche le più moderate, sono state messe ai margini, tanto da spingerle a creare un fronte, “l’EXPO dei popoli”, che, seppure con un approccio “emendatario”, cercherà di far sentire voci diverse nei mesi dell’evento milanese.

Le multinazionali della ristorazione, a partire dalla McDonald’s, hanno aperto megaristoranti che lucreranno sull’appetito dei 10 milioni di visitatori previsti.

Lavoro precario e gratuito

L’EXPO, anche grazie ad un accordo stipulato tra EXPO SpA e i sindacati confederali nel luglio 2013, potrà godere dell’apporto di centinaia di giovani (16-35 anni) stagisti e volontari, che, senza retribuzione, avranno la funzione di gestire gli stand, il ruolo di hostess o di steward. Con l’assenso del sindacato, in barba a leggi e contratti (e all’articolo 36 della Costituzione), speculando sulla drammatica disoccupazione giovanile e illudendoli su un inutile e aleatorio arricchimento del curriculum, le multinazionali dell’EXPO si ingrasseranno ulteriormente grazie al lavoro schiavistico “volontario”.

La campagna di giustificazione morale a ciò fa leva sui limiti di spesa e sulla necessità quindi di risparmiare sul costo del lavoro.

Si codifica quindi la figura del lavoratore volontario, che presterà servizio all’interno di Expo2015 permettendone lo svolgimento. Si parla di 18.500 volontari, un esercito di lavoratori non retribuiti a coprire mansioni che potevano essere tranquillamente retribuite (tanto quanto i lavoratori degli stand di qualsiasi fiera).

A questi si aggiungono i 1.000 volontari del Touring Club Italia, che presteranno servizio presso i musei cittadini garantendone la funzionalità e coprendo figure professionali che, normalmente, vengono retribuite, quali le guide turistiche.

Oltre alla marea di stage di cui usufruiranno i servizi commerciali orbitanti attorno al pianeta Expo.

Si parla appunto di “modello Expo” per indicare la vetta di precarietà a cui tende la nuova legislazione sul lavoro (determinata dal Jobs Act renziano).

I veri protagonisti di EXPO

L’asse di EXPO è diretta fin dall’inizio a valorizzare la produzione alimentare industriale, le grandi catene di distribuzione, che sfruttano i popoli del mondo che invece producono la vita con la terra, l’acqua, l’aria, il sole come energia.

Si sono riuniti in una fiera che non contribuisce alla lotta contro la fame né alla sostenibilità ambientale:

  • multinazionali che operano in tutti i continenti del mondo, come è il caso delle sementi e dell’industria chimica, industrie alimentari, banche internazionali,  centinaia di ONG e fondazioni, molte di esse finanziate da alcuni di questi stessi paesi o di queste multinazionali o banche.
  • imprese e imprenditori, che ottengono enormi profitti riducendo i costi di produzione, sfruttando i loro lavoratori e ricevendo fondi pubblici per aumentare ulteriormente i loro profitti.
  • centinaia di paesi e governi partecipanti, privi nei loro territori della sovranità alimentare, che hanno ceduto o sono complici, sotto la pressione delle multinazionali delle sementi, dell’agrochimica, dell’alimentazione e della grande distribuzione, che impongono i propri prodotti industriali, rompendo l’equilibrata tradizione millenaria di culture legate alla terra.

145 governi del mondo, multinazionali,  ONG o fondazioni, nominano solo il problema della fame nel mondo, senza approfondire, senza voler cambiare nulla, solo come opportunità di acquisire nuovi mercati.

Le multinazionali possono nutrire il pianeta solo col cibo spazzatura, riducendo i costi di produzione e moltiplicando i profitti e la violazione dei diritti. Le multinazionali dei semi come la Monsanto (USA), Dupont (USA), e Syngenta (Svizzera), Groupe Limagrain (Francia), Nestle, Unilever, Coca Cola, ecc … non possono stare nelle vetrine del mondo come generatori di vita, quando sono loro i più grandi distributori di contaminazione e di morte, e quando l’uso di erbicidi e di derivati dal petrolio in agricoltura sta spegnendo il pianeta.

Più del 60% della terra coltivata in questo mondo è lavorata da piccoli agricoltori , sono gli artigiani millenari che dall’acqua e dalla terra producono cibi che alimentano oggi il mondo, cibi che vengono acquistati a prezzi bassi dalla grande distribuzione.

C’è un nesso inscindibile tra cibo, acqua ed energia, che è tempo venga assunto. dai movimenti negli obbiettivi e nei fronti di lotta.

Conclusioni

Come tutte le “Grandi Opere” Expo2015 costituisce un pezzo di processo permanente che è parte integrante del modello di sviluppo neoliberista.

Le dinamiche sociali, politiche e finanziarie vanno oltre l’evento stesso e si insinuano sui rapporti di forza tra le classi, sugli stili di vita e sui territori utilizzando la tecnica subdola del grenwashing (appropriazione di virtù ambientaliste da parte delle aziende).

(*) Riportiamo solo due “riflessioni” del protocollo dal sito di Expo2015:

  • Abbondanza e privazione: il paradosso del contemporaneo: Contraddizioni nel cibo e nella sua disponibilità: una parte della popolazione mondiale vive in condizioni di sotto-nutrizione e mancato accesso all’acqua potabile, un’altra parte presenta malattie fisiche e psicologiche legate alla cattiva/eccessiva nutrizione e allo spreco
  • Cibo sostenibile = mondo equo. Come si può responsabilizzare l’Uomo affinché mantenga uno sviluppo equilibrato tra la produzione del cibo e lo sfruttamento delle risorse? Expo Milano 2015, dedicata al tema del cibo e della nutrizione, è la piattaforma di discussione dalla quale lanciare i nuovi obiettivi per un millennio sostenibile, dove da un lato sia salvaguardata la biodiversità, dall’altro, tutelati saperi, tradizioni e intere culture.

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