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Previdenza, padroni e governo aprono un nuovo fronte

di Franco Turigliatto

Quanto sta avvenendo sul tema delle pensioni costituisce un nuovo capitolo dell’offensiva padronale contro i diritti dei lavoratori e prefigura l’ultimo assalto a quel che resta del sistema previdenziale pubblico conquistato alla fine degli anni ‘60.

Il grande furto

Come è noto la Corte Costituzionale ha giudicato incostituzionale le norme della legge Fornero sulle pensioni (2011) che avevano abolito l’indicizzazione degli assegni previdenziali, cioè l’adeguamento (perequazione) della pensione alle dinamiche del costo della vita.

Il governo, dopo aver cercato di prendere tempo e di non ottemperare alla sentenza della Corte, ha scelto di applicarla al 12%, cioè di realizzare l’ennesima operazione truffa, di cui Renzi è specialista, dando ai pensionati solo un ridicolo rimborso parziale sotto forma di una tantum, di poche centinaia di euro (lordi) per una spesa complessiva di poco più di 2 miliardi di euro.

Renzi in televisione ha esordito dicendo. “Non potevamo mica spendere 18 miliardi per tutti i pensionati”, non redendosi forse conto, o sperando che non fosse compresa, la portata di questa affermazione. Questi 18 miliardi, maturati nel giro di pochi anni dal 2011 al 2015, costituiscono una brutale rapina operata ai danni delle pensionate e dei pensionati: una enormità e una vergogna che il governo non ha nessuna intenzione di sanare perché vuole continuare a perpetrare questo furto che riduce ogni anno il valore delle pensioni. E questi 18 miliardi costituiscono solo una parte della rapina operata con la riforma Fornero. Si tratta della parte a carico delle lavoratrici e dei lavoratori già in pensione, visto che un’altra incalcolabile massa di miliardi di euro è stata sottratta in un colpo solo ai futuri pensionati con il brutale innalzamento dell’età pensionabile a 67-70 anni e con l’allargamento dell’ambito di applicazione del calcolo contributivo.

D’altra parte questa rapina si affianca a tutti gli altri giganteschi scippi, come quello fatto ai danni dei dipendenti pubblici il cui contratto è bloccato da anni, con un danno per le loro tasche che ammonterebbe ad almeno 12 miliardi.

Padoan e la Corte Costituzionale

Ma il governo sta facendo anche di più. Più volte Berlusconi, in passato, si era lamentato della Corte Costituzionale, considerata di “sinistra”, ma non aveva avuto il coraggio di andare oltre ed aveva abbozzato. Renzi e il suo ministro dell’economia Padoan varcano quel limite mettendo in discussione il diritto della Corte di pronunciarsi sulla base dei principi della Costituzione. Padoan, in una intervista al giornale di “sinistra” dei padroni, “La Repubblica”, pur nella apparente prudenza del linguaggio, sostiene che la Consulta avrebbe dovuto tener conto dei costi economici della sua sentenza e della necessità di collaborare con gli altri organi dello stato.

Traduciamo l’affermazione del ministro in linguaggio corrente: “ Alla Consulta non spetta il dovere di verificare se una determinata legge viola o meno i Principi della Costituzione, ma adeguarsi alle scelte del governo, ottemperando in tal modo al fiscal compact e alle imposizioni liberiste della Troika”.

Queste dichiarazioni di Padoan hanno costretto il Presidente della Consulta a difendere (con altra intervista) sullo stesso giornale il suo operato con queste parole: “Eravamo sereni. La Corte come sempre, ha giudicato secondo la sua coscienza e secondo le regole”. Ma in questa intervista l’elemento più interessante non sono le risposte del Presidente della Consulta quanto le domande aggressive dell’intervistatrice che lo pongono costantemente sotto assedio, indicando quale sia l’obbiettivo di Renzi e dei padroni: “normalizzare” la Corte Costituzionale dopo aver stravolto il Parlamento.

Se si tiene conto che la sentenza della Corte è stata espressa con un voto paritario (6 contro 6) in cui è il voto del Presidente a determinare la maggioranza , si capisce bene quali saranno le prossime mosse di Renzi: comporre una Corte Costituzionale omogenea e collaborativa col governo stesso, allineata ai principi liberisti dell’austerità e non a quelli di una vecchia Carta del ‘48 non più corrispondente al “moderno ottocento”.

Quali modifiche alla legge Fornero?

Il secondo elemento riguarda la modifica della legge Fornero, annunciata da Renzi con la prossima legge di stabilità che dovrebbe introdurre un meccanismo di flessibilità nella scelta dell’età in cui accedere pensione: la possibilità di anticipare il pensionamento rispetto alle attuali regole, ma accettando una riduzione dell’assegno previdenziale. Renzi parla di una piccola riduzione, ma la penalizzazione sarà invece molto consistente perché si sommeranno sempre più gli effetti negativi del calcolo contributivo con l’anticipo dell’età (almeno il valore di una mensilità all’anno andando in pensione a 62 anni).

Questa eventuale misura è presentata dal governo come un generoso regalo ai lavoratori; in realtà è ancora una volta un grande regalo ai padroni, che non hanno alcuna intenzione di mantenere sul libro paga lavoratori di 65, 66, 67 anni del tutto logorati, di cui vogliono disfarsi, per poter utilizzare e sfruttare pienamente i giovani operai.

La flessibilità in uscita con forte penalizzazione previdenziale servirebbe al governo anche a risolvere l’annoso problema degli esodati con il minimo di esborso.

Il presidente dell’INPS chi difende?

Ma la storia non finisce qui perché sulla materia è intervenuto anche il presidente dell’INPS, Boeri, che, per sua storia personale e posizioni espresse non sembra voler assolvere le funzioni precipue di questo Ente (difendere i diritti dei pensionati) quanto invece di essere il cavallo di troia delle opzioni liberiste della borghesia.

Lo fa operando una mistificazione incredibile: denuncia il fatto che in pochi anni in Italia si è passati da 11 milioni a 15 milioni di persone sotto la soglia della povertà (dal 18 al 25% degli italiani) e che questo, sommandosi alle crescenti diseguaglianze dei redditi costituisce l’eredità più pesante della crisi, senza mai domandarsi se tutto questo non sia il frutto delle contrazioni salariali, delle ristrutturazioni, dei licenziamenti, del taglio delle pensioni, dei contratti, precari, cioè delle infinite piaghe liberiste; sostiene poi che questa situazione è dovuta al fatto che non si è stanziato abbastanza per l’assistenza e gli ammortizzatori sociali. Sono considerazioni non molte diverse da quelle del governo quando parla di voler dare un sostegno maggiore ai poveri e ai disoccupati. Ma qui si rivela l’arcano dell’operazione: da dove dovrebbero arrivare le risorse per queste maggiori elemosine (perché di questo si tratta)? Forse da una tassa di solidarietà sociale sui ricchi, sulle banche, sul monte profitti e rendite? Macché; anche le risorse per le elemosine sociali devono essere prese da un altro sacco, quello dei salari e delle pensioni. Quando padroni e governo si “commuovono” per i poveri in realtà vogliono colpire ancora i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, presentati come dei “privilegiati”.

Ed è questo proprio l’obbiettivo di Boeri, rimettere in discussione quanto resta del sistema retributivo, quello che garantisce ancora le maggiori coperture pensionistiche. Boeri ha anticipato una proposta dell’INPS stesso volta a ridurre l’importo di tutte quelle pensioni che superano il valore teorico calcolato con il sistema contributivo. In particolare le uscite anticipate dal lavoro subirebbero una forte penalizzazione per quanto riguarda la parte retributiva della pensione.

Il bersaglio è quel che resta del sistema retributivo

Attraverso tutti questi grimaldelli si vuole arrivare al grande obiettivo perseguito, dal governo, dal capo dell’Inps, dalla Confindustria e naturalmente auspicato dalla troika:

Distruggere definitivamente quanto rimane del sistema retributivo, ricalcolando l’entità della pensione per tutti solo su base contributiva. Il “bello” è che tutto questo viene presentato come intervento per difendere le giovani generazioni, quando sono state proprio le politiche dell’austerità e della precarizzazione a rendere i giovani sempre più senza futuro .

Il sistema retributivo era quello che invece rappresentava la solidarietà tra generazioni sulla base di semplici principi: coloro che oggi lavorano producono anche la ricchezza necessaria a garantire le pensioni della generazione che ha creato la ricchezza nei decenni precedenti con 35-40 anni di lavoro; la generazione di oggi, a sua volta beneficerà, quando invecchierà, delle risorse prodotte dal lavoro delle generazioni future. Questa è la vera solidarietà; tutto questo è razionale e giusto sul piano sociale e del tutto possibile sul piano economico, ma è in conflitto con la logica del profitto e del capitalismo.

La dimensione dell’ingiustizia

Queste scelte politiche degli uomini (e delle donne) della borghesia, vanno di pari passi con i dati agghiaccianti dell’Istat sull’esplosione ulteriore in Italia della disoccupazione (in generale e in particolare di quella giovanile) e sulla dimensione del lavoro precario, che è l’unico che realmente cresce (a scapito di quello stabile) e sulla riduzione dei distretti industriali che testimoniano dell’ampiezza delle ristrutturazioni e della desertificazione di interi territori. Va di pari passo anche con i dati dell’Ocse che segnalano la crescente diseguaglianza delle classi sociali in Italia, dove 1% della popolazione detiene ben il 14% della ricchezza nazionale, mentre il 40 % ne possiede appena il 4,9%. E’ questo un fenomeno mondiale che corrisponde alle scelte delle classi capitalistiche in tutto il mondo, ma che in Italia raggiunge punte particolarmente alte.

Il segretario dell’Ocse arriva a sostenere che “L’esperienza dimostra che una diseguaglianza eccessiva incide negativamente sulla crescita. E dunque le ragioni per un intervento sono economiche e non solo sociali. Se i governi non affronteranno i problemi, colpiranno la coesione sociale nei loro Paesi e danneggeranno le prospettive di crescita a lungo termine”

Sarebbe interessante capire fino a che livello il capo dell’Ocse considera la diseguaglianza eccessiva e quando invece accettabile e quindi positiva. Ma in ogni caso, si sa, queste cose si scrivono sui documenti analitici e sociologici delle istituzioni capitaliste; le scelte economiche reali e materiali sono invece strettamente collegate ai loro interessi immediati, garantire i profitti e le rendite, cioè aumentare ancora le diseguaglianze sociali.

Coerente con questo assunto concreto, da Berlino, Draghi preannuncia l’apertura di un nuovo fronte di guerra contro il movimento dei lavoratori, alla vigilia del rinnovo di molti contratti nazionali di lavoro sostenendo che: “La contrattazione aziendale è da preferire a quella nazionale perché difende meglio i posti di lavoro grazie alla maggiore flessibilità che ormai deve entrare nel nostro DNA”. Naturalmente questa affermazione non ha nessuna rispondenza con i fatti reali, ma diventa credibile solo perché è la voce dei padroni e perché dure sconfitte sono state subite dalla classe operaia.

Guerra economica, politica ed ideologica della classe padronale a tutto campo contro le classi subalterne.

Alle lavoratrici, ai lavoratori, alle sinistre autentiche provare a costruire la risposta all’assalto capitalistico continuo.