Landini Day o “coalizione sociale”?

di Andrea Martini

In una splendida giornata di sole Piazza del Popolo a Roma ha ospitato sabato 28 marzo la prevista manifestazione “Unions!” indetta da Maurizio Landini come presentazione del suo progetto di “coalizione sociale”.

Il corteo e il comizio hanno raccolto un paio di decine di migliaia di persone, in larga parte confluiti a Roma con i 300 pullman organizzati dalle strutture regionali e locali della Fiom.

Certo una manifestazione importante, per quanto molto inferiore a tante altre manifestazioni indette dalla Fiom nel corso degli ultimi 5-6 anni

Notevole è stata la presenza del diffuso “popolo di sinistra”, di quello minoritario organizzato nei piccoli partiti residui della diaspora di Rifondazione, ma soprattutto di quello maggioritario che da tempo si agita alla ricerca della patria politica che non ha più.

La visibilità di altri soggetti sociali (quelli della “coalizione”, quelli convocati con lettera alla assemblea chiusa svoltasi alla Fiom nazionale il 14 marzo) era proprio simbolica, compresa quella delle associazioni chiamate a prendere la parola dal palco prima di Landini (Libera-campagna reddito, Tavolo Verde, Rete della conoscenza, movimento per la casa di Action, Emergency e qualche altro). Entusiastica l’adesione all’idea della “coalizione”, ma quasi nessuno a dare corpo a questa convergenza.

Non molto significativi gli interventi dal palco, forse con l’unica eccezione dello studente della Rete della conoscenza che, naturalmente, ha spiegato come il governo, tra i tanti diritti che sta massacrando, sta colpendo anche il diritto allo studio e la scuola pubblica; ma ha voluto anche ricordare le vittime della repressione poliziesca e giudiziaria, e in particolare coloro che i giudici romani si apprestano a condannare come organizzatori della manifestazione e degli scontri nel centro della capitale del 14 dicembre 2010.

Da notare comunque il discorso tenuto da Stefano Rodotà che ha svolto in qualche modo il ruolo del “teorico” della iniziativa del leader della Fiom. Tra l’altro, pur confermando la natura non partitica della “coalizione”, ha segnalato come la lotta per i diritti non possa eludere il nodo del rapporto con le istituzioni, quelle istituzioni in cui si consumano le controriforme dettate dalla Confindustria, ricordando come quasi nessuno nel palazzo si faccia carico delle rivendicazioni sociali. Forse per dire che è uno spazio a cui Unions! dovrebbe cominciare a guardare.

I piccoli partiti, sull’onda di quanto detto nelle tante interviste di Landini, sono stati messi ai margini, visti come presenze scomode, perfino da “mandare a quel paese”, come affermato platealmente da qualche intervento tra gli applausi della piazza.

Naturalmente il clou della giornata è stato il comizio conclusivo di Maurizio Landini, che ha ripercorso le tappe della aggressione governativa ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il salto di qualità nell’azione antipopolare nel passaggio dal governo Berlusconi a quelli di Monti, Letta e Renzi, la “coalizione sociale” costruita in questo anno di governo con la Confindustria, con Marchionne e con le classi dominanti nazionali ed europee. E poi ha ulteriormente affermato come occorra una convergenza con i lavoratori che, per le forme atipiche del loro rapporto di dipendenza, non si riconoscono nel sindacato, come sia necessario che il sindacato riaffermi il proprio diritto di “fare politica” e nello stesso tempo difenda l’autonomia dai partiti che, anzi, “è stata troppo scarsa” negli ultimi anni.

Nulla però sulle responsabilità del sindacato, se non su quelle oramai consolidate anche nel dibattito degli apparati, per nel non aver saputo, a cavallo del secolo, comprendere il carattere dirompente della precarietà. Ma vengono taciute totalmente le responsabilità politiche dell’oggi, il fatto di non aver voluto proclamare uno sciopero se non per il 12 dicembre, dunque, dieci giorni dopo l’approvazione del Jobs Act, e soprattutto nel non aver voluto dare nessuna continuità ad un’iniziativa di lotta che pure aveva riscosso un importante sostegno a livello di massa.

E nulla sul dibattito della Cgil e nella Cgil, se non la riconferma dell’allineamento sostanziale e formale con il gruppo dirigente attorno a Susanna Camusso. L’ostentato bacio stampato con foga dal segretario generale di metalmeccanici sul viso di una ritrosa segretaria confederale è stato fissato nella foto che la rete ha diffuso in modo “virale” e che simboleggia meglio di qualunque analisi l’attuale posizione di Maurizio Landini nel dibattito interno alla confederazione di Corso d’Italia.

Una posizione che, sul versante dei metalmeccanici, si concretizza nella ricerca da parte della Fiom di approcciare il prossimo contratto in modo unitario con la Fim Cisl e con la Uilm, cioè con quelli che, ormai da anni, rappresentano la linea della complicità con Marchionne.

E’ chiaro che Maurizio Landini, nell’immaginario dell’opinione pubblica e di buona parte del mondo del lavoro sindacalizzato, appare molto diverso da Camusso e da tutti gli altri dirigenti nazionali della Cgil, grazie al taglio classista dei suoi interventi, alla veemenza del suo giudizio sugli avversari padronali e governativi. E appare anche a parte dell’apparato una possibile soluzione di ricambio per la sostituzione di Susanna Camusso. Certo, i tempi e le modalità della eventuale staffetta sono tutti da definire, ma Landini appare a buona parte dell’organizzazione un possibile leader capace di rilanciare l’immagine e la stessa identità appannata della Cgil. Ma anche una soluzione di ricambio che però non ne metta in discussione gli orientamenti generali.

E, non a caso, il discorso conclusivo di Landini in Piazza del Popolo, più che quello di un possibile leader politico è stato il comizio di un probabile futuro segretario generale confederale.

Che futuro avrà la “narrazione” della “coalizione sociale”, dopo la manifestazione del 28 marzo?
Allo stato attuale, non è dato sapere. Ma, allo stato attuale, non sembra certo che possa essere lo strumento capace di offrire alla classe lavoratrice e a tutte le classi subalterne una prospettiva di riscatto politico e sociale.