Stabilità 2015: la verità dei numeri e le menzogne di Renzi

di Olmo Dalcò

Renzi l’aveva detto. Doveva essere l’anno della ripresa. Doveva essere la svolta della crescita in Europa grazie al semestre italiano. Doveva essere la rottamazione dell’austerità. Difatti, il PIL, nel DEF in aprile, era previsto crescere allo 0,8% quest’anno e 1,3% nel 2015; gli investimenti al 2% quest’anno e al 3% nel 2015; i prezzi allo 0,9% quest’anno e all’1,2% nel 2015; il tasso di disoccupazione era previsto al 12,8% quest’anno e al 12,5% nel 2015. E invece?

Il capodanno 2015 ci ha risvegliati con una crescita acquisita del PIL negativa pari a -0,4%, registrando 13 trimestri consecutivi in territorio di crescita negativa (la recessione più lunga della storia); gli investimenti privati sono crollati per un -2,1% nel 2014; il tasso di disoccupazione ha raggiunto il record del 13,2% (ormai vicino alla soglia di tre milioni e mezzo di lavoratori, non considerando le ore di cassa integrazione che non si includono nel calcolo dell’Istat; impressionante se si considera l’alto tasso di inattività presente in Italia rispetto agli altri paesi europei, il 35,7%); i consumi sono stati praticamente fermi, al contrario della crescita prevista ad aprile per quasi un punto percentuale, con buona pace del bonus di 80 euro; i prezzi sono diminuiti a novembre di -0,2%, ossia piena deflazione, per assestarsi a oltre la metà della crescita prevista ad aprile. Un disastro.

Eppure Renzi, mentre la vigilia di Natale sotto l’albero donava ai lavoratori italiani il regalo della piena licenziabilità senza giustificato motivo, ultimo tassello di una precarizzazione crescente del nostro mercato del lavoro (tra l’altro attraverso l’attuazione di una delega in bianco, decisamente anticostituzionale, votata anche dalla maggior parte della presunta sinistra PD, che avrebbe potuto, invece, fermarla, almeno in Senato dove i numeri lo consentivano) ha voluto convincere gli italiani a favore di una legge di stabilità 2015 finalmente espansiva e contraria all’austerità. Il ragionamento lo conoscete perché il mostro di Firenze ce lo ha fatto ingoiare praticamente dovunque, da Maria De Filippi sino a Barbara D’Urso (gloria al berlusconismo nell’alto dei cieli!): si definisce come flessibilità in cambio di riforme; ma si legge meglio come privatizzazioni, liberalizzazioni e precarizzazione del mercato del lavoro in cambio di qualche sgravio fiscale in più sulle imprese.

Questo approccio viene ribadito, in modo meno nazional popolare, nel Documento Programmatico di Bilancio (DPB), esattamente come reso possibile dal Two Pack (Reg. UE 473/2013 art. 5 p. 2 lett. a); esso consiste nell’invocare gli spazi già presenti nel Patto di Stabilità (la c.d. clausola della flessibilità prevista dal braccio preventivo del Patto –art. 5 Reg. UE 1466/97-, così come riformato dal Six Pack -Reg. UE 1175/2011-), laddove si prevede la possibilità di allontanarsi temporaneamente, in caso di eventi inconsueti e di grave recessione, dalla convergenza verso l’obiettivo di medio termine (OMT), in Italia coincidente con il pareggio di bilancio strutturale, a patto di compiere importanti riforme strutturali (soprattutto in tema di flessibilità nel mercato del lavoro e di riforma delle pensioni), e di rimanere all’interno del vincolo del 3% di indebitamento netto rispetto al PIL. Detto fatto. O forse ni, perché se è vero che il jobs act è stato approvato come un rullo compressore, è altrettanto vero che di rottamazione dell’austerità nella legge di stabilità 2015 non se ne vede traccia, anzi! Lasciamo parlare i numeri.

La presunta flessibilità della manovra 2015 starebbe nel fatto che se l’indebitamento netto tendenziale (ossia a politiche invariate) era pari a -2,2% del PIL, il Governo nel DPB programmava un indebitamento netto pari a -2,9% del PIL: comunque sotto al 3%, ma con un incremento del deficit di 0,7 punti percentuali, i famosi 11 miliardi circa di manovra espansiva. Lo scarto tra indebitamento netto programmato e indebitamento netto tendenziale rendeva, infatti, la cifra della rottamazione dell’austerità. Anche l’indebitamento netto strutturale, ossia al netto del ciclo, passava da un -0,5% tendenziale a un -0,9% programmato (lontanissimo dal valore programmato ad aprile, -0,1%, per raggiungere il pareggio di bilancio strutturale programmato ad aprile nel 2016, e ora spostato nel 2017). Il 22 ottobre il vice presidente della precedente Commissione Europea Jyrki Katainen scrive una lettera strettamente confidenziale al Ministro Padoan in cui solleva una deviazione significativa rispetto al piano richiesto di convergenza al pareggio di bilancio strutturale (ex art. 6 Reg 1466/97 modificato dal Six Pack) oltre che il mancato rispetto del criterio del debito (ex art. 2 Reg 1467/97 modificato dal Six Pack). Nonostante la voce grossa di Renzi, che rende pubblica la lettera strettamente confidenziale, già il 27 ottobre il Governo italiano capitolava, senza nemmeno una blanda trattativa di facciata. Il ministro Padoan scrive una risposta al vice presidente Katainen, in cui impegna il Governo a un ulteriore sforzo di circa 0,3 punti percentuali, 4,53 miliardi di euro, con un indebitamento netto programmato pari a -2,6%. Riguardo alla regola del debito, il Governo ribadisce l’impegno all’ambizioso piano di privatizzazioni per un ammontare di 0,7% in media all’anno nell’arco del triennio 2015-2017 (33 miliardi di euro di privatizzazioni; … quelli che neanche la Thatcher nelle sue annate migliori!!!). In definitiva, il DPB viene aggiornato e revisionato dopo neanche quindici giorni. Ma non basta.

La nuova Commissione Europea di Juncker delude le aspettative di Renzi. I giudizi espressi il 28 novembre sul DPB-aggiornato italiano dai nuovi commissari, il vice-presidente conservatore lettone Valdis Dombrovskis, e il solito rinnegato socialista francese Pierre Moscovici, commissario vigilato agli affari economici, sono decisamente negativi ribadendo la deviazione significativa dal processo di convergenza verso l’obiettivo di medio termine, e la violazione non solo della regola del debito, ma anche della regola della spesa. In dettaglio, l’OMT richiederebbe un ulteriore sforzo di 0,25% sul bilancio strutturale (poco sopra lo 0,5% sull’indebitamento netto) e di una riduzione ulteriore della spesa pubblica per lo 0,2% rispetto al PIL; riguardo alla compliance con il criterio del debito si osserva una deviazione del 2,5% (addirittura si sottolinea in nota che in condizioni di crescita nominale del PIL prossima allo zero, ciò equivale a una riduzione della spesa primaria in termini nominali pari al 5% in due anni, una montagna di 80 miliardi da far impallidire Mr Forbici Cottarelli ). Infine, viene rimandato a Marzo 2015 il giudizio decisivo sulla posizione dell’Italia, che si andrà ad affiancare a quello sulla Procedura per Squilibri Macroeconomici (Six Pack, Reg. 1176/UE). L’Italia nel marzo 2014 è stata giudicata con squilibri eccessivi sul debito pubblico e sulla debole competitività, con le raccomandazioni politiche tese alla riduzione del debito pubblico attraverso un ingente piano di privatizzazioni e alla crescita della produttività attraverso la riforma del mercato del lavoro, la riforma della contrattazione collettiva, in modo da legare i salari alla produttività aziendale, e la riduzione del cuneo fiscale. Inutile sottolineare la certezza che a primavera l’Italia ritornerà nella Procedura per Disavanzo Eccessivo (braccio correttivo del Patto) ed entrerà nella Procedura per Squilibrio Macroeconomico Eccessivo, in termini di debito pubblico, che lungi dal diminuire secondo quanto previsto, persiste ad aumentare (il debito pubblico rispetto al PIL, tanto per cambiare, aumenterà dal 131,7% al 134,3%). Tanto sforzo per nulla.

Si passa, allora, da circa 11 miliardi di manovra in deficit, inizialmente paventata, a una Legge di Stabilità 2015 definitivamente approvata con un incremento dell’indebitamento netto rispetto al tendenziale pari a solo 5,8 miliardi. Di meno del previsto, certamente, ma comunque un’inversione di tendenza rispetto all’austerità: così almeno si direbbe a prima vista.

La prima obiezione è quella che l’indebitamento netto passa da 49,2 miliardi nel 2014, ossia il 3% del PIL, a 42,6 miliardi nel 2015, ossia il 2,6% del PIL. Pertanto, in termini di variazione rispetto al 2014 e non al tendenziale 2015, la manovra per il 2015 è più restrittiva, e poco importa che l’austerità sia il frutto delle politiche dei governi Berlusconi, Monti e Letta (il c.d. tendenziale delle politiche invariate composte da penalizzanti clausole di salvaguardia in termini di accrescimento della pressione fiscale previste dal ministro Tremonti in poi, che il governo Renzi ha scongiurato con i tagli alla spesa, e prorogato per un altro rilevante ammontare negli anni a seguire). Tuttavia, l’obiezione più rilevante riguarda il fatto che l’anticiclicità della manovra o meno attiene non al disavanzo pubblico, ma al disavanzo primario, ossia al netto della spesa per interessi. Solo una parte della spesa per interessi corrisponde a trasferimenti statali a favore delle famiglie (circa l’11% secondo i dati più recenti di Banca d’Italia, ossia poco più di 200 milioni) e può essere considerata in termini anticiclici (in quanto il resto o è già inglobato o non deve essere considerato). Pertanto, occorre guardare al bilancio primario, per valutare il carattere espansivo o restrittivo della manovra. Ebbene, il saldo primario è programmato a 1,9% rispetto al PIL. Dunque, la manovra 2015 prevede un avanzo primario cospicuo, pari a 31,6 miliardi: tale è l’ammontare dell’austerità, aldilà di tutte le chiacchiere del governo Renzi. Inoltre, si osservi che nel 2014 l’avanzo primario è stato pari a 1,7%, ossia meno di quanto programmato per il 2015: quindi, l’austerità aumenta, piuttosto che diminuire. Infatti, la spesa nominale per interessi diminuisce di quasi 2,5 miliardi. Non solo non c’è nessuna manovra espansiva; non solo l’austerità raggiunge la soglia del 2% rispetto al PIL, considerando anche le variazioni contabili sul PIL introdotte dall’Istat secondo i criteri del Sistema dei Conti, ma addirittura tale austerità l’anno prossimo crescerà rispetto a quest’anno. E questa sarebbe la svolta tanto decantata dai rottamatori?

Analizzando i 5,8 miliardi di euro di indebitamento previsto dalla Stabilità 2015, si osserva che 5,7 miliardi sono un saldo di maggiori spese e 124 milioni sono un saldo di minori entrate. Occorre, tuttavia, considerare che i 9,5 miliardi relativi alla conferma del bonus di 960 euro annuali, 80 euro mensili, sono, per un artifizio contabile, non slegato dal carattere transitorio ed elettoralista di questa scriteriata misura fiscale, registrati come trasferimento, ossia maggiore spesa, e non come riduzione in Irpef, ossia minore entrata. Tenendo conto di ciò, si ottiene un saldo di 9,6 miliardi di minori entrate e 3,8 di minori spese, in pieno spirito liberista.

Sul fronte delle entrate vi sono allora 21,3 miliardi di minori entrate e 11,7 miliardi di maggiori entrate nel 2015. Le minori entrate più importanti, oltre al bonus elettorale confermato, sono: 3 miliardi dal superamento della clausola di salvaguardia Letta-Saccomanni, 2,7 miliardi dalla deduzione del costo del lavoro dall’imponibile Irap e 1,9 miliardi dagli sgravi contributivi per l’assunzione con contratto precario a monetizzazione crescente. Quasi 5 miliardi sono, quindi, ulteriormente regalati alle imprese, che si aggiungono ai favori già fatti con il Decreto del bonus Irpef di inizio anno, a partire dal regalo della tassazione agevolata sui profitti con il potenziamento dell’Ace (circa 700 milioni). La manovra a favore delle imprese è, inoltre, sorprendentemente iniqua in quanto la deduzione del costo del lavoro dall’Irap favorisce principalmente le grandi imprese a scapito delle micro e piccole imprese (le più penalizzate dalla crisi), che non avranno alcuna agevolazione, o l’avranno in proporzione ridotta con l’aggravio dell’incremento dell’aliquota Irap dal 3,5% al 3,9%. Si prevede, inoltre, l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico delle imprese per tre anni sui nuovi assunti con il contratto introdotto dal jobs act. Il Governo ha sostenuto che in questo modo il contratto precario del jobs act sia più conveniente rispetto agli altri. Per la verità, una semplice simulazione su una retribuzione lorda di 24 mila euro annui mostra che il costo per l’azienda del contratto finto a tempo indeterminato si riduce da 35,6 mila euro a 27 mila euro; ma la finta partita IVA costerà ancora solo 25 mila euro, con un netto annuale per il lavoratore di circa 1,7 mila euro in meno. Inoltre, il contratto a termine consente di risparmiare sugli indennizzi dovuti in caso di licenziamento. Tuttavia, ammesso e non concesso che lo sgravio sia determinante, resta la convenienza per l’impresa ad una spirale infame di continue assunzioni e licenziamenti, dal momento che gli 8,6 mila euro annui di sgravio sono superiori al costo delle miserrime mensilità in caso di licenziamento. Non solo quindi ulteriori regali ai padroni, ma anche la beffa che tali regali siano indirizzati a incentivare l’ulteriore precarizzazione del lavoro. Alla faccia della dualità del mercato del lavoro, ora c’è effettivamente l’uguaglianza della precarietà. Come si dice, mal comune mezzo gaudio!

Il bonus degli 80 euro, infine, esclude la categoria degli esenti e si presenta come fortemente iniquo nei confronti degli incapienti. Inoltre, essendo completamente scriteriato sul piano della logica fiscale, implica una curva pazzesca delle aliquote marginali, che nella fascia tra 24 mila e 26 mila euro arriva quasi a toccare la soglia dell’80%. Non pochi saranno i lavoratori incentivati a oltrepassare la soglia dei 26 mila euro, costretti a incrementare gli straordinari, pur di evitare il buco nero del bonus Renzi. Non è un caso che il bonus sia stato decisamente sottoutilizzato rispetto alle previsioni. Troppo spesso si dimentica di analizzare la curva delle aliquote marginali effettive Irpef; ricordate la riforma Visco-Prodi che introdusse di fatto due aliquote marginali effettive, del 30% da 8 mila euro annui e del 41% già a partire da 28 mila euro annui, ben peggiore della riforma Tremonti a due aliquote, 23% e 33%, mai realizzata; ebbene nessuno se ne accorse, tranne gli addetti ai lavori, e Rifondazione Comunista votò persino a favore. Studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza!

Del resto, tutti sanno che questa misura ha un carattere transitorio, altrimenti sarebbe stata incorporata nell’Irpef; la delega fiscale porterà presto con sé l’ulteriore riforma dell’Irpef, ormai un’ imposta che grava solo su lavoratori salariati e pensionati (tutti i redditi da capitale sono praticamente usciti dall’Irpef). La riforma sarà orientata a introdurre forme più o meno edulcorate di flat tax, cioè di tassazione proporzionale sul reddito. Già oggi l’art. 53 della Costituzione in tema di progressività del sistema impositivo è decisamente disatteso, visto il ruolo ridimensionato dell’Irpef e visto che la seconda imposta, l’Iva, è nettamente regressiva sul reddito. L’obiettivo finale sarà raggiunto e l’ammontare del bonus Renzi sarà necessario a trovare le risorse per introdurre la flat tax. Quelli che … grazie signora Thatcher!

Sul piano della spesa, l’effetto complessivo prevede un incremento di 1,8 miliardi di spesa in conto capitale e 5,6 miliardi di minori spese correnti. La maggior parte delle minori spese correnti riguarda oltre 2 miliardi di taglio ai Ministeri, 1,2 miliardi di taglio ai trasferimenti dei Comuni, 1 miliardo di taglio alle Province, 3,5 miliardi di tagli alle Regioni. Il blocco delle aliquote sulle imposte municipali difficilmente consentirà agli enti locali di rimpiazzare i minori contributi statali con un incremento della pressione fiscale. È molto probabile che i tagli alle Regioni rappresenteranno, per almeno l’80% una riduzione del finanziamento della sanità; per le Province i tagli rappresenteranno esuberi e mobilità per i lavoratori e le lavoratrici; per i comuni il taglio lineare dei servizi sociali. Gli effetti della spending cut saranno devastanti sul piano sociale; altro che taglio degli sprechi e delle spese improduttive. Invece, l’incremento della spesa in conto capitale riguarda per lo più i contributi in conto capitale, cioè i sussidi alle imprese, mentre gli investimenti pubblici aumentano di soli 400 milioni di euro, restando sostanzialmente fermi in percentuale ispetto al PIL.

In sintesi, la manovra Renzi persegue la stessa logica dell’austerità dei governi precedenti e condivide la filosofia di svalutazione competitiva del salario nominale e della riduzione della spesa pubblica; mantiene la logica fiscale che privilegia i piccoli sgravi alle imprese, come la c.d. Patent box, ben ridicolizzata dalla Mazzucato su Repubblica il 24 dicembre scorso, al posto del rilevante aumento degli investimenti pubblici in funzione anticiclica e di miglioramento della produttività nel lungo periodo.

Ricapitolando. Primo errore: la manovra non è espansiva, ma di intensificazione dell’austerità; secondo errore: gli spazi di manovra concessi si concentrano sulla riduzione fiscale e non sull’aumento degli investimenti pubblici, che hanno un moltiplicatore sensibilmente superiore; terzo errore: la riduzione fiscale è a vantaggio delle imprese e sostanzialmente iniqua perché non tiene conto degli incapienti; quarto errore: la spesa pubblica viene fortemente ridotta in modo iniquo sui servizi pubblici e sociali; quinto errore: gli investimenti pubblici restano sostanzialmente fermi, negando l’esistenza di qualsivoglia politica fiscale espansiva contraria all’austerità, oltre che di stimolo pubblico all’innovazione e allo sviluppo delle forze produttive.

Mentre le tecnologie e le forze produttive cambiano mettendo in seria discussione la sostenibilità economica dei rapporti di produzione imposti dal capitale, mentre l’imperialismo europeo della c.d. economia di mercato fortemente competitiva continua a perdere colpi sullo scenario globale, Renzi e i social-liberali europei continuano a perseverare nella macelleria sociale e nella distruzione delle tutele nel mercato del lavoro, come nel capitalismo più becero dell’Ottocento. Renzi accusa chi difende le tutele della classe lavoratrice, sostenendo che vogliono inserire il gettone telefonico nell’iPhone, dimenticando che l’iPhone stesso è frutto degli investimenti pubblici, non certo del suo eroe, un guru dell’evasione fiscale legalizzata piuttosto che dell’informatica (la Apple era la regina dell’aggiramento del fisco con l’apertura delle proprie filiali nei paradisi fiscali per ridurre le aliquote effettive al di sotto del 10%). Così Renzi ha definitivamente cancellato le tutele contro il licenziamento illegittimo (come fu per la scala mobile, il piano era stato inclinato da tempo); ma ha anche vinto la mano libera dei padroni sui licenziamenti collettivi, nonché quella della burocrazia di stato sul personale dipendente della PA. L’emendamento che escludeva l’applicazione del jobs act al rapporto di lavoro alle dipendenze della PA (ex art. 51 c. 2 Testo Unico Dlgs 165/2001, nella Pubblica Amministrazione vale ancora l’art. 18 nella formulazione ante Monti-Fornero) è improvvisamente sparito; difficilmente un giudice potrà far valere sulle norme le intenzioni presunte del legislatore. Anche perché, di quale legislatore si tratterebbe? L’esecutivo proponente, e quale? La Madia, Poletti, Renzi, Zanetti? Quattro opinioni diverse in proposito. La verità è che l’arroganza infame di Ichino, Sacconi e Renzi non ha limiti e il gioco è davvero sporco: di fatto anche nella pubblica amministrazione si è inclinato il piano che porterà alla riforma delle tutele dal licenziamento. Sempre che il sindacato non la smetta definitivamente di limitarsi a solleticare i padroni.

La verità è che il film di Renzi i lavoratori l’hanno già visto; il remake non ci interessa. L’Ottocento 2.0 non può che avere un finale amaro per la classe borghese: la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici non può che partorire una società socialista; altro che gettone telefonico e gli abbonamenti delle Sim-Card, il futuro è la proprietà pubblica della pianificazione ecosocialista e la proprietà libera e gratuita dell’open source e della cooperazione digitale. Inoltre, rispetto agli spiccioli degli ammortizzatori sociali del governo Renzi, una vera e propria negligenza totale della disperazione di sempre più vasti ceti popolari, oltre che una vergognosa opera di denigrazione della dignità umana, occorre un programma sociale in grado di garantire a tutti i residenti, italiani e migranti, il diritto all’abitare, un salario sociale per un’esistenza libera e dignitosa, una formazione e un’istruzione adeguata allo sviluppo intelligente della produttività sociale del lavoro. L’unica vera rottamazione è quella del capitalismo e della classe borghese; mentre i pupazzi scout di stato, oggi al servizio di lorsignori, torneranno nella stupidità dalla quale provengono: cretini vestiti da bambini a guidare i bambini vestiti da cretini!