I percorsi di Podemos

di Manuel Gari[1]

Dopo la pubblicazione dell’intervista a Panagiotis Lafazanis sulla situazione in Grecia e i compiti di Syriza, riprendiamo da Movimento Operaio questa approfondita analisi su Podemos, la formazione politica che sta ottenendo ottimi risultati nello Stato Spagnolo, sulle sue forti potenzialità e le difficoltà che cominciano ad emergere nel dibattito interno (red.).


Sullo sfondo di una vasta e grave crisi economica e sociale e del susseguirsi ininterrotto di episodi di corruzione che hanno colpito quasi tutte le forze politiche con rappresentanza nelle istituzioni, è comparso nel marzo del 2011 il movimento degli indignados (indignati), seguito da manifestazioni di massa in decine di città dello Stato spagnolo. La mobilitazione sociale ha evidenziato la perdita di credibilità dei partiti principali, espressa con lo slogan “non ci possono rappresentare”, e la crisi di legittimità del sistema politico ereditato dalla transizione post-dittatura, il cosiddetto “sistema della riforma”, che ha portato alla Costituzione del 1978, risultato del patto dei socialisti e comunisti con la destra uscita dal franchismo.

Nello Stato spagnolo si è in piena situazione di emergenza sociale. Disuguaglianza e povertà sono aumentate in maniera allarmante. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) stima che disoccupazione e riduzione dei salari siano le cause di fondo di questa situazione, la cui concreta conseguenza è che il potere d’acquisto delle famiglie si è mediamente ridotto del 17%, una diminuzione che arriva fino al 43% per quel terzo della popolazione che guadagna di meno.

Nonostante le consistenti mobilitazioni, come quelle dello sciopero generale del 29 marzo 2012, le 100.000 persone radunatesi a Madrid l’11 luglio 2014 in solidarietà con i minatori, le “maree” bianca e verde contro la privatizzazione dell’insegnamento e dell’istruzione, le iniziative contro gli sfratti delle Associazioni delle vittime delle ipoteche, il milione e mezzo di firme per ottenere che il parlamento discutesse una proposta di legge di iniziativa popolare per un alloggio dignitoso, o l’impressionante manifestazione riuscita delle Marce per la Dignità del 22 marzo 2014, il governo del Partito Popolare (PP) non ha sostanzialmente ceduto. E questo, malgrado alcune parziali vittorie, ad esempio quella dei lavoratori dei parchi e giardini e della pulizia della città di Madrid contro i licenziamenti, il blocco della privatizzazione del sistema sanitario nella regione di Madrid, o la vittoria dei residenti contro progetti speculativi nel quartiere Gamonal, a Burgos.

Una sola vittoria chiara e netta su un tema centrale si è avuta a livello dello Stato: il PP è stato costretto a ritirare il suo progetto reazionario contro il diritto delle donne a decidere sull’aborto, e questo ha provocato le dimissioni del ministro della Giustizia. Agli occhi di gran parte degli attivisti, la lotta sociale non raggiungeva i suoi obiettivi perché occorreva combinarla con quella politico-elettorale.

In questo contesto, in cui si combinano la disaffezione verso i partiti istituzionali e l’incapacità della mobilitazione sociale di rovesciare la situazione politica, Podemos è stato visto come strumento del cambiamento da parte di molti attivisti sociali come pure di ampi settori della popolazione. Se ne è avuta la conferma alle elezioni europee, sia con i risultati (1.200.000 elettori, pari al 7,8% dei voti espressi e 5 deputati eletti), sia con la rapida creazione di circoli e la partecipazione ai comizi. Ma, oltre a questo, anche con l’affluenza in massa, da quel momento, di attivisti di sinistra e di persone non militanti, incluso gente senza esperienza politica, nei circoli di Podemos.

Il successo di Podemos si spiega con tre fattori:

  1. Innanzitutto, un discorso chiaro di radicale denuncia delle vecchie pratiche politiche antidemocratiche con cui Podemos vuole rompere e un messaggio diretto e semplice: è possibile promuovere una politica alternativa ai diktat della Troika. Messaggi accompagnati dalla denuncia della subordinazione alla Troika di una “casta” politica corrotta installata negli ingranaggi dello Stato, causa della politica di austerità e dello stesso protrarsi della crisi.
  2. In secondo luogo, il fatto di avere messo in piedi una struttura aperta (quindi ravvicinata) ai cittadini, consentendo loro di partecipare alle decisioni di Podemos: sulla scelta dei/delle candidati/e alle elezioni, sulla definizione della linea politica e l’elezione dei membri degli organismi dirigenti, sinonimo di trasparenza, di orizzontalità e di prossimità. Il che significa: dare la parola ai cittadini, al di là delle strutture di partito.
  3. In terzo luogo, avere lavorato e ottenuto grande risonanza mediatica sia sui grandi mezzi di comunicazione di massa audiovisivi, sia fra le reti sociali.

Un sisma politico

Per questo l’“effetto Podemos” ha destabilizzato il panorama politico e il sistema dei partiti, investendo in particolare il Partito Socialista Operaio spagnolo (PSOE), come pure Sinistra Unita (IU). Il primo cerca di ricomporre la propria direzione, ma si vede al contempo costretto a dimostrarsi disponibile a patti di Stato con il PP per contrastare la minaccia di “rottura”. Da parte sua IU, secondo i sondaggi attualmente la più colpita dall’ascesa di Podemos, è nel pieno di un processo di rinnovamento del suo gruppo dirigente, con l’intenzione di convergere con Podemos, senza tuttavia mettere per questo in discussione taluni aspetti della sua politica istituzionale e neanche la sua partecipazione al governo regionale andaluso insieme al PSOE o il suo atteggiamento tollerante nei confronti del governo del PP in Estremadura.

In questo momento, i sondaggi riguardanti le elezioni generali [che erano previste per la fine del 2015 alla data della stesura dell’articolo], registrano l’intenzione di voto per Podemos tra il 18% e il 22%, con la possibilità che finisca in testa, cosa che equivarrebbe al 25-27%. Podemos diventerebbe in tal modo la seconda forza e Pablo Iglesias è uno dei leader più stimati dalla popolazione.

L’ipotesi che Podemos riesca a ottenere la maggioranza sufficiente per arrivare al governo tende a diventare un incubo per i “poteri effettivi” dentro e fuori  l’Europa. La potenziale irruzione di una forza suscettibile di infrangere l’alternanza tra la destra e la socialdemocrazia al potere negli ultimi trent’anni, che aspira a spazzare via la “casta” e a cambiare rotta è sufficiente a dimostrare che la paura ha cambiato campo.

L’eventualità dell’accesso al governo di Podemos, come di Syriza in Grecia, è un’assoluta anomalia storica nei sistemi bipartitici europei: un punto di rottura elettorale che riflette la grave crisi politica degli Stati spagnolo e greco. Per quanto tuttavia si tratti di un punto di rottura elettorale, non va dimenticato, parafrasando Marx, che in certi casi processi di rottura sociale cominciano esprimendosi prima attraverso rotture politiche (diciamo, in questo caso, la rottura con la casta) e che non vanno presi alla leggera. Nella crisi sistemica che stiamo vivendo è fondamentale capirlo, perché questo ci pone di fronte a prospettive politiche e sociali assenti da decenni.

Per questo, al di là dei limiti e delle contraddizioni che possiamo scorgere attualmente in Podemos, sarebbe un grave errore non capire le dinamiche di fondo e l’importanza storica del suo slancio.

Un progresso vertiginoso

Con oltre 280.000 iscritti e la creazione in meno di un anno di un migliaio di circoli che comprendono migliaia di attivisti, si è costretti a riconoscere che Podemos ha conosciuto una crescita senza precedenti. Ora, Podemos nasce in un momento di riflusso sociale, in un momento in cui la crisi non si traduce in sviluppo delle dinamiche associative, né in adesione ai sindacati, ecc., ma in cui aumenta la rabbia, ma anche la disperazione.

Non vi è dubbio che un momento del genere abbia influito sulla sua strutturazione e sul processo che è sfociato nell’Assemblea cittadina dello scorso ottobre, in cui Podemos si è dotato di un orientamento politico e di una struttura organizzativa, ma che non è stata un congresso del tipo di quelli cui siamo abituati.

C’è stata una prima fase con una riunione di militanti di tutto il paese a Madrid, in cui sono stati presentati i documenti e le proposte di risoluzioni posti in discussione (senza voto), e una seconda fase in cui il voto è avvenuto via internet. Alla prima hanno assistito 7.000 persone e, al momento del voto, la partecipazione si è alzata a 112.000 per i documenti e a 107.000 per le strutture dirigenti (Comitati cittadini, segreteria generale e segretario generale).

Il successo di Podemos non è stato solo quello di avere un discorso collegato a larghi strati della popolazione (come è accaduto a suo tempo al movimento degli indignati), ma di articolare un’organizzazione “aperta” di cui la gente si sentiva parte integrante. Questo costituisce un elemento importante, che però non è esente da problemi dal punto di vista democratico, come vedremo.

Passate le elezioni, essendo riuscito a trasformare l’indignazione, o perlomeno una parte di essa, in espressione politica, a Podemos si presentava una triplice sfida per trasformarsi in leva di cambiamento sociale, non solo in macchina per vincere le elezioni:

  • ŸOrganizzare i settori mobilitati fino ad allora.
  • ŸDotarsi di un programma politico concreto, al di là delle formulazioni generiche.
  • ŸTrasformare la speranza suscitata in vasti strati popolari in mobilitazione sociale e in base elettorale.

Ciò che Podemos potrà fare di fronte a queste sfide dipenderà dal processo apertosi dopo l’Assemblea cittadina (i congressi). Per ora, si può solo dire che nell’indirizzo maggioritariamente adottato questa prospettiva è del tutto assente. Tuttavia, lo sviluppo futuro diPodemos non evolverà solo in funzione di quanto si è deciso nell’Assemblea, ma dipenderà anche dai nuovi eventi interni ed esterni.

Lo sviluppo di Podemos è stato ed è ancora contraddittorio. Da un lato, si alimenta di settori che si organizzano per le prospettive che apre alla sinistra e per le nuove forme di partecipazione e di democrazia che inaugura; fra queste, la parte più attiva si organizza nei circoli e dovrà pensare a decidere assi di intervento al di là delle campagne elettorali. Dall’altro lato, tuttavia, il gruppo dirigente cerca di inglobare l’attività dei circoli in un progetto politico elettorale al 100%: questa direzione ha bisogno di restare al di sopra, praticamente al riparo da qualsiasi controllo democratico.

Che cosa è emerso nell’Assemblea cittadina?

L’Assemblea cittadina dello scorso ottobre ha costituito il momento per stabilire l’orientamento politico – non solo elettorale – e il modello organizzativo. Dal momento in cui il gruppo dirigente ha optato per la formula di documenti alternativi, respingendo ogni diritto di emendamento (l’unica possibilità era fondere dei testi), abbiamo assistito a un procedimento falsato in partenza. Si sono mescolate l’inflazione di documenti (più di 200 documenti, che la maggio parte dei votanti non ha neanche letto) e l’assenza di dibattito collettivo. In questo modo, la democrazia formale (la partecipazione di 110.000 persone al voto via internet) ha ucciso la democrazia reale, che si nutre del processo di dibattito collettivo. In Podemos non esiste spazio alcuno per effettuare una scelta approfondita, presupposto indispensabile per la qualità democratica, in quanto le formule virtuali, a mio avviso, sono utili, ma non consentono di approfondire il dibattito.

Nonostante questo, grosso modo, ci sono state due proposte alternative sul modello organizzativo, che in qualche modo catalizzavano due distinti progetti politici per Podemos.

ŒLa proposta sostenuta dalla squadra di Pablo Iglesias e che ha ottenuto una larga maggioranza si sforza di fare di Podemos uno strumento pressoché esclusivamente orientato all’avvento al governo alle prossime elezioni. Per queste persone, l’attuale crisi politica non può protrarsi all’infinito e si deve approfittare di questa “finestra d’opportunità” prima che si richiuda. Per riuscirci, credono che un gruppo dirigente monolitico e senza contestazione interna sia la condizione imprescindibile. Ne deriva la loro proposta organizzativa, in cui la struttura organizzata di Podemos (i circoli) non ha alcun ruolo. L’attuale gruppo dirigente si regge sul “bonus” di legittimazione del loro leader agli occhi della larga maggioranza degli iscritti a Podemos, nonché sul controllo del gruppo addetto alla stampa per fare andare avanti le sue proposte, passando sulla testa di quel che pensano i circoli.

Si tratta di un fattore importantissimo, perché l’attuale gruppo dirigente ritiene indispensabile il proprio ruolo, non solo per costruire Podemos, ma per vincere le elezioni. La permanenza e preminenza dei membri della direzione, quindi, costituiscono di per sé un fattore determinante in ogni loro ragionamento. E per vincere le elezioni sono convinti che il programma debba moderare le sue precedenti formulazioni (quelle presentate alle elezioni europee) per riuscire a conquistare il centro e contendere al PSOE la gestione del campo socialdemocratico. Analoga è la loro posizione sul governo: il nucleo di Pablo Iglesias ritiene di essere la sola squadra in grado di garantire che vada in porto il progetto sociale e politico di Podemos.

Il progetto alternativo, alla cui testa si trovano gli/le eurodeputati/e Pablo Echenique, Teresa Rodríguez e Lola Sanchez, e intorno al quale c’è stata la convergenza di vari settori, sosteneva la necessità di strutturare Podemos dal basso in alto, con organismi di direzione collegiali e pluralisti. Attribuiva maggiore importanza al movimento politico-sociale che non alla pura e semplice formula elettorale.

Quanto al documento politico adottato dall’Assemblea, contiene una buona analisi della situazione, ma non vi si trova alcune proposta. L’unico messaggio è che lo sforzo va concentrato sulla vittoria alle legislative. Di conseguenza, il compito è quello di costruire l’apparato elettorale di Podemos e di non mettere in gioco il suo prestigio partecipando alle elezioni comunali (veto che non esiste per i governi delle regioni autonome), il che pone un problema politico di primo piano per l’importanza delle elezioni comunali nella configurazione dei rapporti di forza politici. A parte questo, però, un vuoto profondo. Scarsi elementi strategici, scarno bagaglio programmatico e nessuna riflessione o proposta sul movimento sociale.

Così come lo si è formulato, il modello di partito uscito dall’Assemblea cittadina è molto convenzionale, gerarchico e in mano a una élite assai ristretta. Benché secondo il modello organizzativo varato i responsabili eletti di Podemos possano essere revocati, esso non consente l’esercizio di un dibattito democratico con potere decisionale nelle strutture organizzate: Tutto rimane alla merce’ di quel che si decide in seno alla partecipazione cittadina via internet, in cui l’opinione pubblica, non essendo articolata a livello territoriale, è “dominata” dal nucleo dirigente tramite i mezzi di comunicazione di massa, dato che per la gente la figura di riferimento è Pablo Iglesias.

Così, un elemento positivo – la partecipazione aperta alle decisioni – si trasforma in un elemento dalla dubbia efficacia democratica nella misura in cui non si struttura attraverso naturali spazi territoriali. Così, quello che può sembrare uno spazio autenticamente democratico si traduce in spazio basato sulla disuguaglianza, senza alcun correttivo: non tutti hanno gli stessi accessi ai mezzi di comunicazione di massa. Così, la democrazia si trasforma in plebiscito, due cose in certo senso antagonistiche. Ad esempio, al momento di eleggere i candidati agli organismi dirigenti, il sistema delle liste bloccate elette a scrutinio maggioritario comporta che con il 75% dei voti si ottenga il 100% della rappresentanza, cosa che normalmente andrà bene per la candidatura che verrà appoggiata pubblicamente da Pablo Iglesias.

La natura del progetto

L’Assemblea cittadina ha chiuso una fase e ne ha aperta un’altra, i cui elementi essenziali sono tre: la trasformazione di Podemos in partito politico centralizzato e verticistico al massimo, l’esclusione dalla direzione dei settori più a sinistra e la svolta verso la preparazione della vittoria elettorale alle prossime politiche. Un obiettivo deciso come centrale ed esclusivo.

Il progetto verrà attuato tramite un modello organizzativo centralizzato e basato su una “macchina da guerra elettorale”, con alla testa la leadership carismatica di Pablo Iglesias, e con la ratifica delle sue decisioni grazie a un meccanismo plebiscitario, come è stato fino ad ora.

La sua strategia passa per l’adeguare il discorso alle esigenze elettorali e al “senso comune” dominante al livello di coscienza del grosso della popolazione cui si rivolge. Non si tratta dunque di un partito di militanti né di un partito-movimento. Si tratta di un partito elettorale di tipo nuovo, che non sembra aspirare a un ancoraggio territoriale, grazie alla deliberazione interna e alla partecipazione dei circoli alla sua costruzione.

Podemoscombina la scarsa concretizzazione del suo progetto di cambiamento sociale e il continuo riadattamento di questo in funzione delle esigenze elettorali e del sostegno sociale, con la formulazione di proposte concrete sempre più pragmatiche  volte a ricercare consenso nei ceti medi e a rafforzare la propria “rispettabilità” come forza politica. In questo senso, relega in secondo piano il rapporto con i movimenti sociali.

Il bilancio provvisorio che ne va ricavato è che in questo processo è risultato vincente il progetto rappresentato da Pablo Iglesias e dal gruppo che è stato eletto a far parte del Comitato cittadino. Un progetto che aspira ad agglutinare una maggioranza elettorale intorno alla polarizzazione di “gente” contro “casta”, “popolo” contro “oligarchia”, e che tende a subordinare a questa polarizzazione l’inserimento nel suo discorso e nel suo programma di altre risposte e domande in funzione del criterio: aiutano o no a costruire l’unità nazional-popolare la più ampia possibile per “vincere” le prossime elezioni politiche.

Ora, la legittima aspirazione a non perdere l’opportunità offerta dall’attuale crisi del regime e, ancor più, dal declino dei due principali partiti, porta a un’evoluzione del gruppo dirigente tendente a moderare il programma con cui si era presentato alle europee su problemi chiave. Si cerca così di apparire come un’alternativa di governo “realistica”, con il senso della “responsabilità di Stato”, di cui farebbero parte “i migliori” (le persone esperte in ogni singolo campo). La moderazione del programma elettorale e del discorso di Podemos è stata parallela alla crescita delle sue aspettative elettorali e al suo sviluppo verso un modello di comportamento vicino a quello dei partiti “acchiappa-tutto”.

Si è passati dalla ricerca della “centralità” – mettendo in primo piano temi cruciali che interessano larghi strati della popolazione, a prescindere dai riferimenti ideologici – al tentativo di contendere al PSOE il “centro” politico. Di qui la nuova immagine socialdemocratica che si progetta per cancellare il passato più a sinistra del programma elettorale delle europee.

Il progetto di programma economico, affidato a due docenti universitari, è economicamente keynesiano e politicamente socialdemocratico. È stato lo strumento che ha permesso di condurre in porto l’operazione. Il modello di comportamento populista della direzione fa sì che nel rapporto diretto e senza mediazioni con l’elettorato sia possibile combinare messaggi molto diversi. La strategia populista non è soltanto un “discorso vuoto”: Gli argomenti e le proposte della direzione di Podemos possono variare a seconda di quel che ritiene più opportuno ad ogni momento, e potremmo conoscere svolte in varie direzioni.

Non dobbiamo dunque analizzare Podemos come una forza anticapitalista o con vocazione a diventare tale, ma come un disegno nazional-popolare spagnolo (incluso con la contraddizione che questo gli crea in Catalogna e altrove), anti-neoliberista e a favore della rottura democratica con il regime del 1978. Una forza che – benché nella sua direzione, al vertice, non si sia lasciato spazio a coloro che sostenevano proposte diverse durante il percorso delle assemblee – fa i conti al suo interno con una pluralità di sensibilità e attivisti disposti a continuare a dare battaglia per “vincere” – non solo sul piano elettorale, ma anche su quello politico e sociale – creando e costruendo potere popolare.

Verso avanti

Ora resta da vedere il risultato che avranno sia il processo di articolazione interna (che include l’elezione dei Comitati locali e poi regionali e si concluderà a gennaio), sia quello delle elezioni comunali (maggio 2015), a cui Podemos non parteciperà con candidati propri ma all’interno di candidature di unità  popolare. La conclusione di entrambi questi processi consentirà di avere un quadro più completo della realtà organizzativa e istituzionale di Podemos, e del peso delle differenti sensibilità che ne fanno parte.

Finora, il nucleo dirigente – lo sottolineo, perché non mi riferisco ai militanti di Podemos mantiene una calcolata ambiguità quando deve impegnarsi nelle iniziative di mobilitazione, come ha fatto di recente rispetto alle Marce per la dignità del 29 novembre. L’unico gesto mobilitante che abbia fatto il nuovo Comitato cittadino (organismo di direzione larga) è stato quello di fare appello a una manifestazione il 31 gennaio in difesa di Podemos dagli attacchi della destra, come strumento per misurare il sostegno sociale di cui dispone. Una manifestazione le cui modalità restano da decidere e che, da parte nostra, cercheremo di trasformare in denuncia della corruzione e delle politiche antisociali da condurre in modo unitario con altre forze, poiché come mera autoproclamazione di Podemos non andrebbe molto avanti.

A parte questo, tuttavia, il fenomeno Podemos ha innescato la comparsa in seno alle Comisiones Obreras (CCOO) di una tendenza critica, Ganemos-CCOO, che ha lanciato un manifesto sottoscritto da 1001 delegati/e sindacali. Questa tendenza esige la rivitalizzazione del sindacalismo, le dimissioni del segretario generale, si oppone al dialogo sociale [concertazione] e si richiama a un sindacalismo di lotta. Resta da vedere quale sarà l’evoluzione, ma non è assurdo puntare sul fatto che il fenomeno Podemos – come espressione della crisi politica e sociale – vada ben oltre l’angusto quadro elettorale che attualmente costituisce il suo progetto dominante.

Il ruolo di Sinistra Anticapitalista

Podemoscatalizza ed agglutina migliaia di attivisti, che vedono in questa forza politica uno strumento utile a far cadere il regime della riforma e ad affrontare la Troika. Sinistra Anticapitalista (IA), che ha partecipato al lancio dell’iniziativa, al di là delle importanti divergenze che ha con l’evoluzione attuale della direzione, non può e non deve rinunciare alla costruzione di questa alternativa.

Podemoscostituisce, di gran lunga, la migliore iniziativa che sia riuscita a promuovere la sinistra radicale da anni nello Stato spagnolo. Per questo è necessario seguire il lavoro di costruzione e di sviluppo di questa organizzazione, ricercando la convergenza al suo interno con altri settori e sensibilità con cui ci si possa mettere d’accordo vista dei problemi che si presenteranno in futuro, ad esempio: la democrazia interna, la partecipazione politica a partire dal basso, la sfida per un programma di rottura e l’inserimento nei movimenti sociali.

Ancor più, salvo novità che al momento non è dato prevedere, lavorare a consolidare i circoli di Podemos, al loro ancoraggio ai movimenti sociali e l’inserimento nelle mobilitazioni contro le politiche in atto, costituisce il migliore antidoto per evitare che Podemos resti limitato a un mero apparato elettorale o subordinato ai suoi eletti.

Nulla è scritto in partenza. Nel caso in cui arrivasse al governo, Podemos sarà sottoposto a molteplici tensioni e pressioni, per lo scarso margine di manovra che hanno le politiche di cambiamento, anche quelle riformiste, nell’attuale contesto di crisi. Podemos non tarderà a vedersi costretto a scegliere se sottomettersi per “realismo” ai diktat dei mercati o sostenere con la mobilitazione sociale un programma di rottura con questi. Non si può neanche scartare l’eventualità che una vittoria elettorale di Podemos incoraggi la ripresa della mobilitazione sociale contro l’establishment politico ed economico, cosa che aprirebbe lo spazio a un fronte di pressione popolare favorevole a un cambiamento a vantaggio del popolo e perché il governo non ceda al ricatto dei poteri finanziari.

Per questo, al di là delle sue contraddizioni, Podemos è lo spazio prioritario per avanzare verso la rottura con il regime del 1978 e l’austerità della Troika. Podemos è il progetto che debbono sospingere gli anticapitalisti dello Stato spagnolo. La referenza più forte di Podemos nella società è il fatto che rappresenta un movimento di rottura più che un possibile gestore “sano” del sistema.

Trasformare Podemos in strumento di necessario cambiamento sociale non sarà un lavoro facile: Di fronte all’impasse della mobilitazione sociale, le aspettative elettorali incidono pesantemente e ci sono difficoltà ad animare vita e funzionamento delle strutture di Podemos. Occorre cominciare a costruire un’organizzazione robusta in grado di affrontare le sfide attuali e porre freno alle dinamiche elitarie imposte dalla presente direzione di Podemos, che lasciano scarso spazio alla partecipazione militante.

Per gli anticapitalisti è fondamentale capire che, perché Podemos vada nella giusta direzione, è indispensabile animarne il funzionamento collettivo e riuscire a impegnarlo nelle dinamiche sociali. L’obiettivo è trasformarlo in un’organizzazione capace di rispondere ai bisogni della gente e di dare impulso alle mobilitazioni e all’autorganizzazione degli/delle oppressi/e. Riuscirci richiederà uno sforzo raddoppiato per IA, su vari terreni. Ad esempio, senza voler essere esaustivi: dare impulso al lavoro collettivo per consolidare i militanti anticapitalisti come quadri politici di Podemos, in grado di capire la situazione politica e le sfide che presenta, di avere la duttilità sufficiente per reagire a un processo mutevole e di sviluppare iniziative politiche a livello sia dei movimenti sociali sia delle istituzioni.

Concretamente, visto che il regolamento interno di Podemos vieta che al suo interno esistano partiti di portata nazionale, IA dovrà modificare la sua forma giuridica. La strategia di promuovere le mobilitazione e l’autorganizzazione degli oppressi implica che gli anticapitalisti diano vita a uno spazio di lavoro e di elaborazione che permetta che si generino idee, coesione, proposte. Ma presuppone anche che lo si faccia con quei settori che, in seno a Podemos, condividono gli obiettivi di trasformazione democratica e di rafforzamento delle posizioni di sinistra.

Non sfuggono a nessuno le difficoltà del momento e le contraddizioni esistenti in Podemos. La soluzione non è né sfuggirle né adattarsi alla dinamica predominante, ma di mantenere la necessaria tensione. È la sola garanzia per avanzare nella costruzione di un’alternativa anticapitalista. I progressi lungo questo cammino sono importanti non solo per la situazione nello Stato spagnolo. I successi di Podemos alle elezioni europee e il folgorante sviluppo che ne è seguito hanno avuto un’eco importante e costituiscono un argomento di riflessione nella sinistra anticapitalista europea. I passi che si faranno nello Stato spagnolo avranno rilevanza anche per questi settori, impegnati nella costruzione di alternative politiche anticapitaliste in tutta Europa.

(Madrid, 9 dicembre 2014). Pubblicato sul numero 611 di “Inprecor”. Trad. di Titti Pierini.

[1] Manuel Garí è membro della redazione della rivista “Viento Sur”, militante di Izquierda Anticapitalista (IA, sezione della Quarta Internazionale nello Stato spagnolo) e membro di Podemos. Per altri articoli suPodemos si veda dello stesso autore Somos todos Podemos? e anche, di Martí Caussa, Podemos y el derecho a decidir (su una prima verifica in Catalogna della pericolosità dell’adattamento al senso comune teorizzato da Pablo Iglesias).