Belgio, una prova di forza

L’articolo, ripreso da Movimento operaio che vi proponiamo è stato scritto il giorno prima dello sciopero generale che ha coinvolto tutto il BelgioLo sciopero è riuscito. In molte zone del Belgio la partecipazione è stata maggiore rispetto agli scioperi  a ventaglio che hanno coinvolto le diverse città e regioni del paese le settimane precedenti (vedi cronache dal Belgio in lotta). A differenza di quanto è avvenuto in Italia, dove le burocrazie sindacali hanno timore di una lotta prolungata che potrebbe sfuggirle di mano, in Belgio le lavoratrici e i lavoratori sono impegnati in uno scontro durissimo contro il governo che sta attuando misure simili a quelle di Renzi. Eppure il 12 dimostrato che anche in Italia vi è una forte disponibilità alla mobilitazione. In Belgio ora lo slogan più frequente è “dopo il 15, si continua!”. Deve essere da esempio anche al movimento dei lavoratori nel suo insieme del nostro paese per arrivare alla cacciata del governo Renzi, al ritiro del Job acts, della legge di stabilità e del piano di privatizzazione della scuola pubblica (ndr.)

Bisogna vincere! Si continua, non si molla per niente!

di Daniel Tanuro, traduzione di Gigi Viglino, 14 dicembre 2014

bruxelles-7Quando la lotta di classe supera un certo livello di conflittualità, il compromesso non è più possibile. Si ingaggia una prova di forza, al termine della quale non si torna mai sulle posizioni di partenza: ci sono inevitabilmente un vincitore e un vinto.

Hanno scelto la prova di forza

A qualche ora dall’inizio dello sciopero di 24 ore del 15 dicembre, non ci può essere più dubbio: il governo Michel-De Wever e il padronato hanno scelto la prova di forza. Non cedono su nulla, nemmeno sulle briciole delle quali si accontenterebbero certi dirigenti sindacali. Al contrario: lanciano minacce.

Passando dalle «teorie» delle quali dibatteva nel suo circolo di estrema destra, alla pratica al vertice dello Stato, Jan Jambon si prende per ministro della polizia e dichiara che «si assicurerà,ora per ora, che lo sciopero sia ben proporzionato e che, se del caso, farà intervenire la polizia».

È inaccettabile che un Ministro degli Interni si arroghi il diritto di giudicare se gli scioperi sono «sproporzionati» o no, e di decidere di farvi intervenire la polizia: in questo paese, il mantenimento dell’ordine è prerogativa dei sindaci e non del governo.

La NVA [Nuova Alleanza Fiamminga], non è la sola ad agitarsi. Denis Ducarme chiede una legge che in caso di sciopero garantisca i «diritti» di quelle e quelli che vogliono lavorare. I picchetti non devono esercitare nessun impedimento all’ingresso in fabbrica, per non parlare di bloccare zone industriali. Un testo che secondo il capo del gruppo MR [Movimento Riformatore] è in preparazione alla Camera,

Minacce al diritto di sciopero

È chiaro che una tale legge sarebbe utilissima per i padroni: gli permetterebbe di esercitare una pressione ancora più efficace per obbligare gli interinali e gli altri lavoratori precari a comportarsi da crumiri. Gli permetterebbe anche di assumere dei crumiri veri e propri, come si faceva nel 19° secolo.

In realtà, le minacce di Jambon, Ducarme e Co. non cadono dal cielo: sono le federazioni padronali che danno loro il tono. L’amministratore delegato della FEB [Confindustria], Pieter Timmermans, ha dichiarato alla stampa: «Tutte le associazioni padronali hanno inviato una lettera ai sindaci, ai governatori e al Ministro degli Interni per dire loro: ‘Voi avete una responsabilità, contiamo su di voi per fare rispettare tutti i diritti: il diritto di sciopero ma ugualmente i diritti di quelli che vogliono lavorare’».

In pratica, il «diritto al lavoro» sostenuto da questi Signori ci riporterebbe indietro di circa cento anni. Infatti, l’articolo 310 del codice penale, che vietava che «riunioni di operai in prossimità delle fabbriche e attorno alle fabbriche» minacciassero la «libertà di lavorare», è stato abolito nel 1921.

In base all’articolo 310, a più riprese nella storia sociale, operai sono stati gettati in carcere e le truppe sono state mandate contro gli scioperanti, facendo numerosi morti, in particolar nel 1886. Non siamo certo a quel punto … Però, quelle e quelli che pensano che quell’epoca sia tramontata per sempre dovrebbero domandarsi perché la dichiarazione del governo prevede di piazzare l’esercito nelle strade  (senza essere molto precisi sui motivi) …

La tentazione dello Stato forte

Bisogna guardare in faccia la realtà. La portata della lotta ingaggiata con la manifestazione del 6 novembre è cresciuta ed è diventata più nettamente politica. Oggi non si tratta soltanto di sbarrare la strada alle misure di austerità crudeli e ingiuste previste dal governo. Si tratta in più di schiacciare nell’uovo ogni tentativo di andare verso uno Stato forte. Uno Stato in cui i sindacati sono tollerati se servono da cinghia di trasmissione alla politica neoliberista, ma sono messi fuori gioco e repressi se difendono gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da molto tempo, il padronato invischia i sindacati in una politica di concertazione sperando di potere un giorno cambiare registro, attaccarli per potere ridurre radicalmente la loro forza e il loro peso. Il governo Michel-De Wever gli offre un’opportunità di mettere in atto questo piano, la cui esecuzione è indispensabile per poter lanciare in futuro attacchi ancora più radicali contro il pezzo forte del movimento operaio: la sicurezza sociale.

Bisogna vincere

Quindi, per il movimento sindacale, non c’è da esitare: non c’è altra opzione accettabile che la vittoria. È possibile? Sì, le settimane passate lo dimostrano. Mostrano la formidabile forza potenziale della classe operaia. Mostrano anche che il clima ideologico e i rapporti di forza possono cambiare molto rapidamente quando i/le lavorat/ori/rici prendono coscienza della propria forza.

Per vincere bisogna osare mobilitare e impiegare questa forza, della quale si vede ancora solo una piccola parte. Questo richiede un piano di azione che continui in crescendo al di là del 15 dicembre, in fronte comune, come ha appena richiesto il congresso nazionale della Centrale Generale. Questo richiede ancora maggiori sensibilizzazione e coinvolgimento democratico della grande massa e de/gli/lle iscritti/e. Questo richiede di aggiungere almeno due rivendicazioni unificanti alla piattaforma del fronte comune: il ritiro della pensione a 67 anni e l’abolizione delle misure sulla disoccupazione del governo Di Rupo.

La CGSP [Centrale Generale dei Servizi Pubblici] ha deposto un preavviso di sciopero illimitato a partire dal 16/12. La CNE [Centrale Nazionale degli Impiegati], la CGSP-ALR [Amministrazioni Locali e Regionali] di Bruxelles e la MWB [Metalmeccanici] lanciano l’appello a bloccare il vertice europeo del 19-20 dicembre. Da qui alle vacanze, tutte le iniziative di questo genere – come gli scioperi di fabbrica o di settore – devono permettere di mantenere la pressione. In tal modo si creeranno le condizioni migliori per riprendere la mischia all’inizio di gennaio, tutti assieme.

Affrontare la lotta politica

C’è il rischio molto grande che il governo passi in forza al Parlamento subito dopo lo sciopero del 15. In tal caso, per vincere occorrerà esigere il ritiro delle misure votate. I sindacati lo hanno fatto molto di rado in questo paese, poiché ciò implica opporre la legge della strada alla strada della Legge. In altri termini, contestare la legittimità democratica degli eletti e, di conseguenza, precipitare la caduta del governo.

Per vincere, occorre prepararsi a dire che tale contestazione è pienamente giustificata e che la caduta del governo è necessaria, non solo per ragioni sociali, ma anche per ragioni democratiche.

In primo luogo è giustificata perché il governo Michel-De Wever applica decisioni che non figuravano nel programma di nessun partito della coalizione (ad esempio la pensione a 67 anni).In secondo luogo, è giustificata perché le esigenze poste da sindacati che contano 3,5 milioni di membri, e sostenute nell’azione da decine di migliaia di militanti sono più legittime di una dichiarazione governativa escogitata in segreto dai rappresentanti di quattro partiti che, insieme, contano circa 200.000 iscritt.e.i

Infine, è giustificata perché questo governo si definisce da sé come un governo della minoranza sociale, che rispetta e della quale fa parte, contro la maggioranza sociale che disprezza e le cui sofferenze ignora. È scritto nero su bianco nella sua dichiarazione di governo: «Gli imprenditori sono persone che assumono rischi. Chi intraprende crea un plusvalore per sé e per gli altri (sic!), la base della prosperità e del benessere. Essi meritano per questo rispetto e stima».

Nessun altro passaggio di tale testo dice il suo «rispetto» e la sua «stima» per quelle e quelli che, con il loro lavoro, creano le ricchezze, assicurano i servizi indispensabili e prodigano le cure alle persone. Significa che questa citazione è contraria al principio dell’uguaglianza di diritti tra tutti i cittadini, qualunque sia la loro condizione. È inaccettabile.

Cacciamo questo governo

Lo martelliamo fin dall’inizio: bisogna cacciare questo governo dei padroni. È il solo mezzo per imporre le quattro rivendicazioni del fronte comune sindacale e il ritiro di tutte le misure di austerità., D’ora in poi è anche l’unico mezzo per spezzare l’offensiva antidemocratica che minaccia il diritto di sciopero e, di conseguenza, tutti i diritti democratici.

Indietreggiare è fuori discussione, sotto nessun pretesto. Perché, se mai fossimo battuti, i Sgg Jambon, Ducarme, De Wever, Timmermans e tutta la loro cricca si vendicherebbero dello spavento che il piano di azione gli ha causato. Si vendicherebbero attaccando le nostre organizzazioni, per indebolirle e ridurre i nostri diritti.

Cacciare questo governo non garantisce evidentemente un’altra politica, più favorevole al mondo del lavoro. Ma sarà nondimeno una vittoria, strappata con la lotta. Dunque un avvertimento a tutti i governi futuri (in particolare al PS, se torna al potere per condurre una politica neoliberista!). Per i lavoratori, sarà un incoraggiamento a elaborare con le loro organizzazioni il piano di urgenza anticapitalista, il solo che può offrire un’alternativa alla distruzione sociale ed ecologica. La FGTB di Charleroi ha aperto una breccia con i suoi 10 obiettivi e le sue 8 domande. Allarghiamola!

No allo Stato forte! Si continua, non si molla per niente!

Sull’inizio delle mobilitazioni si veda su questo stesso sito Cronache dal Belgio in lotta