AST di Terni, la Fiom regge ma serve una strategia

di Sergio Bellavita, portavoce di “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil”, da Il sindacato è un’altra cosa

Il giudizio più importante di un accordo è sempre quello che i lavoratori che hanno lottato esprimono con parole e gesti, più che con il voto. Molto probabilmente il sentimento prevalente in questo caso non sarà ne di vittoria ne di sconfitta.

Certo l’azienda ha dovuto modificare radicalmente le posizioni iniziali, c’è un impegno industriale concreto che mantiene viva la prospettiva industriale dell’acciaieria ma il prezzo che comunque pagano e pagheranno i lavoratori di Terni è salato: 290 esuberi, sebbene tutti volontari sono comunque licenziamenti, ed una significativa riduzione del costo del lavoro a vantaggio di Thyssen tra risorse pubbliche e rivisitazione della contrattazione integrativa. Se la cattiva gestione di alcuni passaggi nel rapporto con i lavoratori sulla gestione degli scioperi, come avevamo giustamente denunciato, ha rischiato di far precipitare la vertenza nel baratro, bisogna positivamente prendere atto che l’ipotesi di accordo sottoscritta ieri 3 dicembre testimonia che la Fiom ha recuperato ed ha retto. Il merito è soprattutto dei lavoratori, della loro straordinaria lotta ma anche del gruppo dirigente che ha gestito la vertenza e la trattativa. Certo davanti a quella straordinaria disponibilità alla lotta non c’è stata quell’escalation che poteva fare dell’Ast un modello generale di resistenza, non c’è stata l’occupazione dello stabilimento sostenuta da una necessaria ipotesi di nazionalizzazione della produzione degli acciai speciali in Italia, non c’è stata l’unificazione con altre vertenze che poteva costruire una prospettiva di mobilitazione generale contro la crisi.

Il tema di quale strategia debba avere la Fiom, davanti a ristrutturazioni sempre più complicate, sempre più cruente sulla vita dei lavoratori e con sempre meno margini di gestione soft, esiste e non può essere rimosso. Il sindacato deve fare i conti con la dimensione del conflitto che ci viene imposto e costruire una linea adeguata senza la quale, come peraltro già avviene, gli accordi saranno solo a perdere per i lavoratori e le lavoratrici.