Dalla Palestina all’Irak, la crisi nel Medio Oriente si allarga

di David Finkel, redattore di Against the Current e membro di Solidarity, traduzione di Gigi Viglino

13 agosto 2014

I cessate il fuoco – brevi interruzioni nella distruzione di Gaza da parte di Israele – vanno e vengono , per una semplice ragione: Israele non toglierà il blocco, l’assedio, lo strangolamento di Gaza, né gli Stati Uniti la obbligheranno a farlo. La linea ufficiale è che il blocco non finirà «finché non cessano i lanci di razzi e Hamas non sarà disarmata». La realtà è che se Hamas fosse disarmata e i lanci di razzi cessassero, il blocco continuerebbe comunque, e il popolo di Gaza lo sa, poiché l’obiettivo reale di Israele è schiacciare la popolazione e distruggere la volontà del popolo di resistere. Prima a Gaza, poi nella Cisgiordania occupata e in tutta la Palestina.

Se fosse possibile espellere la popolazione di Gaza, l’attuale governo di Israele prenderebbe in seria considerazione quella opzione. Poiché l’espulsione non è fattibile fisicamente o politicamente, l’alternativa è una massiccia distruzione. La realtà è questa, brutale, chiara e netta, e tutte le spiegazioni che la fanno sembrare «complicata» sono fraudolente.

Questa volta il mondo è più consapevole che mai, che le scuole delle Nazioni Unite, i rifugi, gli ospedali, e i bambini per le strade sono stati colpiti deliberatamente. Il regime di Israele ha chiarito che non gli importa che si sappia. Il conto di questo massacro sarà pagato, ma non molto presto – non finché la miserabile amministrazione Obama pubblica dichiarazioni quotidiane sul «diritto di Israele di difendersi» e vanta la partecipazione USA allo Iron Dome [Cupola di Ferro].

Come ha osservato giustamente Noam Chomsky, quello che Israele sta facendo nei Territori Palestinesi Occupati non è come l’apartheid del Sudafrica: è molto, molto peggio. In effetti, il regime dell’apartheid nel suo momento più sanguinario, non ha bombardato i caseggiati di Soweto i cui abitanti erano richiesti come forza lavoro dall’economia del Sudafrica.

Nessuno che osservi onestamente il ruolo USA in Palestina può farsi la minima illusione che questa abbia intenzioni progressiste nel suo nuovo intervento militare in Irak. Come può essere compatibile la retorica della prevenzione di un massacro di civili da parte dell’esecrabile «Stato Islamico» nel nord Irak, con la fornitura di armi per il massacro di civili in Palestina?

Ma questo non è l’unico lato della questione. I socialisti che sostengono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese sostengono anche il diritto all’autodeterminazione del popolo kurdo, e certamente il diritto delle minoranze (Yazidi e Cristiani) a non essere massacrate. Non c’è dubbio che le forze armate del territorio autonomo kurdo in Irak stanno conducendo una guerra progressista contro lo «Stato Islamico», e la loro vittoria è la sola speranza di fermare un reale genocidio contro le minoranze religiose nel nord Irak.

Per le stesse ragioni per cui il popolo e la resistenza di Gaza sono giustificati nel chiedere assistenza tutto dove possono, le forze kurde hanno il diritto di chiedere l’assistenza della quale hanno bisogno contro un nemico invasore pesantemente armato con le armi USA abbandonate dall’esercito del nord Irak quando si è dissolto. La catastrofe dell’Irak è il prodotto diretto dell’invasione USA che ha fatto a pezzi quella società.

Noi sosteniamo il diritto delle forze kurde di ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno, ma non dobbiamo farci alcuna illusione che le motivazioni di Washington in Irak, o da qualsiasi parte, siano umanitarie o democratiche. La nostra speranza è che i Kurdi si prendano tanta libertà quanto ne possono difendere – e salvino le popolazioni che rischiano l’annientamento da parte dello «Stato Islamico» – con la piena coscienza che i benefattori imperiali che oggi li esaltano come coraggiosi liberatori, domani potranno trattarli come i Palestinesi.