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Gaza. I partiti presi del trattamento mediatico

di Julien Salingue (da A l’Encontre 21 luglio 2014. Trad. di G. Viglino e A. M. Mouni)

Dall’8 luglio 2014, un’offensiva militare israeliana è in corso contro la striscia di Gaza. Mentre scriviamo, sono morti sotto le bombe israeliane più di 240 Palestinesi mentre un israeliano è stato ucciso da un razzo. Questi eventi danno vita a un’ampia copertura mediatica, e non pretendiamo di fornire qui un articolo che tratti di questa copertura in modo esaustivo. Nella stampa scritta, così come alla radio e alla TV, alcuni giornalisti fanno il loro lavoro per il meglio e producono, come ricorderemo a volte, con esempi a sostegno, un’informazione di qualità.

Siamo tuttavia costretti a notare che il trattamento mediatico dominante di questa nuova sequenza del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi rimane prigioniero di parecchi difetti che abbiamo già avuto occasione di identificare. C’è un «rumore mediatico» ampiamente criticabile che non riassume l’insieme del lavoro giornalistico ma purtroppo lo soffoca o lo fa quasi scomparire. Qui ci interesseremo a questo rumore mediatico e al tono generale che dà alla copertura degli eventi, concentrandoci particolarmente sui titoli della stampa scritta e dei suoi siti internet, andando anche a volte a cercare esempi dalla parte delle TV.

Lo avevamo già sottolineato in un articolo che trattava dell’informazione riguardante il Medio Oriente: una delle principali distorsioni del trattamento mediatico del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi è l’ingiunzione permanente a un trattamento «equilibrato». Ora questa ricerca di un improbabile «equilibrio» fra Israele e i Palestinesi, quali che siano gli intenti degli uni o degli altri, conduce necessariamente alla produzione di un’informazione distorta, incompleta, spoliticizzata e, volontariamente o meno, orientata.

Un’informazione distorta

La principale distorsione, che ne condiziona molte altre, consiste nel trattare su un piede di parità, da una parte uno Stato dotato d’istituzioni stabili, di un’economia moderna e paragonabile a quella dei paesi occidentali, di un esercito fra i più potenti ed equipaggiati nel mondo [con un complesso militare-industriale legato a quello statunitense – red. A l’Encontre] e dall’altra un popolo che non possiede né Stato, né economia valida, né esercito regolare. Questo pseudo equilibrio mantiene l’illusione di un «conflitto» fra due entità che sarebbero quasi equivalenti, mentre ovviamente non è così.

Informazione distorta perché trattare su un piede di parità uno Stato che per quanto riguarda il diritto internazionale è una potenza occupante – ed è regolarmente condannata in quanto tale – e un popolo in lotta da decenni per la soddisfazione dei propri diritti nazionali – consacrati dalle risoluzioni dell’ONU – mantiene l’illusione di un «conflitto» fra due «parti» la cui legittimità dal punto di vista del diritto sarebbe quasi equivalente, mentre ovviamente non è così.

Siamo così giunti al punto di mettere su un piede di parità «Israele» e «Palestina» (a volte «Gaza», oppure «Hamas», ci torneremo) e a dimenticare completamente lo squilibrio delle forze e delle legittimità con titoli come i seguenti:

Israele-Palestina: una guerra per niente

pubblicato il 15.07.2014 su Figaro vox

Israele-Gaza: la guerra loro malgrado?

pubblicato il 10.07.2014 su Le Monde

Israele-Palestina: la mediazione impossibile

pubblicato su Paris-Match

Oppure, nell’articolo di fondo del direttore aggiunto della redazione de L’Express, Christian Makarian, sobriamente intitolato: « Israele-Palestina: il radicamento dell’odio»: «Si misura fino a che punto il naufragio dei negoziati israelo-palestinesi porta ad una mancanza drammatica di prospettiva: ciò dà ogni possibilità agli eccitati del “contro” mentre i partigiani del “pro” non hanno più la parola. Quando scompare la retorica del dialogo, gli intolleranti delle due parti trasgrediscono qualsiasi logica di vita comune e rimandano i rispettivi dirigenti alla propria impotenza.»

Ancora più grave, l’informazione è distorta perché, volendo ad ogni costo mantenere un trattamento «equilibrato», ci si concentra quasi esclusivamente sugli elementi e gli eventi per i quali si può trovare, o costruire, un equivalente in ognuno dei due «campi». Ci si focalizza sui «lanci» degli uni e degli altri, sui «danni» provocati dai lanci, sul «panico» o il «terrore» delle popolazioni civili, cercando di mantenere l’illusione di un’equivalenza di situazione che a volte passa per costruzioni retoriche assurde, addirittura ripugnanti. Ecco ad esempio i vari titoli pubblicati mentre, tranne i tre giovani Israeliani [i coloni che sono stati rapiti] assassinati in Cisgiordania, soltanto Palestinesi di Gaza erano stati uccisi dallo scoppio dell’offensiva israeliana:

Israele-Gaza: i civili vittime di una guerra infinita

pubblicato su Le Monde del 15 luglio

Israele-Hamas: oltre 100 morti in 4 giorni

pubblicato su JDD dell’11.07.2014

Israele-Palestina: quando le due popolazioni civili guardano cadere le bombe

pubblicato su L’Express del 16.07.2014

Ed è praticamente impossibile conteggiare i servizi televisivi, particolarmente i giornali televisivi che tentano di dimostrare che «le due popolazioni» vivrebbero in situazioni equivalenti, come quello offerto dal giornale delle 20 del 16 luglio di France 2, il cui avvio fatto dal presentatore Julian Bugier è un modello esemplare:

«Le bombe piovono sempre dalle due parti e in mezzo, le popolazioni civili, famiglie, bambini, sono loro le prime vittime. Allora come vivono il conflitto, a che cosa somiglia la loro vita quotidiana? Le nostre squadre sono andate sul terreno, verso di loro, a Shujayea nella striscia di Gaza e a Nir Am,dal lato israeliano. Soli 8 km fra le due città ma
la stessa paura e la stessa angoscia». Se ve lo diciamo: «le stesse».

Un’informazione lacunosa

La seconda distorsione del trattamento del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi è anch’essa il prodotto dell’ingiunzione permanente all’equilibrio: a voler trattare in modo simmetrico le situazioni rispettive dei Palestinesi e d’Israele, siamo portati a dimenticare, o a tacere, informazioni essenziali, con il pretesto che non hanno equivalente nell’«altro campo». Come scrivevamo due anni fa «un simile trattamento mediatico tace quasi interamente ciò che è tuttavia l’essenziale della vita quotidiana dei Palestinesi e uno dei nodi del conflitto: l’occupazione civile (colonie) e militare (esercito) dei territori palestinesi. I campi militari israeliani e le colonie non hanno equivalenti in Israele, e neppure le centinaia di checkpoint che spezzettano i territori palestinesi, il muro costruito da Israele, le requisizioni di terre e le espulsioni, le campagne di arresti, le aggressioni condotte dai coloni, i periodi di coprifuoco, le strade vietate su scala nazionale, etc.»

Nel presente caso, si noterà particolarmente il silenzio assordante riguardo al blocco di Gaza, ufficialmente in corso dal 2007, e al proseguimento dell’occupazione e della colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme. Vari titoli di stampa ed «esperti» s’intestardiscono così a volere identificare il «momento scatenante» di una «nuova crisi» e, con rare eccezioni, tutti sembrano pensare che la sparizione e la morte di tre giovani Israeliani vicino a una colonia della Cisgiordania permetterebbero da sole di comprendere le cause dell’attuale «scontro». Come se d’un colpo fosse scoppiato un tuono in un cielo sereno.

Primo esempio, le «infografie» che pretendono di spiegare con «alcune date» o «alcuni fatti» la tragedia attuale, come quella pubblicata l’8 luglio sul sito di Metro:

Medio Oriente: capire la crisi attuale in sei date

Pubblicato il 06-07-2014

«Sei date», quindi… Fermiamoci alle prime tre:

Tutto sarebbe iniziato il 12 giugno, con la sparizione dei tre giovani Israeliani. Quindi non era successo niente prima? La situazione era «tranquilla»? Ovviamente no. Dallo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi (aprile-giugno 2014) alla morte di due giovani Palestinesi, uccisi dall’esercito israeliano davanti alle telecamere il 15 maggio scorso, durante un raduno che commemorava, come ogni anno, l’espulsione dei Palestinesi nel 1948, passando per la gara di appalto d’Israele il 5 giugno per la costruzione di 1.500 alloggi nelle colonie, le «date» sono numerose. Ma forse era complicato integrarle in una «cronologia», perché i tre eventi avrebbero ricordato che il conflitto tra Israele e Palestinesi ha radici profonde, ma anche e soprattutto questi ricordi avrebbero forse costretto a parlare di colonie israeliane, rifugiati palestinesi e prigionieri politici. Ora questi non hanno equivalenti dal lato israeliano. Quindi si sarebbe dovuta abbandonare la logica dell’«equilibrio» che caratterizza queste cronologie mutilate.

La seconda data proposta (il 30 giugno, giorno della scoperta dei corpi dei tre giovani Israeliani in Cisgiordania) è pure questa eloquente, non per ciò che dice ma per ciò che non dice. A leggere la cronologia infatti, niente di significativo sarebbe successo fra il 12 e il 30 giugno. Però, in quel periodo, a morire sotto le pallottole israeliane sono stati quattro giovani Palestinesi, ed oltre 600 Palestinesi, inclusi 11 deputati (fra i quali il presidente del Parlamento) sono stati fermati durante una vasta operazione dell’esercito israeliano in Cisgiordania. Perché non viene indicato? Semplice dimenticanza oppure occultamento destinato ad evitare di parlare di un argomento senza equivalente possibile nell’altro campo (una campagna massiccia di arresti), che rischiava di rompere lo schema preconcetto (morte-rappresaglie-morte-rappresaglie) che guida questa cronologia selettiva? La risposta sta nella domanda…

Un esempio esemplare dell’occultamento di una parte significativa, per non chiamarla essenziale, che decontestualizza completamente gli eventi in corso e sottintende che questi ultimi sarebbero successi in un periodo senza «violenza» né «tensione», come si potrebbe dedurre anche dalla «cronologia» proposta dal sito francetvinfo:

«Andiamo verso un nuovo conflitto aperto tra Israele e Palestina e un’occupazione della striscia di Gaza? Lo temono gli osservatori della regione dopo l’ondata di violenze e di tensioni iniziata il 12 giugno con l’uccisione di 3 giovani Israeliani. Martedì 8 luglio, nuove incursioni israeliane hanno provocato un morto palestinese nella striscia di Gaza. L’esercito israeliano si dice pronto a tutte le opzioni, inclusa un’offensiva terrestre».

Né l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania, né la repressione permanente subita dai Palestinesi, né il blocco di Gaza sembrano attirare l’attenzione degli «osservatori»: Però, le informazioni sono o dovrebbero essere note a tutti poiché sono ampiamente disponibili. Inoltre, per menzionarle non sono necessari lunghe pagine o lunghi minuti. Un esempio, purtroppo rarissimo, è l’articolo di Benjamin Barthe nel Le Monde, che ricorda, in poche linee, che «l’occupazione della striscia di Gaza, contrariamente a quanto afferma Israele, non è cessata con la partenza dell’ultimo dei suoi soldati, l’11 settembre 2005. Come ricorda opportunamente l’ONG israeliana Gisha sul suo sito internet, lo Stato ebraico continua a controllare pezzi interi della vita dei Gazawi: il registro di stato civile, le acque territoriali, lo spazio aereo e l’unico terminale commerciale. (…) Di conseguenza, la maggior parte degli esperti in diritto internazionale ha concluso che la striscia di Gaza è sempre occupata. È la posizione ufficiale delle Nazioni Unite. Un tale statuto esige dall’occupante che assicuri il «benessere» della popolazione occupata. Ma Israele si è sempre sottratta a questi obblighi. Grazie all’appoggio dell’Egitto e del maresciallo Abdel Fattah Al-Sissi, ferocemente ostile ad Hamas, e all’apatia della comunità internazionale, l’accerchiamento di Gaza è pure peggiorato. Secondo l’ufficio delle statistiche palestinese, il tasso di disoccupazione per i giovani dai 15 ai 29 anni ha raggiunto il 58% durante il primo semestre di questo anno. Per sopravvivere, il 70% della popolazione dipende dalle distribuzioni di aiuti alimentari.»

Un tale contesto, ne converranno tutti, mostra sotto un’altra luce i recenti «eventi» (fra l’altro le discussioni sulle condizioni di una «tregua», sulle quali torneremo) e permette di evitare conseguenze spiacevoli, per quanto concerne la qualità dell’informazione, dell’improbabile equilibrismo. È anche un mezzo per evitare il terzo ostacolo dell’ingiunzione alla simmetria: la spoliticizzazione del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi, che abbiamo già definito nell’articolo citato sopra come la «sindrome di Tom e Jerry».

Un’informazione spoliticizzata

Scrivevamo allora: «Tom e Jerry, celebri personaggi dei fumetti, sono in conflitto permanente. S’inseguono, si picchiano, costruiscono trappole, a volte si sparano e quando sembrano riconciliarsi in realtà stanno tramando nuovi sotterfugi per far soffrire l’avversario. Lo spettatore ride di cuore, ma rimane nell’ignoranza: non sa perché questi due si odiano, non gli si è mai spiegato perché Tom e Jerry non possono raggiungere una tregua durevole, addirittura una pace definitiva».

Nel trattamento mediatico dominante, Israele e Palestinesi assomigliano, sotto molti aspetti, a Tom e Jerry, accumulando «aggressioni», «risposte» ed altre «rappresaglie», senza che se ne sappia bene il perché. La copertura si focalizza sulla concatenazione degli eventi «spettacolari», senza porre domande né chiarire le cause profonde o le dinamiche a lungo o medio termine. Così l’informazione viene decontestualizzata, destoricizzata e spoliticizzata. Ad esempio, si accenna, sulla prima pagina di Le Monde (ved. sopra), ad una «guerra infinita» (e quindi senza una causa). Altra versione su Liberation, dove veniamo a sapere che il tutto sarebbe soltanto una storia di vendetta:

Israele- Palestina la tentazione del taglione

pubblicato il 06.07.2014

Jean Guisnel, in un editoriale del Télégramme, pubblicato il 12 luglio, accetta che sia inutile provare a capirci qualsiasi cosa:

«Nel ciclo spaventoso di provocazione e repressione, la questione non è neanche più di sapere chi ha acceso la miccia. È abominevole che tre giovani Israeliani siano stati uccisi a sangue freddo. Che un giovane Palestinese, come ritorsione, sia stato costretto a ingoiare la benzina alla quale i suoi rapitori, con le kippa, hanno messo fuoco, supera la comprensione! A un tale livello di odio, i due popoli attori di questa guerra infinita hanno soltanto bisogno di dialogo e di calma».

È venuto in mente all’editorialista del Télégramme (e a molti suoi confratelli che dicono più o meno le stesse cose), che se la soluzione fosse semplicemente nel «dialogo e la calma», il conflitto tra Israele e i Palestinesi sarebbe già risolto da molto tempo? Non pensa che esistono cause profonde e che gli appelli alla «calma » e al «dialogo», anche quando fossero sinceri e generosi avranno senso solo se vanno alle radici del confitto, ossia l’occupazione e la colonizzazione della Palestina, se no saranno inutili? Jean Guisnel e i suoi confratelli credono davvero che «le violenze»sono irrazionali e che basta dire «stop» perché cessino? Forse non credono, ma in ogni caso è quello che lasciano intendere ai loro lettori, cosa che, nel migliore dei casi è incompetenza, nel peggiore, disonestà.

Alcuni vanno anche più in là nella spoliticizzazione, aggiungendovi una dose di disprezzo che non aiuta certo il lettore. Come ad esempio il coraggioso editorialista di Le Monde che, il 10 luglio, «spiega»: «Il governo di Benjamin Netanyahu promette di mantenere l’operazione fino a quando saranno lanciati razzi su Israele; Hamas giura che vi saranno lanci fino a quando Gaza è bombardata da Israele …Se la questione non fosse tanto grave, si parlerebbe di strategia da parco giochi ». «Una strategia da parco giochi». Ancora una volta, Tom e Jerry non sono lontani.

E ci risparmiamo di commentare questo titolo trovato sul sito di BFMTV, sintomo della spoliticizzazione del conflitto tra Israele e i Palestinesi e dell’indecenza di certi media:

Israele-Palestina: rivivete la giornata di giovedì 10 luglio

Senza data

Una informazione orientata

Informazione distorta, informazione incompleta, informazione spoliticizzata … altrettanti difetti caratteristici del rumore mediatico dominante, che alla fine portano un buon numero di giornalisti e di media ad adottare, spesso in nome della pretesa ricerca di un «equilibrio» e di una benevola «neutralità», una posizione decisamente orientata dalla parte della narrazione israeliana. Non si tratta qui di dire che «i media» o «i giornalisti» sarebbero «filoisraeliani», né di affermare che tale posizione di parte sarebbe cosciente o volontaria per la maggioranza di questi. Si tratta di affermare che i difetti identificati prima portano, naturalmente, a favorire Israele nel trattamento mediatico.

Esempio tipico con il trattamento dominante della vera/falsa «tregua» del 15 luglio, su proposta egiziana: I titoli sono stati di un’infinita varietà:

Gaza: Israele accetta un cessate il fuoco già respinto da Hamas

Nouvel Observateur – 15-07-2014

Israele/Palestina: Hamas respinge l’offerta di tregua dell’Egitto a Gaza

HuffPost – 15/07/2014

Segnaliamo questa divertente variante proposta da Ouest-France:

Gaza. Israele accetta il cessate il fuoco, Hamas riflette

Pubblicato il 15 luglio

Riassumendo, tutti avranno capito che «Hamas» ha «rifiutato» la «tregua» mentre Israele l’aveva «accettata». Domande: quali erano le condizioni della tregua? Perché Hamas l’ha rifiutata? Per la maggior parte degli articoli di cui abbiamo citato i titoli, le spiegazioni sono piuttosto … laconiche. Sulle condizioni della tregua, più o meno niente. Sulle ragioni del rifiuto di Hamas, più o meno poco.

Ad esempio, sul sito di MyTF1.news: «Al nono giorno del conflitto che l’oppone a Israele, il movimento palestinese, senza sorpresa, ha opposto un rifiuto a un eventuale cessate il fuoco. Sul terreno, i raid israeliani si intensificano. Come martedì, Hamas ha nuovamente informato ufficialmente l’Egitto mercoledì che respingeva la sua proposta di cessate il fuoco nella striscia di Gaza. Tale decisione, senza sorpresa, implica il proseguimento del conflitto tra Israele e il movimento islamista». È tutto? È tutto.

Notiamo però che un dispaccio AFP, pubblicato il 15 luglio, e dal quale sembra si sia ispirata la maggior parte dei siti d’informazione, precisa un po’ le cose: «Hamas esige l’arresto dei bombardamenti, la fine del blocco di Gaza in atto dal 2006, l’apertura del posto di frontiera di Rafah con l’Egitto e la liberazione dei prigionieri nuovamente arrestati dopo essere stati liberati nel quadro dell’accordo di scambio del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2011».

Prendiamo atto? O no. E qui tocchiamo le conseguenze del trattamento distorto, incompleto e spoliticizzato che richiamavamo più sopra. Che ci vengono a fare all’improvviso il blocco di Gaza e la liberazione dei prigionieri in questa storia? Non si trattava solo di scambi di spari e di una «sanguinosa escalation» che era iniziata il 12 giugno con la scomparsa dei tre giovani Israeliani? Le richieste di Hamas, quando sono (succintamente) esposte, appaiono come fuori luogo, tenendo presente la narrazione e il rumore mediatico dominanti, e soprattutto nessuno si prende cura di esplicitarle realmente, a eccezione di qualche articolo, come quello di Pierre Puchot, pubblicato su Mediapart, che fornisce elementi di contestualizzazione e spiegazioni che permettono di andare aldilà dell’idea di un «rifiuto della tregua» da parte di Hamas e di capire le ragioni che hanno spinto Hamas a respingere «questa»tregua.

In questa vicenda, Hamas appare dunque come chi rifiuta di fermare i combattimenti, mentre Israele, che si fa apparire (volontariamente o no) come quella di «buona volontà», ne esce ingrandita.

Altro esempio di questo partito preso è soprattutto, ricordiamolo, una conseguenza o un «danno collaterale» dei difetti identificati più sopra, lo slittamento semantico che si opera quando si tratta di nominare gli attori degli avvenimenti in corso. Se si tiene conto dell’insieme delle coordinate della situazione, l’offensiva israeliana contro la striscia di Gaza è un episodio violento del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi. Questo conflitto esiste in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Gaza e nella stessa Israele, come hanno dimostrato di recente gli episodi violenti seguiti alla scomparsa dei tre giovani Israeliani e, a fortiori, alla scoperta dei loro corpi.

Ma nel caso che ci preoccupa, e probabilmente a causa dei meccanismi di depoliticizzazione, l’offensiva israeliana contro Gaza è diventata spesso una guerra Israele-Gaza, visibilmente sconnessa dal conflitto «globale» che oppone Israele ai Palestinesi.

Israele-Gaza: l’indifferenza

LE MONDE – 17.07.2014

Le ostilità tra Israele e Hamas riprendono dalla fine della tregua

LADEPECHE – 17/07/2014

Israele-Hamas

L’escalation

Libération – 17/07/2014

La riduzione di un conflitto globale tra Israele e i Palestinesi a uno scontro tra «Israele »e «Gaza» è già problematica in sé. Se domani l’Italia bombardasse la Corsica, si parlerebbe di uno scontro tra l’Italia e la Corsica o di uno scontro tra l’Italia e la Francia? Questa riduzione accompagna in realtà, coscientemente o no, la retorica e la politica israeliane, che mirano a separare la sorte di Gaza da quella della Cisgiordania e dei Palestinesi di Israele. Non si tratta dunque di un semplice errore di valutazione o di una cattiva scelta di termini, ma proprio di un accompagnamento delle posizioni israeliane.

Lo slittamento consistente nel parlare di uno scontro tra Israele e Hamas è ancor più criticabile. In primo luogo perché Hamas non è la sola forza politica presente a Gaza, tutt’altro, e che non è la sola ad avere lanciato dei razzi verso Israele negli ultimi giorni. In secondo luogo perché Hamas, quali che siano le critiche che si possono formulare verso la sua strategia o certe sue posizioni e progetti politici, è il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle ultime elezioni legislative, e non può in nessun caso essere considerata come un gruppo isolato dal resto della popolazione palestinese. Infine, la retorica del «conflitto Israele-Hamas», nasconde una parte essenziale della realtà: il conflitto non oppone Israele e Hamas, un gruppo politico con i suoi orientamenti e le sue pratiche, ma Israele e i Palestinesi, un popolo con i suoi diritti nazionali.

*****

Sia in occasione della prima «tregua» o quando ci si interessa alla qualificazione dell’offensiva in corso, ci si rende dunque conto che le distorsioni e i difetti mediatici legati alla volontà rivendicata di trattare in maniera «equilibrata» una situazione asimmetrica, si traducono in un occultamento dei termini reali del conflitto, assimilabile a una mal-informazione o anche disinformazione. A forza di volere semplificare a oltranza, in realtà si cancellano le cause profonde del conflitto, si «evitano» tutte le informazioni che potrebbero rimandare a quelle cause profonde e si fornisce alla fine un’informazione che non è tale e che non offre alcuna chiave di comprensione al lettore, al telespettatore o all’ascoltatore.

Il rumore mediatico generale dà in realtà da leggere, da ascoltare o vedere, una «guerra senza fine », nella quale i torti sarebbero condivisi, le popolazioni civili vittime delle stesse politiche e gli «estremisti»responsabili di tutti i mali. Lo squilibrio delle forze e delle legittimità è largamente soffocato in nome di una pretesa «neutralità» che si manifesterebbe con la rivendicazione di un trattamento «equilibrato» che, in una situazione come quella del conflitto che oppone Israele ai Palestinesi, porta ad un accompagnamento, o anche una legittimazione della narrazione israeliana.

In effetti viene quasi dimenticato che Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza, in base alla legalità internazionale sono sotto occupazione, che le colonie israeliane si estendono ogni giorno di più, che più di 5000 prigionieri politici sono detenuti da Israele, che molti milioni di profughi palestinesi continuano a vivere nei campi profughi e che il popolo palestinese continua a rivendicare i propri diritti, consacrati dalla legalità internazionale. Non sarebbe responsabilità dei media di informarcene, compreso, e in particolare, in occasione di episodi come quello dell’offensiva israeliana contro Gaza?

PS: Questo testo è stato redatto prima dell’inizio dell’offensiva terrestre scatenata dall’esercito israeliano nella notte dal 17 al 18 luglio 2014, il cui trattamento mediatico sembra purtroppo confermare le tendenze descritte in questo articolo. (Questo articolo è stato pubblicato su Acrimed il 18 luglio 2014).