Napoli: la sanità saccheggiata

di Gennaro Esposito

La direzione dell’ASL Napoli 1 porta avanti, spedita e indisturbata, lo smantellamento dei presidi della sua zona di competenza. Sono già stati chiusi: il pronto soccorso degli Incurabili; la maternità dell’ospedale Annunziata, dove si registravano più o meno milletrecento parti all’anno; il pronto soccorso, il centro di interruzione gravidanza e i reparti di neurologia e urologia dell’ospedale S. Gennaro; l’ospedale Gesù e Maria; il poliambulatorio di via Carlo De Marco; il pronto soccorso dell’Ascalesi e del C.T.O.

Dal prossimo 16 luglio verranno chiusi sia il reparto di maternità che il pronto soccorso ostetrico dell’Ospedale S. Gennaro. I famigerati tagli lineari della ditta Caldoro & Calabro’ vanno avanti, saccheggiando i più elementari diritti del popolo campano. Per il sig. Caldoro il diritto alla salute e al trasporto pubblico, per citare due servizi locali agonizzanti, sono quisquilie di fronte alla priorità del “risanamento dei conti”. Lui, poverino, dice di lavorare per risanare i conti fallimentari ereditati dalle precedenti amministrazioni. La litania dei conti ereditati non passa mai di moda. La “cantarono” i Bassolino e con tutta probabilità la canteranno anche i presidenti che verranno.

La verità, nuda e cruda, è che devono e vogliono destinare ad altri usi i fondi che dovrebbero servire per la sanità e il trasporto pubblico. Sessanta e passa milioni di euro per costruire un mastodontico “Ospedale del mare” nell’estrema periferia orientale di Napoli, in una zona definita ad alto rischio dagli studiosi di vulcanologia. In pratica, quasi alle falde del Vesuvio. Un ospedale all’avanguardia, dicono, dove ci sarà di tutto: dai reparti forniti di macchinari ad alta tecnologia all’eliporto. Un ospedale che può raccogliere migliaia e migliaia di utenti da tutta la città, e non solo. Come farà ad atterrare un elicottero nel quartiere della Sanità o nei vicoli di Forcella, i progettisti non lo dicono. Forse, chissà, non sono stati informati che sono quartieri sorti quando l’unico mezzo di trasporto era il cavallo (o l’asino), e certi vicoletti sono così stretti che le macchine nemmeno ci passano. Né avranno saputo che un’ambulanza può impiegare anche più di tre quarti d’ora dal Centro Antico all’Ospedale del mare.

Quisquilie, pensano stupiti gli amministratori della Regione. I napoletani di cosa si lamentano? Il pronto soccorso dei Pellegrini è sempre lì, a due passi. E che sarà mai se il Pellegrini è situato in un budello di strada della Pignasecca (un altro quartiere del Centro Antico), e se raccoglie già oltre settecentomila utenti. I napoletani non sono forse per natura portati ad arrangiarsi?

E si arrangeranno pure quando dovranno usufruire degli eccellenti ambulatori dell’eccellente Ospedale del mare. E se non hanno mezzi propri useranno la metro e i pullman. E’ ora che comincino a comportarsi come i cittadini delle più grandi metropoli. I potenti, si sa, amano giocare coi destini dei popoli; e non c’è da stupirsi se si prodigano per decidere qual è l’ora giusta per la completa emancipazione del popolo napoletano.

Ma Napoli non è Milano, per esempio. I capoluoghi delle due aree metropolitane più popolose del paese hanno strutture urbane completamente diverse tra loro; e le differenze emergono, inevitabilmente, anche sulle modalità di approccio nelle relazioni sociali e nelle pratiche per usufruire dei servizi pubblici. Ma la ditta Caldoro & Calabro’ continua a gestire i nostri soldi con irritante supponenza, infischiandosene dei vulcanologi, della sociologia e anche dei comitati locali dei cittadini (pochi in verità).

Tra qualche giorno chiuderà il reparto di maternità dell’ospedale San Gennaro. I dirigenti della ASL Napoli 1 dicono che la colpa è tutta delle napoletane del quartiere. Esse ormai si fermano a una sola gravidanza, e perciò il reparto non può essere più considerato “produttivo”. A parte il fatto che le nuove napoletane i figli li fanno (il quartiere è popolato da vari immigrati, molti dei quali, per via delle normative razziste vigenti, sprovvisti del permesso di soggiorno), la sfrontatezza di considerare produttivo o meno un servizio sanitario, rivela in modo inequivocabile lo stato di barbarie in cui è caduta la nostra società.

Il due luglio è stata convocata un’assemblea in una sala dell’ospedale. L’ordine del giorno era l’imminente chiusura del reparto maternità e del pronto soccorso ostetrico. Una settantina di persone presenti, in massima parte infermieri, tre o quattro i medici (uno dei quali dirigente sanitario), tre compagni del comitato del Centro Storico, un consigliere della municipalità (un compagno di rifondazione) e, per Sinistra Anticapitalista, il compagno Umberto Oreste e io.

Gli iscritti a parlare erano esclusivamente i dipendenti dell’ospedale, e più di uno anche sindacalista. La possibilità di un intervento esterno è stata offerta solo al consigliere della municipalità, che poi è stato l’unico a parlare dell’attacco al diritto alla salute e della necessità di far crescere una mobilitazione popolare. Gli altri interventi hanno espresso perlopiù la preoccupazione, legittima, sul destino dei lavoratori dell’ospedale. Una preoccupazione che si è rivelata subito un ottimo pretesto per i sindacalisti più esperti (un paio della CISL e uno della CGIL).

Una volta indossato il mantello dei paladini del pragmatismo, i sindacalisti hanno prima attaccato il compagno di rifondazione, colpevole di pronunciare belle parole ma prive di costrutto (così hanno detto), e proponendo poi, come unica soluzione praticabile, di concertare con la dirigenza dell’ASL Napoli 1 una “sospensiva” sul decreto. Diverranno poi più espliciti qualche giorno dopo, quando firmeranno un volantino dove, al di là del titolone “la sanità pubblica non si tocca”, si dichiareranno contrari alla chiusura anticipata dei reparti dell’ospedale. “Anticipata” cosa vuol dire se non chiudeteli pure fra qualche mese, l’importante è che ora ci venga riconosciuta la “saggezza” della nostra concertazione?

Mercoledì 9 luglio, nello slargo davanti all’ospedale S. Gennaro, si sono radunati un centinaio di persone, non di più. I dipendenti dell’ospedale erano forse una decina, più numerosi i militanti comunisti e gli attivisti dei centri sociali (dal comitato di quartiere all’associazione di Alex Zanotelli), e per finire anche qualcuno dei disoccupati organizzati. Il corteo ha attraversato il quartiere della Sanità, ha superato piazza Cavour e si è incamminato in via Duomo, fino a fermarsi davanti alla cattedrale.

Durante il percorso abbiamo raccolto simpatie e consensi pressoché unanimi, ma nessun cittadino si è unito al corteo. Qualcuno ha detto: “Fate bene, avete ragione…”, qualche altro si è spinto oltre: “Appicciate, appicciate! Appicciateli ‘sti fentienti!”. E dicendo “incendiate”, hanno di fatto trasferito a noi (pochi) manifestanti il compito di saldare i conti con il sistema. Eppure, sono loro le prime vittime di questa ennesima prepotenza. Non vogliono guardare in faccia la realtà? Una realtà troppo grande per le loro ataviche paure? Senza dubbio c’è un po’ di tutto questo, ma perché non cominciare ad analizzare anche le nostre difficoltà (parlo ovviamente di noi militanti) nel rapportarci alle donne e agli gli uomini che usano un linguaggio ormai troppo diverso dal nostro?

Se ci fossilizziamo ad ascoltare solo le più svariate (spesso) tiritere delle nostre assemblee finiamo poi per credere che anche al di là dei nostri recinti ci sia la stessa capacità di attenzione nel seguire un discorso su questa o quella questione. Quando usciamo tra la gente dovremmo, probabilmente, parlare di meno e ascoltare di più, stimolare semmai le parole non ancora pronunciate dei tanti lavoratori e lavoratrici rassegnati a portare sul groppone il peso del ricatto permanente del padrone, delle tante e tanti che vivono nei vicoli di Napoli tra l’indolenza e il sotterfugio perché nient’altro è stato loro offerto dal mondo perbene.

 

Gennaro Esposito.

P.S. Queste riflessioni sono nate dal dialogo

quotidiano con i compagni e le compagne di Sinistra

Anticapitalista.