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1914-2014, primo conflitto mondiale, la madre di tutte le guerre

recensione di Diego Giachetti Prima_guerraIl libro di Antonio Moscato, appena pubblicato dalle edizioni La. Co. Ri., conclude un percorso di informazione e formazione svolto nel quadro delle attività del Centro Studi Livio Maitan in collaborazione con diversi compagni e compagne di Sinistra Anticapitalista, a partire dai seminari torinesi dedicati ai 100 anni dalla Grande Guerra, con proiezioni cinematografiche e relazioni di Matteo Saudino, Marco Scavino, Gippò Mukendi Ngandu, Diego Giachetti, Diana Carminati (le relazioni possono essere ascoltate su questo sito) Copie del libro possono essere richieste a: sinistra@anticapitalista.org oppure a sinistra.anticapitalistatorino@gmail.com

Fra le molte ricostruzioni delle Prima Guerra Mondiale e delle sua cause, molto spazio viene dato all’attentato di Sarajevo presentato come causa della guerra. Giornalisti più o meno qualificati ricamano poi con tono divulgativo affermando perentoriamente che quella fu la causa di tutto, un attentato terroristico che scatenò l’ira violenta e aggressiva, insita negli uomini in generale, travolgendo nella guerra i civilissimi paesi europei. La guerra quindi come accidente, come deviazione irrazionale dal lieto procedere della civiltà, impulso scatenato via via da attentati terroristici, pazzi fanatici al potere, figure demoniache che invadono il tranquillo procedere della storia. Naturalmente non è questa la strada scelta dall’autore del libro il quale antepone all’interpretazione la considerazione dei fatti, cosa oggi non affatto scontata. L’attentato di Sarajevo è certo un fatto, ma se l’ultimatum austriaco alla Serbia diventò il detonatore del conflitto fu «semplicemente perché tutte le potenze interessate avevano già il colpo in canna». Le guerre balcaniche, suscitate negli anni precedenti dai vari appetiti capitalistici in quel settore, non furono affatto un episodio trascurabile ma premonitore di quanto poteva accadere.

Inoltre, altri “fatti” si erano accumulati in quegli anni: concorrenza interimperialista per i possedimenti coloniali e per le rotte commerciali, corsa sfrenata al riarmo accompagnata da una virulenta propaganda nazionalista; tutto contribuiva a creare un clima niente affatto rassicurante per gli amanti della pace che sembrava invece assicurata dal grado di “civiltà” raggiunta e presunta delle potenze europee. Così la Seconda Internazionale, da un lato chiamava allo sciopero generale in caso di conflitto in Europa, dall’altro confidava nelle capacità di mediazione diplomatica degli stati borghesi e tutt’al più prevedeva conflitti circoscritti e isolati (come ad esempio nei Balcani) o nelle colonie. Per altro, l’adozione della parola d’ordine sciopero generale in caso di guerra non andò oltre l’enunciazione di principio, nessun approfondimento strategico e tattico, nessuna preparazione organizzativa predisposta nei vari paesi in caso di conflitto. Certo, come sottolinea l’autore, correnti di pensiero interne alla Seconda Internazionale, in primo luogo Rosa Luxemburg, segnalavano il possibile sbocco verso un conflitto interimperialistico a breve termine, provocato dalla esasperata concorrenza mondiale capitalistica. Tuttavia ciò che lasciò stupefatti e increduli anche gli esponenti di minoranza dell’Internazionale fu non tanto lo scoppio della guerra, quanto la capitolazione patriottarda delle socialdemocrazie europee, in primo luogo quella tedesca, la più organizzata e forte. Lenin stesso, quando gli portarono i giornali tedeschi con la notizia che i socialdemocratici avevano votato a favore dei crediti di guerra, non volle crederci, «è una falsa notizia messa in circolazione ad opera della canaglia borghese tedesca». Dovette ricredersi subito.

In questo quadro generale l’autore analizza l’entrata e la partecipazione italiana alla guerra. Si sofferma sulle imprese coloniali in Eritrea, Somalia, e Libia, dedica attenzione al “salto” di alleanze dell’Italia: dalla Triplice Alleanza all’Intesa e al “golpe” strisciante, gestito dalla Corona, dai potentati economici, dalle gerarchie militari e da intellettuali che promossero la mobilitazione dell’opinione pubblica (il caso più esemplare è quello di Gabriele D’Annunzio), che rovesciò la maggioranza parlamentare e impose la guerra a un’opinione pubblica in buona parte neutralista. La guerra Italiana viene raccontata nei suoi vari aspetti umani e militari: offensive inutili e costosissime in termini di vite umane, disfatta di Caporetto, renitenze, diserzioni, corti marziali, decimazioni di soldati. Il 1917 è l’anno più impegnativo su tutti i fronti, anche perché quello che accade in Russia apre uno spiraglio: la fine della guerra mediante la rivoluzione.

Conclusa la guerra il discorso ritorna sul contesto europeo: i trattati di pace e i loro nefasti lasciti, la crisi economica e sociale che attraversa i vari paesi, vinti o vincitori che siano, l’introduzione, grazie all’esperienza della guerra, della violenza aggressiva e sistematica contro gli avversari politici, di cui i primi esponenti furono i fascisti italiani. Insomma, crollò subito il mito della guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre, col quale la propaganda aveva giustificato la guerra stessa. Non si conquistò affatto un mondo di pace, appena due decenni dopo, scoppiò la Seconda guerra mondiale. Allora iniziò il “secolo breve”, ma nessuno poteva ancora saperlo.