Vittorio Rieser

di Diego Giachetti

Il 22 maggio è giunta, inaspettata, la notizia della morte del compagno Vittorio Rieser. Vittorio era un uomo colto, gentile, capace di interloquire e, soprattutto, ascoltare. Scelse fin da giovane di militare nel movimento operaio a fianco dei lavoratori, delle loro forme organizzative e sindacali. Il suo impegno politico e sindacale si è sempre avvalso dello strumento dell’inchiesta. Tutti quelli che lo hanno conosciuto, e sono davvero tanti, avranno qualcosa da ricordare, da conservare e da riproporre, ma uno degli aspetti tra i più cari a Vittorio era l’inchiesta operaia, tratto d’unione indispensabile tra la teoria della lotta di classe e quella realmente esistente, nelle sue forme e nei contenuti, nei suoi momenti alti o declinanti.

RieserRispetto alla generazione politica partorita dal ’68, Vittorio aveva cominciato in anticipo per due ragioni. Era nato nel 1939 in una famiglia antifascista. I suoi genitori avevano militato per un certo periodo con i comunisti. La mamma aveva conosciuto il carcere condannata dal Tribunale Speciale. Il padre era un ebreo polacco comunista che si è rifugiato in Italia. Entrambi poi si scoprirono antistalinisti. La madre abbandonò il Pci nel 1930 per aderire a Giustizia e Libertà. Dall’educazione familiare il giovane Vittorio passò all’incontro con la realtà delle lotte operaie nella Torino dei tardi anni Cinquanta. Nel 1959 è già alle porte delle fabbriche con altri giovani studenti per sostenere i picchetti durante gli scioperi per il rinnovo dei contratti. Da lì nacque il rapporto con il sindacato e la Fiom. Erano gli anni seguenti la sconfitta subita alla Fiat dalla Fiom-Cgil, durante i quali si tentava di ricostruire un rapporto con i lavoratori di quel grande complesso. Politicamente il suo impegno era iniziato nel movimento fondato da due esponenti comunisti espulsi dal partito, Valdo Magnani e Aldo Cucchi. Quando il gruppo si sciolse fu tra quelli che aderì al Partito socialista italiano. In questo partito conobbe Raniero Panzieri che frequentò poi assiduamente, quando si trasferì a Torino, assieme a un gruppo di studenti che già svolgeva un lavoro di fabbrica in contatto con sindacalisti torinesi dell’epoca, come Sergio Garavini e Emilio Pugno. Con Panzieri e altri piccoli gruppi di lavoratori, studenti, intellettuali presenti nel Veneto, a Milano e a Roma partecipò alla nascita della rivista Quaderni Rossi che pubblicò anche l’inchiesta svolta tra i lavoratori della Fiat.

L’esperienza sviluppata col gruppo dei Quaderni Rossi fu costitutiva della formazione di politico-teorica e anche professionale di Vittorio. Stimolato da Raniero Panzieri scoprì e lesse Marx, non attraverso le interpretazioni marxiste, ma attingendo direttamente alla fonte, alla ricerca di una strumentazione analitica per l’analisi del capitalismo moderno, avanzato. Tutto ciò mentre ancora il dibattito sul capitalismo italiano verteva su una visione di un capitalismo straccione e arretrato, per cui la lotta di classe sembrava un residuo di rapporti di produzione del passato, mentre nelle punte più avanzate pareva dominare l’integrazione degli operai nel sistema. Loro invece volsero lo sguardo alla lotta di classe che doveva svilupparsi nei livelli più avanzati, rifiutando lo schema dell’integrazione della classe operaia. Difatti, l’idea che la classe operaia alla Fiat non fosse integrata era un’ipotesi di lavoro di tutto il sindacato torinese: tuttavia, il fatto di aver tradotto questo in lavoro di inchiesta fu importante. Fu uno dei casi in cui l’inchiesta non si è limitò a confermare ipotesi già date; da essa, in anticipo sull’esplodere delle lotte alla Fiat, venne fuori che la tensione e il livello di conflittualità latente erano enormi.

Quaderni Rossi

Ma a questo punto la scelta dell’impegno politico sindacale condizionò la sua formazione professionale. Amava la storia e voleva laurearsi in questo indirizzo di studi, invece si laureò in sociologia, disciplina che aveva dovuto scoprire durante la preparazione dell’inchiesta alla Fiat. Fu coinvolto in un dibattitto approfondito sulla strumentazione sociologica dell’inchiesta e sulle differenza fra essa e conricerca. Ai seminari dedicati a questo tema dai Quaderni Rossi parteciparono anche sociologi e studiosi importanti, da Pizzorno a Momigliano a Gallino. E’ nell’ambito degli interessi sociologici che incontrò l’opera di Max Weber e altri sociologi cosiddetti “classici” verso i quali, su suggerimento di Raniero Panzieri, ebbe lo stesso atteggiamento che aveva Marx verso Smith e Ricardo che considerava economisti borghesi distinguendoli dall’economia volgare. Anche nella sociologia era possibile distinguere tra la scienza sociale borghese, con elementi di verità importanti, e letteratura sociologica di tipo volgare.

Fu assistente volontario del sociologo Luciano Gallino, dal 1968 in poi passò a insegnare alla scuola serale perché, ebbe modo di raccontare, l’orario non intralciava il lavoro di “porta” alla Fiat. Successivamente passò ad insegnare all’Università di Modena per ragioni di nuovo organizzativo-politiche che gli derivavano dal ruolo di dirigente che ricopriva in Avanguardia Operaia.

Gli anni che precedono il ’68 videro la rottura del gruppo originario dei Quaderni Rossi e la morte prematura di Panzieri (1964). L’esperienza delle rivista continuò fino al 1966 consentendo di articolare una serie di confronti e di contatti con altri gruppi politici della sinistra antistalista, tra questi i Gruppi Comunisti Rivoluzionari (IV Internazionale) in occasione di una tavola rotonda che vide la partecipazione di Raniero Panzieri, Vittorio Rieser, Renzo Gambino e Livio Maitan nel 1964. Sono anche gli anni della rivoluzione culturale cinese e della “scoperta” del pensiero di Mao Tse Tung da parte dello stesso Vittorio e mai rinnegato, anzi! Fu convinto da come il maoismo poneva il problema del rapporto partito-masse. Il classico su cui studiare il rapporto partito e massa non era il Che fare?, ma erano i testi di Mao; fu da Mao che si arrivò a leggere Lenin, mi raccontò tempo fa. Vedeva in Mao e nel maoismo la possibile alternativa alla socialdemocrazia e allo stalinismo, cioè sul piano teorico e politico esso rispondeva ad un bisogno sentito da una nuova generazione politica che si stava formando a sinistra.

Quando a Torino inizia l’occupazione di Palazzo Campana e si sviluppa il Movimento studentesco lavorò con esso in particolare nella commissione operai-studenti e nella Lega operai studenti nell’intento di “portare” gli studenti davanti ai cancelli degli stabilimenti Fiat dove già si manifestano le prime avvisaglie di ripresa della lotta operaia. Nell’aprile del 1968 fu arrestato assieme ad altri undici esponenti del Movimento studentesco accusati di essere i responsabili delle occupazioni universitarie. Dopo undici giorni furono scarcerati: «Uscirono all’una del pomeriggio, alla spicciolata come erano andati a costituirsi: Vittorio Rieser con la barba lunga e i capelli devastati di un evaso dallo Spielberg» (Fabrizio Dentice, «l’Espresso», 7 aprile 1968).

Nel 1969 partecipò con altri al ciclo di lotte che caratterizzarono quell’anno. Fu tra i promotori dell’Assemblea operai e studenti ma, in seguito non aderì né a Lotta continua né a Potere operaio, organizzazioni che iniziarono a pubblicare gli omonimi giornali nell’autunno del 1969. Con altri compagni riprese a reintervenire alla Fiat e, nel 1971, si unirono al Collettivo Lenin, al quale aderirono una serie di delegati di punta della Fiat, in particolare delle carrozzerie, che erano critici verso la linea sindacale ma non condividevano la linea di Lotta Continua, che diceva “siamo tutti delegati”. Nel 1973 il Collettivo Lenin confluì in Avanguardia Operaia. E’ di quegli anni la costruzione dei Comitati Unitari di Base (Cub) che avevano tra gli strumenti di lavoro politico e sindacale, l’inchiesta.

I compagni, si può leggere in un documento del Cub Mirafiori del settembre 1972, devono avere «avere un metodo d’inchiesta comune» perché essa «è lo strumento indispensabile per stabilire un corretto rapporto con le masse. Per risolvere i vari problemi che la lotta di classe di volta in volta pone». Tra i dirigenti di Avanguardia operaia partecipò attivamente all’intensa vita politica di quegli anni, fino al 1977. Quando nacque Democrazia proletaria vi aderì formalmente, ma senza entusiasmo e aspettative. Se l’impegno politico andava diminuendo, di lì a poco entrò nel Pci, quello sindacale continuò. Collaborò col sindacato promuovendo ricerche sulla condizione operaia. Un anno dopo la fine del Pci e la nascita del Pds Vittorio entrò in Rifondazione comunista. Anche qui il suo tasso di partecipazione e di impegno si misurò con la ricerca e l’inchiesta sulle vecchie e nuove condizioni operaie, collaborando con l’Ires oppure coordinando lui stesso piccoli gruppi a geometria variabile di ricercatori, testimoni delle lotte, giovani conricercatori. Un’attività quest’ultima nella quale sapeva mettere in campo tutta la sua abilità consistente nel proporre alla persona giusta il ruolo giusto cosicché non potesse tirarsi indietro dall’impegno che gli veniva richiesto. Dopo essere andato in pensione poté dedicarsi a tempo pieno a questa attività partecipando a una serie infinita di riunioni, inchieste, seminari in giro le città d’Italia, per conoscere le lotte, i protagonisti. Attività d’inchiesta dunque ma anche ricostruzione, attraverso la raccolta di testimonianze rievocate collettivamente in lunghe riunioni e registrate, della memoria storica, come nel caso del libro collettaneo sull’esperienza dei Cub nelle Lotte operaie a Torino dal 1969 al 1977.

Sia che si trattasse di ricostruzione storica o di inchiesta sulla condizione lavorativa del presente, costante fu il suo richiamo al rigore analitico, a definire bene i concetti che si stavano usando e, soprattutto, saperli scomporre in indicatori e variabili capaci di confrontarsi col mondo reale, non solo libresco narrativo. Ciò valeva, ad esempio, per parole oggi abusate quanto cadute in disuso nel linguaggio corrente quali classe operaia, proletariato e composizione di classe. In merito a quest’ultimo termine, oggi usato da chi più che comporre vuole scomporre la classe dei lavoratori in una moltitudine indistinta di popolo, è interessante leggere ciò che scriveva Vittorio in uno dei suoi ultimi interventi: «I tentativi di interpretazione “strutturale” dell’offuscamento della coscienza di classe hanno registrato, “da sinistra”, versioni più articolate ed argomentate, centrate sulla questione della composizione di classe. Ma, spesso, dietro a queste c’era una visione semplificata e meccanicistica, che collegava i “momenti alti” della coscienza di classe alla concentrazione produttiva fordista e alla figura dell’”operaio-massa”. Con questo si dimenticava che momenti anche più alti della lotta e della coscienza di classe erano avvenuti in fasi precedenti e diverse, e avevano al centro la figura dell’operaio professionale; e si trascurava un’analisi critica dei limiti politici della “coscienza dell’operaio-massa” rispetto, ad es., all’operaio professionalizzato e politicizzato. […] I mutamenti nella composizione di classe non sono riducibili a mutamenti nella composizione professionale (al declino di alcune figure e all’emergere di altre) o nella composizione settoriale (più lavoratori nel terziario e meno nell’industria), ma, attraverso la deregolazione dei rapporti di lavoro, introducono elementi di divisione più profonda e di “distorsione” nella stratificazione di classe (come ho detto in altre occasioni, “l’esercito industriale di riserva entra in fabbrica”: ogni strato di lavoratori diventa “esercito di riserva” rispetto ad altri)». (Sulla coscienza di classe nell’attuale fase del capitalismo, in Vento Largo 11 maggio 2013, cedocsv.blogspot.it)

(il testo riprende informazioni tratte da una sua intervista rilasciata il 3 ottobre 2001 e disponibile in rete).

Fra i suoi ultimi libri: L’imperfetta modernizzazione (con Giancarlo Cerruti), Ediesse 1995; Lavorare a Melfi: inchiesta operaia nella fabbrica integrata Fiat, Ed. Calice, 1997; Salute, sicurezza e condizioni di lavoro: Una indagine tra le iscritte e gli inscritti della Cgil in Piemonte (con Fulvio Perini), Ediesse 2004; 1969-1977, Lotte operaie a Torino, Punto Rosso, 2009.